Lo sguardo nostalgico e l’oblio della morte e del dolore

Cobra Kai è un progetto seriale efficace quanto semplice, un’idea che gli autori Jon Hurwitz e Hayden Schlossberg avevano già sviluppato in ambito cinematografico nel 2012 con American Pie: Ancora insieme. Si tratta di realizzare dei sequel di prodotti cult di un passato ormai “remoto” per le tempistiche e le cronologie del mondo dello spettacolo.

Non si tratta di episodi di una saga, ma della riemersione di saghe ormai concluse che tornano in auge, che non si basano sulla eventuale ellissi della temporalità diegetica, ma che fanno riferimento al lasso di tempo reale e concreto che appartiene tanto all’universo dello spettatore quanto a quelle della narrazione.

Spieghiamo meglio: se Cobra Kai fosse semplicemente un sequel di Karate Kid, come accaduto spessissimo nella storia del cinema, si sarebbe potuto realizzare nel 2018 un film ambientato negli anni 90, ovviamente reclutando altri attori rispetto a quelli originali. Qui il punto è un altro: i 34 anni trascorsi da Karate Kid sono gli stessi tanto nell’universo finzionale quanto in quello reale, e non è un caso che gli attori siano gli stessi.

In mezzo? In mezzo, ovvero nello spazio-tempo obliato dal gigantesco salto, c’è niente o poco di significativo…

Qui si trova la ragione del successo della serie, nonché il suo carico di struggimento malinconico, che è stato intuito brillantemente non a caso da Will Smith, uno dei produttori esecutivi della serie, icona dei primi anni 90 e che non a caso ha fatto dell’ “industria del rimpianto” e del mito nostalgico un carattere distintivo (più o meno cosciente).

Perché esattamente di questo si tratta: una delle caratteristiche della cultura degli ultimi decenni è quella del “perenne sguardo retrospettivo” come ha voluto definirlo Simon Reynolds nel suo brillante libro Retromania. Nella musica pop e rock, il passaggio dagli anni Novanta ai Duemila riflette l’emanazione e l’espressione più chiara e dirompente della diffusione di un profondo senso di scoramento collettivo che vincola le generazioni adulte al rimpianto se non persino al rancore. Come afferma Mark Fisher, la nostra è “una cultura piagata da un eccesso di nostalgia, schiava della retrospezione e incapace di dare vita a qualsivoglia novità autentica. […] Incapacità di produrre ricordi nuovi: eccola, la formulazione essenziale dell’impasse postmoderna”.

Da un lato è innegabile che il pubblico fandom di Cobra Kai siano i membri della Generazione X, dall’altro Cobra Kai è riuscito a sedurre anche i Millenials, che hanno recuperato la narrazione originaria attraverso una visione a distanza nel tempo. Ciò che percepiscono coloro che neppure erano nati quando uscirono i film di Karate Kid, è che Cobra Kai non è un semplice sequel, ma una narrazione capace di fronteggiare la catastrofe del presente. Allora, chi ricorda il proprio sé bambino affascinato dalle gesta eroiche di Daniel La Russo può ritrovare un ambito nel quale rifugiarsi, proiettandosi nell’epoca in cui tutto era più semplice, chiaro, definito; chi non conosce Karate Kid può compiere una proiezione psicologica simile, rimpiangendo un’epoca che può essere facilmente mitizzata perché mai esperita, essendo antecedente alla propria nascita.

Le ragioni del successo di Cobra Kai sono le stesse di quelle di Stranger Things, seppur siano forme di “retromania” differenti.

Stranger Things, infatti, è ambientata negli anni ’80, perciò la retromania si configura nei termini del “vintage”; in Cobra Kai, un arco di tempo di tre decenni viene fulmineamente omesso in un salto che lascia intendere che in quell’universo – ma in fondo nella nostra stessa penosissima vita! – forse in mezzo non c’è stato nulla di realmente significativo! La vita dei personaggi sono in diretta continuità con gli anni in cui erano adolescenti: bastano pochi elementi per riassumere cosa è accaduto nel frattempo, ciò che invece ha decretato l’orientamento delle loro esistenze presenti è ancora lì, ben radicato negli anni 80.

