Il senso ideologico della distopia e il riscatto ucronico

Nell’ultimo anno e mezzo, in molti hanno abusato del concetto di “distopia”, anche se, a voler essere precisi, se ne abusa da molto più tempo, dal momento che il nostro sciagurato presente nel corso degli ultimi decenni è stato un costante alternarsi di crisi sociali, ambientali, economiche, terroristiche, politiche.

L’abuso di distopia riguarda due prospettive opposte ma complementari: da un lato, nell’ambito seriale, videoludico, cinematografico si fa ampio uso di immaginari apocalittici e catastrofici, con racconti di dittature e tirannidi terribili o di conflitti nucleari globali. Ovviamente, insistere sulla distopia significa testimoniare, nella trasfigurazione narrativa e poetica, i mali e gli orrori a cui assistiamo nella cronaca e nel presente: l’umore della sciagura reale si riflette nella cupezza della finzione distopica. Ma è proprio in tale azione che la distopia rivela da subito anche la sua connotazione dialettica, che è il principio di efficacia della narrazione distopica.

Infatti, dall’altro lato, troviamo l’abuso del riferimento alla distopia nelle parole dei critici e degli interpreti della contemporaneità: sui giornali e in televisione, particolarmente diffuse sono battute del tipo “stiamo vivendo una distopia”, “sembra di essere in un film” e altro del genere. D’altronde, come ha sostenuto Slavoj Žižek a proposito dell’11 settembre, il reale si conforma sempre più all’immaginario, ma per restare sopportabile e persino paradossalmente godibile il reale deve restare lontano, trasfigurato sullo schermo. Continuare a ripetere che ciò a cui stiamo assistendo – dagli attentati dell’11 settembre a quelli al Bataclan e a Manchester, dalla crisi economica del 2008 alla pandemia in corso – è la realizzazione dell’immaginario distopico è un errore logico, un ossimoro concettuale. Per definizione l’immaginario è ciò che segna in anticipo l’orizzonte del nostro agire e del nostro pensare e allo stesso tempo – e proprio per le stesse ragioni – è quanto di più lontano dal reale. In altri termini: la realtà comprende quel reale che può ispirarsi alla distopia solo a partire dal fatto reale e immaginario non possono e non potranno mai coincidere, pure quando si assomigliano molto.

Dunque, un doppio abuso che sorge da una comune origine: è questo il paradosso che si “afferma” quando si riconosce che il nostro presente è distopico nel senso che somiglia allo stesso universo narrativo che negli ultimi anni si è modellato sulle catastrofi reali per dipingere le proprie distopie. Ma è proprio nello iato che si apre nella mancata coincidenza tra immaginario e cronaca che la distopia rivela il suo aspetto regressivo e acquietante: proprio perché la distopia è per definizione peggiore di quanto accade, l’ideologia distopica rasserena gli animi convincendomi del fatto che le cose potrebbero andare molto ma molto peggio. È evidente a tutti che l’attuale pandemia di Covid-19 non è lontanamente paragonabile a quanto abbiamo visto al cinema in Virus Letale o in Contagion, così come Trump al governo degli Stati Uniti non è l’istituzione di Gilead di The Handmaid’s Tale.

La distopia ci aiuta ad accettare la realtà e ad affrontarla lucidamente, per queste ragioni, non è appropriato parlare di “distopia” a proposito di Black Mirror. Il fascino e il potenziale attrattivo di Black Mirror è proprio di essere estremamente vicina a noi, troppo prossima per sancire lo iato della narrazione fantascientifica, e forse è il tratto che la rende assai più inquietante.

In Black Mirror infatti raramente si specifica l’anno di ambientazione: si tratta di futuri prossimi o di “presenti” lievemente spostati in avanti. Si tratta del punto in cui il circuito orbitante dei fuochi della realtà e dell’immaginario raggiungono il punto di quasi-coincidenza, il punto in cui la distopia slitta verso l’ucronia in un ulteriore paradosso temporale.

Per ucronia si intende la costruzione storico-fantastica, costruita sul modello “come sarebbero andate le cose se…”. Al contrario della distopia, l’ucronia riguarda soprattutto il passato: pensiamo all’ucronia più diffusa, quella in cui a vincere la seconda guerra mondiale sono state le forze dell’Asse come in The man in the high castle (dal genio letterario di Philip Dick, poi divenuta una serie).

Oppure pensiamo agli anni 80 raccontati da Alan Moore in Watchman che quando venne realizzato il fumetto rappresentavano il “presente”, insistendo sulla dimensione più accattivante che è alla base del fascino ucronico: come sarebbe il nostro mondo se ecc. ecc.

