Opposizione, manicheismo, realismo e ribaltamento morale

Nel 1978 Stephen King, giovane e già affermato prodigio della letteratura horror, pubblica un voluminoso romanzo post-apocalittico, nel quale un supervirus stermina la razza umana lasciando pochi sopravvissuti a fronteggiarsi. L’ombra dello scorpione, così tradotto nell’edizione italiana, avrebbe attraversato quarant’anni di cultura contemporanea e postmoderna, rideclinandosi e ridefinendosi a partire dai mutamenti socioculturali.

Lo stesso King rimette le mani sul romanzo per un’edizione ampliata negli anni ’80, aggiungendo un epilogo assai efficace, poi rimodula l’ambientazione spostando i riferimenti temporali creando non poca confusione e generando anacronismi anche goffi. Negli anni ’90 esce una miniserie Tv, interpretata tra gli altri da Gary Sinise, poi una pandemia catastrofica arriva sul serio e sconvolge la vita di tutto il mondo: nessuna occasione migliore per rispolverare il classico di King per una nuova edizione, nonché una nuova produzione seriale targata CBS, con James Marsden, Alexander Skarshard e Whoopi Goldberg, e in Italia distribuita da Starz Play.

Stephen King, schieratosi negli ultimi anni come tutto il mondo dello star system americano (più o meno intellettuale, ma questo poco conta) liberal-progressista contro il “mostro infernale”, concreto e reale, Donald Trump, si è reso disponibile a intervenire sul suo classico per scriverne un finale ulteriore, non presente nelle varie edizioni del romanzo, che potesse anticipare l’epilogo “Il cerchio si chiude” che attesta l’immortalità del male rappresentata da quel Randall Flagg che dominerà gran parte dell’immaginario kinghiano.

The Stand è il “fondamento”, ciò che sostiene tutto il resto, il principio dietro al quale non c’è altro perché è nella condizione di sostenere tutte le forze del cosmo: come ci viene mostrato nel nono episodio, quello finale, il fondamento duale del cosmo si riflette nell’anima di ciascuno di noi. Dicevamo, per quanto L’ombra dello scorpione sia un titolo niente male, The Stand risulta più potente ed efficace perché più essenziale e perché si tratta di un ossimoro rispetto allo schema narrativo di fondo: se il fondamento è uno, le forze che si scontrano nel romanzo e nella serie sono due. Si tratta infatti dello schema oppositivo classico, proprio della maggior parte della letteratura e del cinema popolari e di genere, che affondano le loro radici nel dualismo manicheo: nell’universo si fronteggiano da sempre due forze opposte, che si contendono il controllo totale, il Bene e il Male.

Al di là dei poderosi tentativi dei Padri della Chiesa, delle scomuniche e delle condanne di eresia succedutesi nel tempo, in realtà l’idea del fondamento duale nell’immaginario collettivo ha continuato a persistere ben oltre la dottrina di Mani del III sec. Forse è qualcosa che appartiene alla nostra struttura cerebrale e alle modalità del nostro pensiero, fatto sta che lo stesso cristianesimo, cattolico, protestante o ortodosso che sia, ha continuato a mettere in opposizione forze del bene e forze del male per quanto poi la teologia si contorcesse per tentare di spiegare come fosse possibile che il fondamento, Dio, fosse e restasse uno.

I “neoteologismi popular” nella scrittura di Neil Gaiman, traferiti in ambito seriale, insistono proprio su questo: in una riconfigurazione nell’attualità, angeli e demoni, vecchie divinità e nuove divinità si fronteggiano, se non fosse che il personaggio che fa saltare lo schema classico duale è proprio il Diavolo, Lucifer. Sì perché Lucifero, archetipo del male assoluto, rivela un’anima, si scopre uomo, dimostra di avere più ragioni rispetto alla condanna eterna inflittagli dal padre; il Diavolo diventa il maestro della disobbedienza, come ha raccontato Stefano Scrima nel suo pamphlet L’arte di disobbedire raccontata dal diavolo, e la disobbedienza è momento di emancipazione positiva.

Questo perché, il dualismo strutturale Bene vs Male non è affatto un fondamento ingenuo: come ci ha insegnato il cinema di Clint Eastwood – il cui reazionarismo repubblicano coincide proprio con tale operazione – lo schema può essere ribaltato, i buoni rilevarsi cattivi e viceversa, l’importante però è che resti lo schema di fondo, come in tutta la gloriosa tradizione del cinema di genere. Perciò il dualismo diventa un vortice, i due principi fuochi di una spirale che rotea continuamente, perché i principi saldi della moralità possono venire smentiti. Ma, nel loro roteare, i principi restano due e in opposizione – e ne abbiamo parlato a proposito di Cobra Kai.

La cultura postmoderna, per dirla con Jean Baudrillard, ha tentato e sta tentando in ogni modo di abbattere l’opposizione duale, di ricondurre la dualità a un monismo che sarebbe la soppressione di ogni tensione vitale per la salute di una società: per questo che, seppur possa apparire ingenua la struttura narrativa basata sui buoni e sui cattivi, oggi resta quanto mai necessaria a tenere vivido il senso morale e critico dinanzi ai fatti del mondo.

The Stand ci racconta che alla fine di tutto, dopo la fine del mondo, dopo la vittoria dei buoni, il male è stato solo rimandato, perché il bene stesso non potrebbe esistere senza il male e viceversa (ce lo hanno insegnato Paolo nella Lettera ai Romani nonché la saga de Il cavaliere oscuro): il fondamento è duale ma è sempre riconfigurato e complesso, e d’altronde il mondo di New Vegas comandato e governato da Flagg è una parodia parossistica dell’edonismo immorale che avrebbe caratterizzato gli anni 80 (il romanzo è della fine degli anni 70).

Dualismo e monismo così finiscono per coincidere: infatti è indubbio che tutto provenga da un unico principio, e ciò significa che i cattivi nella vita hanno le loro ragioni per ritenersi buoni o farsi ritenere buoni da alcuni e non da altri. Ma il “tutto è relativo” è la condanna della morale come possibilità di scelta: questo il pericolo della narrazione fantastica quando insiste sul relativismo per risultare più “realistica”. Quando la narrazione non è strutturata secondo le rigidità dei generi, allora questo principio diventa essenziale: in I may destroy you, serie acclamata HBO dell’autrice Michaela Coel, il tentativo serio e delicato è quello di destrutturare dall’interno il manicheismo del politicamente corretto.

Tornando a The Stand, che nelle immagini della serie il “male” venga rappresentato con gli eccessi slegati da qualsiasi controllo etico, con il mito del libertinismo individualista e del godimento sfrenato, inquadra paradossalmente King nel profilo del “conservatorismo liberal”. Un altro paradosso: ma alla fine degli anni 70 e negli anni 80, dal punk in poi, l’emancipazione passava per la distruzione, per la sovversione dei criteri della tradizione. E quel mondo, sarebbe inutile ricordarlo, è l’altra faccia del mondo dell’edonismo arrivista incarnato dalla parabola di Trump: gli estremi finiscono per coincidere e poi continuano a girare, la spirale continua a vorticare, anche all’indomani dei virus e delle esplosioni atomiche.

The Stand
Paese USA
Autori Benjamin Cavell, Stephen King
Anno 2020-2021
Distribuzione italiana Starz Play
con James Marsden, Amber Heard, Greg Kinnear, Odessa Young, Whoopi Goldberg, Henry Zaga, Alexander Skarsgård

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