La serie Marvel che non ci aspettavamo

Nel 2012, nelle sale di tutto il mondo, arrivò finalmente The Avengers, il primo film corale dei Marvel Studios, destinato a rivoluzionare non solo il panorama cinematografico, ma anche quello televisivo. Fu proprio dalle “ceneri” della pellicola diretta da Joss Whedon, infatti, che nacque un’idea: raccontare la storia di un elemento chiave della mitologia Marvel a partire da un personaggio che apparentemente aveva già fatto il suo corso, ma che in realtà avrebbe dato ancora tanto ai fan del MCU. Stiamo parlando ovviamente dell’Agente Phil Coulson interpretato da Clark Gregg, e della serie TV di ABC Network dedicata a una delle organizzazioni principali dell’Universo Marvel, Agents of S.H.I.E.L.D.

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Nel documentario del 2014 Marvel Studios: Assembling a Universe, la prima menzione che trovate dello show ideato da Joss Whedon, Jed Whedon e Maurissa Tancharoen lo presenta come “un’opportunità di permettere ai fan delle visite settimanali nel mondo Marvel” e non potrebbe esserci descrizione più appropriata.

Ma se inizialmente Agents of S.H.I.E.L.D. rispondeva all’appello sotto le spoglie di un vero e proprio prodotto tie-in, che avrebbe seguito pedissequamente la continuity stabilita dai film, ci si è presto resi conto che, per cause di forza maggiore (principalmente dinamiche di produzione che mal si conciliavano con le tempistiche a disposizione), a un certo punto ci si sarebbe dovuti necessariamente discostare da questi e proseguire per la propria strada.

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Così, dopo gli eventi maggiormente legati alle pellicole – la ricomparsa dell’HYDRA e la conseguente caduta dello S.H.I.E.L.D. – che hanno finalmente portato a un riconoscimento a doppio senso della connessione tra i due medium (in Avengers: Age of Ultron viene sottilmente fatto riferimento al Team Coulson in un paio di occasioni), fino a quel momento piuttosto unilaterale, per Agents of S.H.I.E.L.D. arriva il momento di percorrere, in maniera graduale, nuovi e inesplorati territori.

Se chiedete a molti tra critici e fan dello show, vi diranno che è stato proprio questo l’elemento chiave che ha permesso alla serie di cui in pochi ne comprendevano la ragion d’essere di arrivare ad avere ben sette stagioni, una web-series (Slingshot), un “quasi spin-off” purtroppo mai realizzato (Marvel’s Most Wanted) e uno spin-off della durata di due stagioni (Agent Carter). Ma sarà davvero così?

La verità, come quasi sempre, sta nel mezzo, almeno per come la vediamo noi.

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Il format iniziale di Agents of S.H.I.E.L.D. prevedeva lo sviluppo di una storyline orizzontale seguendo però, per quasi tutta la durata della prima stagione, delle trame verticali (utilizzando un MO alla “villain della settimana”, per intendersi). E nonostante degli importanti camei da parte di personaggi provenienti dal “filone narrativo principale” come Maria Hill (Cobie Smulders ) e Lady Sif (Jaimie Alexander), nonché una comparsata di Nick Fury in persona (Samuel L. Jackson), si è dovuti arrivare a seconda stagione inoltrata per guadagnarsi il favore di una buona fetta degli spettatori.

Tuttavia, ciò non va, come sono invece in parecchi a credere, a detrimento dello show: Agents of S.H.I.E.L.D. necessitava di una prima infornata di questo tipo per poter stabilire un più ampio world-building e acquisire una propria e più solida identità, nonché farci affezionare ai personaggi che ci avrebbero poi accompagnato per così tanti episodi a venire.

Perché se c’è davvero una carta vincente a cui poter attribuire la longevità dello show di ABC – oltre alla presenza di un cast e un character development davvero degni di nota, che a questo punto, probabilmente, non servirebbe nemmeno sottolineare, ma lo facciamo comunque perché è giusto così – è la capacità di sapersi reinventare, restando comunque fedeli a sé stessi e all’universo narrativo alla base del tutto (quello fumettistico).

Ecco che allora, stagione dopo stagione, arco narrativo dopo arco narrativo – dal ritorno in forze dell’HYDRA all’introduzione degli Inumani e dei Secret Warriors, da Ghost Rider al Framework, ai viaggi nel tempo e nello spazio, passato o futuro che sia – e con una scrittura forse altalenante in alcuni casi, ma che ha dimostrato di saper rendere giustizia al materiale cartaceo e portare ogni settimana sul piccolo schermo il tipico stile Marvel, Agents of S.H.I.E.L.D. si è rivelata essere la serie Marvel che non ci aspettavamo. Letteralmente.

Proviamo infatti a prendere anche solo la settima stagione dello show, quella conclusiva: dopo aver impilato una dopo l’altra una serie di storyline che li ha portati ad esplorare persino i più reconditi angoletti dell’universo Marvel, il team creativo guidato da Maurissa Tancharoen, Jed Whedon e Jeffrey Bell, e i protagonisti della serie – su tutti Chloe Bennet, Elizabeth Henstridge, Iain De Caestecker, Ming-Na Wen, Breet Dalton, Henry Simmons, Natalia Cordova Buckley, Jeff Ward e, ovviamente, Clark Gregg – hanno saputo regalarci tredici episodi se non perfetti, senz’altro memorabili e degni di portare a termine un viaggio iniziato nell’ormai lontano 2013.

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Omaggiando il passato dello show e del mondo di cui fa parte, sapendo sfruttare a proprio favore le situazioni e gli elementi che ci si è ritrovati ad avere davanti (la cancellazione di Agent Carter e il finale di Avengers: Endgame hanno permesso, per esempio, l’utilizzo di un personaggio che ha rappresentato una delle novità più ispirate e apprezzate della settima stagione) e tenendo sempre bene a mente l’obiettivo finale, gli ultimi episodi di Agents of S.H.I.E.L.D. sono stati una lettera di addio a quella che è stata sì una serie ponte tra gli universi Marvel del piccolo e grande schermo, ma soprattutto, un progetto che è stato in grado di portare in vita, a modo suo, grandi e piccole storie di un universo cartaceo davvero immenso e da lungo tempo in attesa di essere esplorato più a fondo.

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