La resa dei conti all’Emporio di Minnie

Tarantino insiste sul western, dilatando i tempi, abbracciando immensi spazi aperti e  precipitando in una  spirale pulp che sfocia in un’ironia tagliente ma dalle tinte anche inaspettatamente amare. Tarantiniano fino al midollo, di  sicuro impatto visivo e destinato a dividere. 

John Ruth, cacciatore di taglie noto come “il Boia” per la sua abitudine di riportare vivi tutti i criminali che cattura e godere nel vederli morire appesi alla forca, sta trasportando la sua ultima preda, Deisy Domergue, a Red Rock per riscuoterne la taglia.
Colti da una delle bufere di neve tipiche del freddo inverno del Wyoming, si imbatte lungo la via nel Maggiore Marquis Warren, uomo di colore ex militare ed ex ricercato, e in Chris Mannix, figlio di un noto bandito che, affrancatosi dal passato familiare, si sta recando a Red Rock per diventarne sceriffo.
I quattro sono quindi costretti dalla tormenta a fermarsi all’Emporio di Minnie, che trovano stranamente affollato di clienti. Infatti vi alloggiano ospiti Oswaldo Mobray (il vero boia della città), Bob il Messicano (che si occupa della locanda in assenza di Minnie), il Generale Smithers e il misterioso Joe Gage.
Sembra però che almeno uno di essi si trovi lì per liberare Deisy e uccidere il suo carnefice e tutti coloro che dovessero ostacolarlo.

A quasi venticinque anni da suo esordio cinematografico dietro la macchina da presa, si può dire senza timore di smentita che Quentin Tarantino abbia fatto molto più che riportare in auge il western nella sua variante Spaghetti, segnando la via per un ibrido che fosse un rigorosissimo caos in cui trovassero spazio il B movie, il cinico sguardo della frontiera americana che avrebbe generato (politicamente e moralmente) i moderni Stati Uniti, l’epica deformata del cowboy e financo la deriva splatter di un pulp di origine antica ma ridisegnato e rinnovato.
In quest’ottica The Hateful Eight è un film ambizioso. E lo è prima di tutto nella realizzazione tecnica: le lenti anamorfiche utilizzate per girare in Ultra Panavision 70mm, che erano state (letteralmente) richiuse in una scatola e abbandonate e dimenticate in un magazzino (metafora involontaria ma fin troppo calzante della fine di un’epoca cinematografica), allargano lo sguardo, nel loro formano 2.76:1, abbracciando i bianchi paesaggi burrascosi e avvolgendo gli otto protagonisti, richiudendoli nelle quattro mura in cui sono confinati e regalando dettagli, deformando prospettive, concedendo una visione realmente immersiva e contemporaneamente imponendo un sinistro senso di claustrofobia.
La profonda overture musicale firmata da Morricone e i doverosamente imperfetti, vintage e gialli titoli di testa fanno da preambolo a una narrazione che mostra fin da subito i salienti tratti tarantiniani: scrittura acuta e brillante, asticella dell’esagerazione sollevata di almeno un paio di tacche e sensazionali prove attoriali (ai soliti noti si aggiungono un Walton Goggins dalla caratterizzazione obliqua e infingarda e un’immensa Jennifer Jason Leigh, fin troppo poco famosa a fronte del suo reale talento). Laddove in altri film il regista aveva regalato un ruolo centrale alla ciclicità temporale, alla stregua di un ulteriore e necessario elemento di sceneggiatura, in The Hateful Eight  la struttura risulta quasi completamente lineare e consecutiva, investendo tutti i primi due terzi di pellicola nella costruzione di dinamiche e personaggi e nella strutturazione di una tensione che, raggiunto il punto di non ritorno, non può che esplodere in tutta la sua animalesca e selvaggia ferocia. E forse è stata proprio questa la scommessa di Tarantino: con una deriva gore forse persino più accentuata rispetto al passato, vira sul carminio e si butta a capofitto in una spirale che precipita al passo di “avanti il prossimo”, in un gioco al massacro che stempera persino l’usuale ironia strisciante che ha sempre pervaso lo sguardo grottesco in cui la violenza veniva deformata in una metafora delle nere pulsioni umane, e nel quale non sembra esserci posto per un finale, se non lieto, almeno di compromesso.
The Hateful Eight forse non sarà il miglior film di Tarantino, ma di certo è quello più ambizioso (almeno finora).  E’ rigoroso, visivamente potente e nel suo processo di evoluzione e contaminazione del genere tenta di riconciliare con un mondo, quello del western, ormai quasi dimenticato tra le nebbie dei  ricordi, senza privarci del suo sguardo obliquo e penetrante sulla società americana e sulla condizione umana.

Titolo originale: The Hateful Eight
Nazionalità: Stati Uniti
Anno: 2015
Genere: Western
Durata: 167′ (versione digitale) / 188′ (versione Ultra Panavision 70mm)
Regia
: Quentin Tarantino
Cast: Samuel L. Jackson, Kurt Russell, Jennifer Jason Leigh, Walton Goggins, Demian Bichir, Tim Roth, Michael Madsen, Bruce Dern, Channing Tatum
Sceneggiatura: Quentin Tarantino
Produzione: Bob Wenstein, Harvey Wenstein, Georgia Kacandes, Richard Gladstein, Stacey Sher
Distribuzione: 01 Distribution
Fotografia: Robert Richardson
Musiche:
Ennio Morricone
Montaggio:
Fred Raskin

Nelle sale italiane dal 18 Febbraio 2016

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.