Un orrore venuto da lontano

Più orrore che fantascienza in un film che tiene fede alle premesse e non utilizza il genere come alibi per parlare d’altro. Teso, compatto ed efficace, funziona egregiamente dall’inizio alla fine.

Il tossicodipendente James fugge da una cascina e s’inoltra in un bosco, seguito da una donna urlante. Questa viene poco dopo uccisa e il cadavere bruciato. James viene rinvenuto agonizzante sul ciglio della strada dall’agente Daniel Carter e da questi subito portato nell’ospedale del paese, parzialmente chiuso dopo un incendio. Qui Daniel ritrova la moglie Allison, che lavora come infermiera, dalla quale si è ormai allontanato. Poco dopo il suo arrivo, Daniel è testimone di un altro evento macabro e spaventoso: l’infermiera Beverly, in stato d’ipnosi e orrendamente sfigurata al volto, uccide un paziente, prima di rivolgersi verso Daniel, il quale non può far altro se non spararle. Svenuto in seguito allo spavento, Daniel è visitato da una raccapricciante visione.

Il punto di forza dell’opera, che la distingue dalle produzioni non solo di genere coeve, è nel rifiuto della Cgi, ovvero della grafica digitale, in favore di effetti speciali meccanici: oggetti concreti, dunque, non algoritmi creati dal computer. A connotare il film è poi uno spiccato gusto della citazione (in tal senso va letto il rifiuto dell’animazione digitale) verso il cinema dell’orrore degli anni settanta e ottanta: in particolare quello di John Carpenter e di Lucio Fulci. Del primo si omaggiano film quali Distretto 13- Le brigate della morte, nell’ambientazione in un ospedale (là si trattava invece di un distretto di polizia) che, proprio quando il personale scarseggia, si trova a difendersi da un assedio ad opera di antagonisti contro i quali gli assediati si trovano a far fronte comune (detenuti in corso di trasferimento in un altro penitenziario nel film di Carpenter, misteriosi figuri incappucciati qui); e La cosa (1982, a sua volta versione del film omonimo del 1951 diretto da Christian Niby e prodotto da Howard Hawks), per il tema delle creature mostruose giunte da un’altra dimensione che minacciano gli umani. A tal proposito, non può sfuggire una citazione da Alien, cui il film sembra guardare non solo sul piano contenutistico ma anche nella raffigurazione del mostro e in alcune scene in particolare, pur senza il côfantascientifico che caratterizzava il film di Scott. Riguardo ai prestiti e agli omaggi ai film del regista italiano, vanno senz’altro menzionati i film da lui girati tra la fine degli anni settanta e i primi anni ottanta. L’assedio portato (dai morti viventi nel caso di Fulci) ai protagonisti asserragliati in un riparo di fortuna (anche là si trattava di un ospedale) viene da Zombi 2 (1979); mentre la minaccia proveniente da una dimensione infera, o comunque oltremondana, accomuna la trilogia che Fulci girò in America, comprendente Paura nella città dei morti viventi (1980), Quella villa accanto al cimitero (1981) e il  più noto dei tre, …E tu vivrai nel terrore! L’aldilà (1981), tutti più o meno latamente ispirati ad atmosfere lovecraftiane e in particolare ad alcuni dei racconti più famosi dello scrittore di Providence come  Il colore venuto dallo spazio (1927) e L’orrore di Dunwich (1929). Questa messe di citazioni non viene tuttavia esibita e fatta pesare allo spettatore, che può tranquillamente seguire la trama senza necessariamente riconoscere i testi, cinematografici e letterari, che fungono da ispirazione e si vogliono omaggiare. Merito di una regia svelta ed essenziale, che infonde all’opera un ritmo teso ed incalzante ed evita opportunamente di soffermarsi su spiegazioni che smorzerebbero la tensione senza apportare alcunché alla fruizione. In un panorama desolante per il cinema di genere, quello dell’orrore in particolare, questa piccola produzione può costituire una positiva eccezione: senza grandi mezzi, infatti, gli autori e registi hanno saputo creare un’opera godibile ed efficace, che fa tesoro di una lezione e di un modo di fare cinema in economia, con pochi mezzi ma molta sapienza artigianale, che oggi sembra scomparso.

Titolo originale: The Void
Regia: Jeremy Gillespie, Steven Kostanski
Soggetto e sceneggiatura: Jeremy Gillespie, Steven Kostanski
Fotografia: Samy Inayeh
Montaggio: Cam McLauchlin
Musica: Blitz/Berlin, Joseph Murray, Menalon Music, Lodewijk Vos
Scenografia: Henry Fong, Jeremy Gillespie
Costumi: Tysha Myles
Interpreti: Aaron Poole, Kenneth Welsh, Daniel Fathers, Kathleen Munroe, Ellen Wong, Mik Byskov, Art Hindle, Grace Munro, Amy Groening
Prodotto da Jonathan Bronfman, Caey Walker
Genere: orrore, fantascienza
Durata: 90′
Origine: Canada
Anno: 2016

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