Una serie per onorare il passato, fotografare il presente e scolpire il futuro

Nel 1997 nasceva, dalle spoglia di un film che di successo non ne aveva avuto, una serie tv divenuta epocale.

Locandina BuffyO meglio, nel 1997 veniva trasmesso il pilot di Buffy L’Ammazzavampiri sul network americano WB (ora, grazie all’unione con UPN, conosciuto come The CW).

«Se arriva l’apocalisse, chiamami» – Buffy Summers, Never kill a boy on the first date (1×05).

L’idea di trasformare il lungometraggio del 1992 con protagonista Kristy Swanson nel ruolo di Buffy (a cui si affiancava il compianto Luke Perry, che nel film interpretava Pike, il ragazzo della cacciatrice) in uno show televisivo si rivelò, come tutti ormai sappiamo, vincente.
Joss Whedon, narratore di terza generazione (nonno, padre e persino fratello e cognata rientrano nella categoria) e creatore del personaggio e della storia dell’Ammazzavampiri, si era allontanato dal progetto cinematografico dopo che la sua sceneggiatura subì eccessive modifiche e riscritture, ma tornò in prima linea per quello televisivo.

L’idea alla base di Buffy prevedeva una giovane ragazza destinata a combattere le forze del male che cerca di districarsi tra la sua missione e la vita quotidiana, utilizzando, come dichiarato dallo stesso Whedon, l’elemento horror come metafora dell’inferno che può essere il liceo per un adolescente.

Ma Buffy era molto di più che un semplice teendrama in chiave horror.
Radicato nella realtà quotidiana, lo show che ha, se non lanciato, sicuramente contribuito enormemente allo sviluppo delle carriere di illustri nomi del panorama televisivo e cinematografico – dagli attori protagonisti e secondari, come Sarah Michelle Gellar, James Marsters, Alyson Hannigan, agli sceneggiatori/produttori/registi che vi hanno lavorato, come Drew Goddard, Steven S. DeKnight, Jane Espenson o Marti Noxon – si nutriva di un folto sottotesto e una ricca mitologia fantasy per illustrare una realtà che ne diventava immediatamente co-dipendente, andando a formare un racconto fluido, intenso e altamente godibile (anche) perché sempre credibile, poiché era l’esperienza umana a essere al centro di tutto.

Buffy 1

«Per ogni generazione c’è una prescelta che si erge contro i vampiri, i demoni, e le forze del male… Lei è la cacciatrice!»

Buffy (Sarah Michelle Gellar), la bionda quindicenne che ha sovvertito ogni cliché di genere -proprio come lo show di cui era protagonista – era solo il primo dei tanti personaggi dinamici, a tutto tondo, mai scontati, ma sempre identificabili, e con cui era estremamente facile rapportarsi che popolavano la serie.

Tra ribaltamenti di stereotipi – che si estendevano poi alla maggior parte dei personaggi e delle situazioni – e aderenza alla mappa tracciata dal canonico percorso dell’eroe – convenientemente modificato e modellato a seconda delle esigenze -, Buffy affrontava ogni giorno (e ogni notte) le sfide della vita, sovrannaturali o meno che fossero – non c’era nulla di sovrannaturale nella morte di Joyce (Kristine Sutherland), la madre di Buffy, in uno degli episodi maggiormente acclamati della serie, The Body (5×16) – e lo faceva come una normalissima adolescente avrebbe fatto, salvo che nelle occasioni in cui erano richieste le sue capacità fuori dall’ordinario. Perché al di là dell’essere la prescelta, al di là dell’avere a che fare con un’ampia varietà di rappresentazioni del male in tutte le sue sfumature, la ragazza era, per l’appunto, una ragazza, intesa come giovane umana con una forza (interiore) e una vulnerabilità paragonabili a quelle di ognuno di noi. Buffy aveva degli amici, Buffy si innamorava, si arrabbiava, si divertiva (o almeno ci provava), Buffy voleva andare al ballo scolastico, voleva frequentare università. Quando c’era bisogno di soldi per sopravvivere, Buffy lavorava come cameriera o come commessa in un fast food. E quando c’era bisogno di salvare il mondo, eccola lì, pronta a guidare le forze del bene, per quanto diluite potessero essere queste a volte.

