Recensione Silent Souls

Tecnicamente impeccabile l’abisso d’angoscia firmato dal regista russo Aleksei Fedorchenko.

Miron e l’amico Aist devono restituire alle acque il corpo di Tanya, la donna amata da entrambi, secondo un antico rituale proprio della cultura Merya, una tribù ugro-finnica del lago Nero alla quale appartengono e che ormai si è totalmente integrata nella società russa.

Il problema per Fedorchenko è restituire a livello filmico il dolore della perdita e la cerimonia dell’addio: temi più volte affrontati dalla cinematografia e qui declinati utilizzando lunghi piani sequenza che rimandano a quella lentezza, all’intorpidimento che si impadronisce di coloro che hanno subito una perdita. L’angoscia è infatti palpabile fin dalle prime scene, in particolare con il lavaggio della donna morta. Un’inquadratura fissa che rasenta l’oscenità da voyerismo del dolore: come se spiassimo dal buco di una serratura immaginaria mentre ci sentiamo affogare in noi stessi, più che spettatori, compartecipi – parenti, amici o conoscenti.

La perdita riempie le inquadrature. I protagonisti, persi nelle vastità uggiose della Russia centro-occidentale, iniziano il viaggio verso quel lago dove bruceranno il corpo di Tanya. Seduti in auto, immobili o quasi, sono ripresi di spalle mentre percorrono lande desolate assorbiti dal silenzio. La strada si srotola piatta e monotona di fronte a loro.

L’azione prosegue a singhiozzo punteggiata di tableaux vivants: Miron e Aist di fronte alla pira accesa per cremare la donna, a tavola con un piatto di sushi, spalla a spalla nel veicolo in lento movimento (ognuno rinchiuso nei propri ricordi e nel proprio personale dolore). Di tanto in tanto la voce di Miro “fuma”: secondo l’antico cerimoniale Merya l’amante ricorda l’amata morta, descrivendo l’intimità goduta con quel corpo che non è più.

Ultimo, disperato grido di umana passione, vitalità gioiosa oramai senza vita. Al suo fianco Aist, lo scrittore (voce off che spiega i rituali e lega passato, presente e futuro), perso in pensieri e sentimenti a lungo taciuti, che ritorna con la mente alla perdita della madre di tanti anni prima e alla scelta del padre di seppellire nel lago ghiacciato la propria macchina da scrivere (quasi che la sua vena poetica si fosse inaridita per sempre con la morte della moglie).

L’interpretazione di Igor Sergeyev e Yuriy Tsurilo è senza sbavature (e senza un movimento di troppo). Il racconto tra flashback e flashforward raggiunge la perfezione dell’eterno ritorno: nel finale catartico si spiegano passato e presente e tutto muore e riprende vita alle acque, così come vuole la tradizione Merya.
Impeccabile ma angosciante. Piccolo capolavoro di difficile fruizione.

Sezione: Venezia 67
Ovsyanki (Silent Souls)
regia Aleksei Fedorchenko
con Igor Sergeyev, Yuriy Tsurilo, Yuliya Aug, Victor Sukhorukov
Russia, 75′
v.o. russo – s/t inglese/italiano

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