Il mondo lasciato ai ragazzini

Trasponendo un suo stesso romanzo del 2015, lo scrittore e neo-regista Niccolò Ammaniti con Anna immagina un mondo post-apocalittico allegorico e infantilizzato, prospettando scenari e avvenimenti imprevedibilmente vicini a quelli creati dal Covid-19.

Più volte rimandata a causa della pandemia, che aveva bloccato le riprese e con la quale la trama della serie presentava fin troppe affinità perché fosse prudente farla uscire nel pieno dell’emergenza, Anna adesso è finalmente disponibile su Sky e su NOWTv, la nuova serie di Niccolò Ammaniti, scrittore scopertosi regista.

Con Il miracolo, racconto corale della scoperta di una statua della Madonna che, in contrasto con tutte le leggi della fisica, piange sangue, Niccolò Ammaniti al suo esordio nella fiction, affiancato da altri due registi, aveva portato in televisione una storia originale e con ben pochi epigoni nel mondo seriale o cinematografico dai tempi di Ordet di Dreyer. Con Anna invece Ammaniti traspone, in autonomia registica, un proprio precedente romanzo e, quel che forse è ancora più saliente, nel praticare un genere per certi versi più circoscrivibile – un racconto di formazione adolescenziale calato in un contesto apocalittico – tanto è attento nel non rifarsi a nessuno specifico precedente televisivo e cinematografico quanto si diletta nel cospargere la serie di rimandi alla letteratura e al mito. Se Il miracolo di Niccolò Ammaniti è forse una delle serie meglio riuscite e più profonde di tutta la produzione seriale italiana, Anna forse non arriva allo stesso livello di seminalità, ma nondimeno è ricca di motivi di interesse che vanno bel al di là della curiosa coincidenza che ha fatto sovrapporre le riprese della serie con la pandemia.

Il contesto in cui Anna è ambientato è in effetti quello di un mondo in cui la civiltà è stata messa in ginocchio dal dilagare di una pandemia, la Rossa, che uccide gli adulti e lascia vivere i bambini solo fino all’arrivo dell’adolescenza. Qualche flashback, che puntella la narrazione di tutti e sei gli episodi della serie, fa luce sui momenti iniziali della diffusione del virus, ma gran parte della storia si concentra sul dopo, su un’inedita Sicilia post-apocalittica dove si forma una nuova pseudo-società, interamente infantile. La protagonista della serie, la title character Anna, tredicenne, vive assieme al fratellino Astor, nella consapevolezza di avere ancora pochi mesi da vivere ma anche nella ferma intenzione di proteggere il fratellino a tutti i costi. Quando Astor viene rapito da una banda di bambini i Blu, Anna si metterà senza esitazione alla sua ricerca dopo i contrasti con l’appena trovato amico Pietro.

Se Il miracolo era un dramma a sfondo religioso misurato, in cui il sovrannaturale dell’evento centrale che dava il titolo alla serie era sapientemente mediato da una concretezza e da un realismo di insieme che rendevano credibile ogni inquadratura della Madonna piangente, con Anna Niccolò Ammaniti lascia piacevolmente andare ogni fantasia e, descrivendo con così tanta precisione il mondo distopico della Sicilia dopo la Rossa al punto di farlo apparire sinistramente credibile allo spettatore, replica in una forma nuova quel realismo dell’eccezionale che aveva fatto la forza della sua prima serie. Forse anche per appoggiarsi a un nucleo archetipico facilmente identificabile per i telespettatori, rispetto a Il miracolo, salta all’occhio come in Anna Ammaniti abbia compiuto una rielaborazione originale di svariati archetipi narrativi, mitologici e letterari che si incrociano fra loro lungo i sei episodi della serie.

Il Signore delle mosche, tanto il libro di William Golding quanto la sua trasposizione cinematografica a firma di Peter Brook, è un’inevitabile pietra di paragone, consapevolmente abbracciata da Ammaniti, che dal romanzo (forse il primo a immaginare con così tanta lucidità un mondo lasciato ai ragazzini), sembra trarre molte situazioni e caratterizzazioni dei personaggi, radicalmente estranei a ogni ideologia dell’infanzia come periodo dell’innocenza dell’uomo. Altre citazioni, meno generalizzate ma anch’esse molto chiare, si rifanno a una lunga serie di libri classici della letteratura per bambini e ragazzi, e in particolare a Pinocchio e a Il mago di Oz; ma più volte nella serie trovano spazio anche guardiani della soglia kafkiani che teorizzano come nell’anarchia possa essere legale anche a fare leggi personali.

Ambientato in una Magna Grecia mai così post-apocalittica, in un tratto di terra sicula che si estende da Palermo allo Stretto di Messina passando per l’Etna, Anna sa dialogare anche con la storia più antica del territorio, trasportando alcuni elementi del mito direttamente in questa dimensione post-moderna. Esplorando il mondo distopico che circonda la disastrata Palermo post-pandemia, Anna assolve a una funzione simile a quella che Adorno e Horkheimer riconoscevano all’Ulisse omerico rispetto ai mostri e alle altre creature leggendarie che abitavano il Mediterraneo: se il mito consiste in una ripetizione sempre uguale, nell’applicazione cieca e meccanica di una norma o usanza come quella che vedeva il mostro a sei teste Scilla mangiare tutti i marinai che incautamente passavano davanti al suo scoglio, con il gorgo Cariddi che si premurava di inghiottire i pochi superstiti e sinanche le navi, Ulisse è l’eroe che smonta questa ciclicità inaugurando il “moderno”.