Perché nello show di Whedon il male non era mai assoluto, come non lo era il bene. Seppur non mancassero i Big Bad in ogni stagione, seppur non si facesse a meno delle più canoniche rappresentazioni di una cattiva condotta, era proprio questa a determinare cosa era giusto e cosa era sbagliato. Non era l’essenza a caratterizzare la natura di un personaggio, ma le azioni che esso compiva. Gli esempi più lampanti, forse, sono tutt’oggi Angel/Angelus (David Boreanaz) e Spike (James Marsters), ma anche Willow (Alyson Hannigan): due vampiri e una strega – no, non è una barzelletta – che non potrebbero essere più lontani, e al tempo stesso più rappresentativi di tali definizioni. Ma che se ci soffermassimo a esplorare nel dettaglio, questa si trasformerebbe in una tesi, e non è quello per cui siamo qui oggi.

Buffy-AmmazzavampiriJoss e soci sapevano, a ogni modo, correre rischi. Rischi che a volte ripagavano il coraggio avuto nell’attuarli, altre forse meno. Ma sia nella forma sia nel contenuto, Buffy L’Ammazzavampiri ha sempre regalato un’esperienza unica per lo spettatore.

Ciò non vuol dire che non fossero messi in atto dei cliché, dei tòpoi già conosciuti e generalmente utilizzati nel campo.
Ma Buffy sapeva farli propri, sapeva rimodernarli e adattarli al contesto, pur rimanendo fedele alla tradizione.

E, strumentale nel far ciò, era il linguaggio della serie. Letteralmente.
Ogni personaggio dello show – in particolare i principali – aveva un suo distinto e riconoscibile modo di parlare, sapientemente forgiato dagli sceneggiatori – capitanati da Whedon – per formare un’organica innovazione a quella che poteva essere la maniera tipica di far parlare una storia e i suoi personaggi sullo schermo.
Sarcasmo e ironia connotavano una serie di invenzioni linguistiche, giochi di parole, ridefinizioni di termini, riferimenti alla cultura popolare, al cinema, alla letteratura… Dialoghi freschi, vibranti, pertinenti e mai gratuiti, che hanno enormemente influenzato il moderno discorso narrativo.

Caratteristica, dunque, che aggiunge complessità al mondo creato da Whedon. Un universo ricco di sorprese e twist originali di argomenti familiari, che si trattasse di episodi che cercavano di dare una loro interpretazione di temi più classici – Halloween, il Ringraziamento, il ballo scolastico – ma anche di personaggi della letteratura come Dracula, o di quelli che cambiavano completamente le carte in tavola a livello sia concettuale sia formale, come Superstar (4×17), di cui era Jonathan (Danny Strong), in una realtà alternativa, il protagonista; Restless (4×22), in cui l’intera narrazione avveniva attraverso i sogni dei personaggi; Buffy vs. Dracula (5×01), dove l’audience venne a conoscenza dell’esistenza di Dawn (Michelle Trachtenberg), la sorella di Buffy – abilmente anticipata da una serie di set-up che avrebbero poi trovato i loro pay-off nel corso della stagione, ma che nell’immediato fece dubitare il pubblico di non aver saltato qualche passaggio o episodio fondamentale, tale che fu la sorpresa -; o anche l’episodio musical, Once More, With Feeling (5×07).

Buffy 2

Ma potremmo andare avanti ancora a lungo, forse troppo. Potremmo parlare, ad esempio, della rappresentazione della sessualità nello show; potremmo parlare della ricezione dell’audience a della creazione di alcune tra le più animate fan community dei tempi; potremmo parlare del suo spin-off, Angel, del suo continuo a fumetti, o del remake che sembrerebbe essere in programma per i prossimi anni; potremmo analizzare l’impatto culturale della serie e l’influenza avuta nella produzione audiovisiva successiva (tra le “eredi” più dirette probabilmente Veronica Mars o anche Supernatural, per fare  un paio di nomi). Ma poi si farebbe già il 2021, e abbiamo da poco dato il benvenuto al 2020.
Per quest’anno, dunque, vi lasciamo così, augurandoci che magari, dopo quello che piace pensare essere stato un nostalgico viaggio per il viale dei ricordi di Sunnydale, tra i vostri buoni propositi per i prossimi mesi ci sia anche una bella maratona di Buffy L’Ammazzavampiri.

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