Elephant Man

Recensione: Elephant Man

Secondo film-mostro di Lynch (l’altro è “Eraserhead”). Più ordine e separazione in “Elephant Man“. Due occhi, un volto, una fotografia, poi l’incubo della generazione e nascita di John Merrick (la madre calpestata o forse violentata); un luna park e la fiera, dove tutto ha inizio. L’ambiente assomiglia a quello di “Eraserhead“: strade nere, umido, mattoni, vapore, fumo, degrado e abbandono, macchinari e sangue; l’Ottocento, la Rivoluzione Industriale e il bianco e nero creano uno scenario allucinato.

Ogni inquadratura ha il suo suono, il suo respiro, anche se non c’è il costante affanno, la continua pressione subita in “Eraserhead“, tutto è attenuato da volontà altrui: dalla storia/narrazione, nascosto in pareti più rigide e delimitanti – sembra che le fiamme scorrino dentro le pareti dell’ospedale – bloccato, soffocato da una maschera.
La storia, la narrazione, il budget elevato, un cast importante, tutte cose che si possono definire ’autocensure’ fanno di “Elephant Man” un film ancor più cancellato (eraser), sotto pressione, non l’esplosione-implosione del primo lungometraggio ma al limitare, sempre un attimo prima della deflagrazione.
E’ attraverso un’ombra che intravediamo l’uomo elefante per la prima volta, dopo essere stato accompagnato in ospedale incappucciato da fargli sembrare la testa un occhio sgonfio.

Dopo ben trenta minuti lo vediamo, e lui vede noi. Scopriamo subito una cosa: il gigantesco meccanismo che fa scattare le ore del campanile lo spaventa. Il suo corpo è coperto di tumori, dal suo enorme testone sembra che il cervello voglia separarsi, come quello di Henry Spencer nella sequenza iniziale di “Eraserhead“.

Tutti (lo) vogliono vedere. Il popolo e la scienza, tutti vogliono puntare i loro occhi sulla vittima, fenomeno da baraccone e fenomeno scientifico, tutti lo vogliono sfruttare o eliminare. Il portiere cattivo che ama la gente che non può parlare, come il suo originale ’proprietario’, organizza visioni notturne per barboni e prostitute che vogliono ridere del mostro, ridere del suo corpo.”Chi paga non entra!” dice il portiere-imbonitore agli spettatori crudeli, ma in fondo la gente “che va a vedere l’uomo-elefante non è particolarmente malvagia, è come tutti gli altri, come noi” (M. Chion).

La gente paga per vedere il suo mostro” conferma il portiere al dottor Treves, che se ne appropria in nome della scienza, sguardo della modernità, un misto tra rispetto del prossimo e cattiva coscienza. In realtà il dottor Treves dedicandosi al prossimo cerca di salvare se stesso. Qualcuno lo rimprovera; è l’anziana capo infermiera: “Lei gli sta facendo fare spettacolo!”.

E’ l’unica a comprendere il dramma di quella creatura quando dice: “Questo non è il suo posto“, intendendo non che sarebbe meglio rispedirlo alla fiera, ma che è un altro il mondo universo cui Merrick appartiene.

E poi c’è l’attrice, Mrs Kendall/Anne Bancroft, colei che esaudirà i sogni di Merrick. Lei è l’unica a non piangere di fronte a lui, abituata forse a controllare le emozioni, un po’ gli assomiglia, fanno a loro modo parte del mondo degli spettacoli, sotto gli occhi di tutti, ma nel disperato tentativo di nascondere, conservare se stessi, con pudore.
Il teatro è favola, in teatro si fugge, si crea, si vive in altri universi, in altre storie, si può dimenticare che le notti sono popolate di incubi. Merrick sogna uno spettacolo che lo obbliga a guardarsi in volto. Il teatro, la maschera, il sogno, l’incubo: la maschera come uscita da sè e fuga verso l’inesprimibile, ma anche come falsità, menzogna, prigione. Specchio.

La maggior parte di quelli che vanno a vedere l’uomo elefante (dal poveraccio all’aristocratico) lo fanno per mettere alla prova la maschera dissimulatoria che si sono costruiti al cospetto del diverso. L’uomo elefante è uno specchio che consente loro di fingere ancora di più, non è uno specchio che li rivela a se stessi. Allargando la prospettiva possiamo dire allora che l’uomo elefante è il cinema, o quantomeno il cinema primitivo. La storia di John Merrick è la metafora più precisa della storia del cinema al suo sorgere; essa ci offre la possibilità di guardare dal punto di vista del mostro e di confrontarci con l’inquietante sensazione di riconoscere il mostro dentro noi stessi.

Il cinema: nato come fenomeno da baraccone ma anche come invenzione tecnologica, dal teatro delle ombre passando per le prime proiezioni dei Lumière, e poi il sonoro (dopo l’immagine la voce, come nel film), dalla vertigine del carnevale alla vertigine del capitale. Ma John Merrick è anche prima, è esibizione del mostro, del diverso, dei Freaks, “The Fruit of the Original Sin” dice il cartello alla fiera, desiderio di vedere, ancor prima del cinema. Saranno i freaks ad aiutarlo a fuggire dalla prigione in cui il suo padrone lo ha rinchiuso. Lo ritroveremo in una stazione dei treni (di La Ciotat), spavento, urla, furia, brama e poi il suo grido: “No! Io non sono un elefante! Non sono un animale, sono un essere umano, un uomo, un uomo, un uomo…”. Una delle sue ultime affermazioni prima di morire: “La mia vita è bella perché so di essere amato”. Alla fine qualcuno ha finito (finirà) per amare il cinema.

A teatro vediamo finalmente con gli occhi di Merrick. “Questa interiorizzazione della visione è di estrema importanza poiché essa rappresenta l’unico momento nel quale Merrick, che nel corso di tutto il film è stato l’oggetto dello sguardo degli altri, si appropria dello sguardo ed offre allo spettatore l’immagine della sua visione” (R. Caccia).

La signora Kendall gli dedica lo spettacolo: una sovrimpressione magica, stelle, esplosioni di luce, creature meravigliose, una fata e il suo volto, il volto dell’uomo elefante diverso ma lo stesso, perché nello spettacolo del teatro è magia e purezza che viene riflessa, non la brutalità e l’odio che gli altri vorrebbero che lui vedesse in sè. L’ambiguità è ovviamente nell’aria, dato che comunque il teatro è artificio. Alla fine tutto si confonde: non sappiamo più di chi/che cosa è lo sguardo, del mostro, della società, mio, vostro … la magia solamente per una sera … In questa confusione di sguardi e di intenzioni gli occhi fanno davvero male, bruciano e si riempiono di lacrime ancor prima di vedere questa ’invenzione senza futuro’ inevitabilmente morire, tentando di dormire e sognare come tutti gli altri.

Spegnarsi annegare negli occhi voltovoce della madre, non più separazione come all’inizio, ma dissolvenza, sovrimpressione, abbraccio di cinema. ” Mai, oh mai … niente morirà mai, l’acqua scorre, il vento soffia, la nuvola fugge, il cuore batte, niente muore…”.

Nota: di Tomas Tezzon
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