L’ucronia non deve essere necessariamente catastrofista o drammatica: è il caso per esempio di For All Mankind, la serie Apple TV firmata da Ronald D. Moore (uno dei principali autori di Star Trek) che racconta come sarebbe cambiata la corsa alla scoperta dello spazio se fossero stati i sovietici i primi a raggiungere la Luna, con tutto ciò che questo avrebbe comportato nella società e nella politica americane. Seppur anche qui sembra di assistere a una sorta di plot distopico, in realtà l’ucronia di Ronald (e non Alan!) Moore è estremamente positiva, lucida e calibrata.

L’ucronia potrebbe persino diventare utopistica – e questo non significa affatto che in tal caso sia più rasserenante, perché farebbe segno al nostro fallimento reale nel momento che abbiamo seguito l’alternativa sbagliata. In un modo o nell’altro, perciò, l’ucronia ha un risvolto drammatico, ma lo esprime soprattutto nel suo versante distopico, per esempio in 22.11.63 di Stephen King dove intervenire in un viaggio temporale per fermare l’omicidio di JFK non significa affatto garantire ai posteri un avvenire migliore, ma contribuire alla fine del mondo.

Arriviamo così all’acclamata serie della BBC Years and Years firmata da Russell T. Davies, showrunner del Doctor Who degli anni 2000 e perciò esperto di paradossi temporali e viaggi nel tempo. Oltre a confermare un’affezione tipica dei britannici nei confronti delle distopia – forse perché nella storia moderna sono quelli che non hanno mai vissuto la dittatura o l’invasione straniera, e perciò proiettano questo elemento nella fantascienza – Years and Years è un prodotto estremamente interessante se interpretato nell’ottica del nostro presente e della nostra drammatica cronaca.

Girata nel 2018 e uscita nel 2019, Years and Years racconta le vicende dei membri di una famiglia nell’arco di 15 anni, a partire da quando nel 2019 l’America di un Trump a fine mandato sgancia una bomba atomica in territorio cinese scatenando se non una Guerra Mondiale, una catena di fatti drammatici (crisi economica e politica, dilagarsi di nuovi fascismi e di populismi, persecuzioni, smanie transumaniste). A rendere angosciante e perciò stesso efficace la narrazione di Davies è sicuramente il realismo delle vicende all’interno di una visione certamente nichilista del nostro mondo.

La serie esce sulla BBC nella primavera del 2019, mentre esce in Italia a marzo del 2020, in coincidenza con la fase più drammatica della diffusione della pandemia. Abbiamo a che fare con un’ucronia? Certo che sì, dal momento, che ci racconta come sarebbe stato il 2021 in un universo parallelo.

Years and Years racconta come sarebbe potuto essere il presente non-pandemico ed è qui che si esprime il suo potenziale riscatto ideologico (paradossalmente non nichilista, ma persino “ottimista”). Soffrire per la disgrazia reale deve implicare anche la consapevolezza (struggente e sofferta, d’altronde) che le cose sarebbero potuto essere come l’immaginario ci racconta, questo è il potenziale emancipativo della distopia. In altri termini, il Covid-19 sarebbe potuto essere come il MEV-1 di Contagion (tasso di diffusione e moralità, età media del contagio, coinvolgimento del sistema nervoso oltre ai polmoni…), e d’altronde il nostro presente senza virus sarebbe potuto essere come l’universo tragico e angosciante di Years and Years.

La serie dal punto di vista della scrittura presenta palesi ingenuità: il momento rivoluzionario e il riscatto dal basso provengono per mano della libera iniziativa dei membri della famiglia Lyons, che è quanto abbiamo visto in V per Vendetta quando la prospettiva ideologica per cui il presente reale deve essere accettato rispetto a un presente alternativo assai peggiore, viene potenziato dal mito per cui l’ordine oppressivo e lo status quo possano essere sovvertiti senza violenza: concezione perfetta per il mantenimento delle condizioni di sfruttamento.

E d’altronde, se la serie denuncia la deriva del controllo algoritmico dei big data e lo snaturamento della condizione umana in chiave futuristica, poi è paradossale che proprio attraverso gli smartphone e i social network si riesca a far crollare il sistema.

Coloro che hanno assistito alla morte varcare lo schermo e la linea dell’immaginario per invadere lo spazio della vita reale, non potranno trovare conforto nella serie di Davies. Per tutti gli altri, però, che grazie al cielo sono la maggioranza, per i quali la morte e la tragedia sono rimasti fattori esterni, raccontati, non vissuti in prima persona, allora Years and Years è lì a ricordarci, qualora ce ne fosse bisogno – ma ce n’è e ce ne sarà sempre bisogno – che le cose potrebbero essere persino peggiori di come sono.

Years and Years
Paese Regno Unito
Autore Russell T. Davies
Anno 2019
Distribuzione italiana Starz Play
con Emma Thompson, Rory Kinnear, T’Nia Miller, Russell Tovey, Jessica Hynes

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