Come afferma Raffaele Gavarro in L’arte senza l’arte: “Il vintage in tutte le sue manifestazioni è l’ennesimo tentativo di esorcizzare la morte, l’esemplificazione di come tutto sia riattualizzabile con la finalità di rendere contemporanea qualsiasi cosa ci piaccia del passato ma senza il suo carico culturale, e quindi senza le implicazioni che in tal senso  comportava la cultura postmoderna, a dimostrazione della capacità rivitalizzante di cui oggi siamo capaci verso le cose e verso noi stessi”.

Anche Cobra Kai, per quanto non sia un prodotto vintage (perché ambientato nell’oggi) è un tentativo di esorcizzare la morte: ci si picchia molto, ci si fa male, si va in coma e si può restare feriti, ma non si muore.

La morte se è presente non è elemento diegetico al quale si assiste, è uno dei tanti riferimenti, e anche il dolore non è proporzionato ai gesti performativi che vediamo e ai colpi che i ragazzini si infliggono. Di morte e di dolore ce ne sono fin troppi fuori dalla finestra: sempre Gavarro: “Se non possiamo sconfiggere la morte, perlomeno possiamo renderla un’opzione visiva non determinante nel nostro presente”.

Ma c’è un ulteriore elemento, forse quello più importante, che rende assai più affascinante Cobra Kai: la sconfitta della morte con cosa è stata pagata? La proiezione in un universo in cui noi adolescenti di allora ci specchiamo negli adolescenti di oggi, in cerca di conforto nell’universo parallelo, determina anche una radicale ricomprensione celle categorie morali di riferimento. Il cinema degli anni ’80, d’altronde, era costruito sullo schema classico e senza appello: ci sono i buoni, e ci sono i cattivi.

Il vintage è una “piega”, un labirinto, una serie infinita di pieghe: tutto si confonde, è anche in Cobra Kai il passaggio alla contemporaneità, col salto dei 34 anni, mostra una realtà più complessa, labirintica, senza dubbio smorzata dal tono scherzoso e dall’assenza di morte e autentico dolore. Sono le due forze che si bilanciano: la nostalgia nei confronti di un tempo ormai definitivamente trascorso, dove probabilmente tutto era più chiaro e comprensibile (buoni vs cattivi), ma dove tale definizione morale si pagava con la morte. Oggi, proprio nella nostra volontà di annullare il dolore e la morte per dirla con Byung-chul Han, il prezzo da pagare è il caos.

Strano parlare di caos a proposito di Cobra Kai, talmente godibile, lineare e affascinante è il racconto, ma si tratta di un gioco di pieghe infinito: il piano-sequenza memorabile che chiude la seconda stagione, ovvero la scena della rissa a scuola, è proprio la messa in scena di tale labirinto, dove le parti si ribaltano, di continuo.

Ci affezioniamo a tutti. Anche a coloro che in altre epoche avremmo condannati come villains: non solo Johnny Lawrence, ma persino John Kreese nella terza stagione accenna tratti di umanità che annunciano e determinano ulteriori pieghe alla narrazione. Un nuovo cattivo senza appello, ma solo temporaneamente, che determina sempre nuovi posizionamenti nei personaggi della serie.

E d’altronde, il più ampio labirinto di pieghe è proprio internet e i social media, una realtà indistricabile che Johnny, decisamente “vintage”, non riuscirà mai a comprendere fino in fondo. E non è un caso che Cobra Kai nasca come produzione YouTube.

Quello che noi spettatori riusciamo a fare oggi, grazie anche al montaggio alternato, è ripensare all’ingenua dicotomia strutturale di Karate Kid, che continua ad alimentare una buona parte dell’immaginario contemporaneo nonché l’assillo della political correctness: le cose sono più complicate di come pensavamo fossero da ragazzini, e ora da adulti questa tragica consapevolezza viene bilanciata e ammansita da una realtà depurata da dolore, dove i losers riescono ad avere la loro rivincita con i bulli, fino a quando bulli e losers non si scambiano le parti e non si contorcono in una nuova “piega”.

Cobra Kai
Paese USA
Autori Jon Hurwitz, Hayden Schlossberg, Josh Heald
Anno 2018 – in corso
Distribuzione italiana Netflix
con William Zabka, Ralph Macchio, Xolo Maridueña, Mary Mouser, Tanner Buchanan

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