Un racconto in cinque parti

Un’immersione nella criminalità per un affresco in salsa napoletana. Ironico e dalle ottime prove attoriali, ma pretenzioso e solo parzialmente riuscito.

Carmine, giocatore indebitato e idraulico di professione, capisce che ha l’occasione di cambiare vita quando viene chiamato per riparare una perdita nell’anticamera del caveau di una banca. Si rivolge quindi al ricettatore Gaetano, il quale mette insieme una banda di eterogenei malviventi per fare il colpo grosso. Ma qualcosa non va per il verso giusto e i cinque si ritrovano invischiati in una spietata lotta per la sopravvivenza.

Take Five, presentato in concorso al Festival internazionale del film di Roma, è l’opera seconda di Guido Lombardi, atteso alla prova del fuoco dopo il pluripremiato esordio con La-bas – Educazione Criminale. Per costruire le vicende dei cinque protagonisti il regista pesca a piene mani dagli archetipi del genere di riferimento e li piega e modella sulla Napoli dei giorni nostri. Sebbene il film sia quasi completamente parlato in dialetto campano bisogna dare atto che il respiro è profondo abbastanza da non richiudersi a riccio negli stereotipi partenopei. Le (dis)avventure dei raffazzonati criminali potrebbero essere ambientate con piccole modifiche in qualunque città d’Italia; il senso di fragilità e di impotenza di fronte agli eventi e alla propria condizione, il desiderio di far saltare il banco, ma la contemporanea consapevolezza della certezza del fallimento, addolcita solo dall’adrenalina del momento e dalla speranza per il futuro (che in questo caso si staglia minaccioso come grigie sbarre di metallo) sono sentimenti universali. Gli attori, quasi tutti professionisti semi sconosciuti (alcuni dei quali hanno storie molto simili a quelle degli uomini che interpretano), riescono a dare forma e spessore alla complessità dei personaggi, alle loro fobie e manie, ai tic nervosi e ai desideri, fornendo delle prove serie e credibili. Tra tutti giganteggia Peppe Lanzetta, che porta a galla il debordante istrionismo e i contrastanti sentimenti che affliggono lo “Sciomén”.
La regia di Lombardi è talentuosa e riesce a trarre il meglio dai pochi ambienti in cui il film si svolge, aiutato in tal senso dalla funzionale fotografia di Francesca Amitrano che desatura i colori e ricorre a ricche sfumature e giochi di luce contrastanti. D’altro canto però alcune scelte registiche fanno storcere il naso, una fra tutte l’uso enfatizzante e eccessivo di ripetuti rallenty laddove non se ne sentiva il bisogno, fornendo una dilatazione temporale e una spettacolarizzazione di situazioni ed eventi che cozzano con la rigorosa messa in scena generale.
Dal punto di vista della narrazione il film mette molta carne al fuoco, forse troppa. Gli ottimi punti di partenza non bastano da soli a sostenere i novanta minuti di durata e il desiderio di chiudere tutte le trame dei singoli protagonisti porta a una sensazione di artefatta pianificazione del dramma personale senza scampo, a discapito della linearità e della coerenza dello svolgimento della vicenda.
Su Take Five sono stati sprecati paragoni altisonanti e francamente poco credibili con i capisaldi dei generi cinematografici di riferimento. Lombardi ha molto talento e una sicura carriera davanti a sé, ma il suo non è un capolavoro; è un onesto, accorato, imperfetto e a tratti poco credibile film sulla natura umana prima ancora che sulla criminalità.

Titolo originale: Take Five
Nazionalità: Italia
Anno: 2013
Genere: Drammatico
Durata: 95’
Regia
: Guido Lombardi
Cast: Peppe Lanzetta, Salvatore Striano, Salvatore Ruocco, Carmine Paternoster, Gaetano di Vaio
Sceneggiatura: Guido Lombardi
Produzione:Gaetano di Vaio, Gianluca Curti, Dario Formisano, Minerva Pictures, Eskimo, Figli del Bronx, Rai Cinema
Distribuzione: Microcinema Distribuzione
Musiche: Giordano Corapi
Fotografia: Francesca Amitrano
Costumi:  Francesca Balzano
Scenografie: Maica Rotondo
Montaggio: Annalisa Forgione (AMC)
Nelle sale italiane da giorno 2 Ottobre 2014

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