Allo stesso modo Anna, in più occasioni nel corso della serie, e soprattutto quando si reca alla corte della sadica Angelica, riesce contro ogni aspettativa a violare le norme e le regole imposte dai bambini e pre-adolescenti che, in grado di primeggiare sugli altri per ragioni fisiche o psicologiche, erano riusciti a imporre una sorta di loro piccolo potentato su minuscole fette della Sicilia – moderni ciclopi alti un metro e quaranta ma altrettanto pericolosi per la protagonista e per il suo fratellino.

Il personaggio androgino interpretato da Roberta Mattei, e che proprio in virtù del suo “gender” è apparentemente l’unico adulto salvatosi tanto da essere chiamato dai bambini della corte di Angelica la Picciridduna, appartiene poi al mitologico esplicito e, se il confronto non è incauto, non appare diversa dal Tiresia della Waste Land di Eliot, che, nel naufragio dell’Occidente, «pulsando tra due vite/vecchio con avvizzite mammelle da donna», rappresentava una delle ultime propaggini di puro mito nel mezzo di quel pullulare di citazioni, imitazioni, parodie e decostruzioni di ogni archetipo che caratterizzava i versi del poema.

La forza maggiore di Anna sta nella rappresentazione di questo mondo dove l’infanzia è lasciata in una completa balia di sé stessa, senza freni, libera anche di esternare il suo sadismo e la sua cattiveria, quando vuole. Alcuni romanzi e film apocalittici e post-apocalittici si sono in qualche modo interrogati sulle fondamenta della civiltà umana e sulle sue potenzialità di ricostruzione: l’attenzione di Ammaniti non va tanto in questa direzione, quanto nel rivelare, magari sotto la forma di una parodia, come le strutture sociali in fondo si mantengano anche dopo l’emanazione di una crisi.

Nel mondo di Anna i bambini già conoscono i sadismi del potere, già sanno come essere dei piccoli, capricciosi tiranni. Cercano ancora di imitare i grandi, ma non i grandi come portatori di un messaggio educativo, al limite i grandi che venivano visti in tv, i giudici di Masterchef, imitati in una delle scene più enigmatiche e geniali della serie, e in generale tutti i grandi che hanno inculcato, nei bambini, una visione un po’ distorta del concetto di esibizione. Il mondo di Anna allora è consequenzialmente infantilizzato su più livelli, anche in termini di scenografia e oggetti di scena, con una presenza predominante e quasi sinistra dei giocattoli, e di cibo di vario genere mangiato ingordamente nonostante la sua penuria. Svariate sono le scene di festa, soprattutto alla corte di Angelica, dove questo festeggiare rivela tutti i suoi risvolti apocalittici, esorcistici, apotropaici e in ultimo disperati, e si risolve in tragedia. A quest’atteggiamento edonistico, comprensibile in una manciata di bambini che si aspettano di morire nel giro di pochi mesi o di anni sancendo l’estinzione definitiva dell’umanità, si contrappone l’atteggiamento testardo e, nel senso classico del termine, eroico di Anna, che una volta recuperato il fratellino si dedicherà a una vera e propria ricerca della terra promessa al di là dello stretto di Messina.

Dopo Il miracolo con Anna Niccolò Ammaniti conferma di essere un regista autentico, non tanto per la costruzione delle inquadrature quanto per la visionarietà della scrittura, per le immagini di impatto e per la capacità di mettere assieme i vari reparti in una visione di insieme unica. Magnifici poi sono i paesaggi della Sicilia centrale e nord-orientale, fotografati da Gogò Bianchi con una pasta inedita, funzionale a un racconto in cui il futuro perde le sue coordinate. Progetto marcatamente italiano con un deciso appeal internazionale, Anna non è che l’ennesimo rimpianto per ciò che la nostra penisola potrebbe dare, al cinema e in televisione, in termini di realismo magico – e che, per tradizioni produttive e distributive decisamente troppo consolidate, fino all’arrivo di un Niccolò Ammaniti o un Gabriele Mainetti, resta irrealizzato.

Titolo: Anna
Regista: Niccolò Ammaniti
Sceneggiatura: Niccolò Ammaniti, Francesca Manieri
Attori principali: Giulia Dragotto, Alessandro Pecorella, Elena Lietti, Roberta Mattei, Giovanni Mavilla
Scenografia: Mauro Vanzati
Fotografia: Gogò Bianchi
Montaggio: Clelio Benevento
Costumi: Catherine Buyse
Produzione: Sky Studios, Wildside, Arte France, Fremantle, Kwaï, The New Life Company
Distribuzione: Sky, NOWTv
Durata: 325 minuti per sei episodi
Genere: drammatico, fantascientfiico
Uscita: 23 aprile 2021

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