Doppia recensione di Shut In, pellicola diretta da Farren Blackburn.

La notte è buia e piena di sbadigli
di Michele Parrinello

Naomi Watts non è una ragione sufficiente per vedere Shut in. Il thriller di Blackburn infatti è noioso, inconcludente e privo della minima tensione. Il colpo di scena telefonato e incoerente affossa definitivamente le sorti di una pellicola da dimenticare.

Mary è una psicologa specializzata nel trattamento di turbe infantili e giovanili. Il suo studio è adiacente alla dimora in cui vive, nelle profondità boscose del New England, da quando il figliastro è rimasto in stato vegetativo in conseguenza a un incidente stradale in cui il marito ha perso la vita.
Quando uno dei bambini che ha in cura si rifugia da lei per sfuggire a un destino in un istituto per ragazzini sordomuti, Mary non riesce a trattenerlo con sé. Presa dai sensi di colpa, però, intraprende la sua ricerca, mentre fenomeni al limite del paranormale cominciano a perseguitarla e a infestare la casa in cui vive.

Shut In può essere preso a paradigma di tutto ciò che un film di genere non dovrebbe essere e delle strade che, approcciandosi alla realizzazione di un prodotto figlio dell’intrattenimento a dimensione del brivido, non andrebbero intraprese.
Il primo spunto di riflessione non può che essere fornito dalla mossa di marketing che più dovrebbe saltare all’occhio del potenziale spettatore: la scelta di un’attrice nota e talentuosa da sbandierare in testa alla locandina come sinonimo di potenziale qualità. Naomi Watts ha dimostrato di essere una caratterista solida e performante fin dal suo scabroso exploit targato Lynch, e anche in quest’occasione si strugge d’impegno, ci mette la faccia e il corpo, ma il suo apporto non è sufficiente a tenere a galla la zattera della credibilità e a gonfiare le vele della tensione.
Le cause concomitanti sono molteplici e si possono ricondurre a tutti gli aspetti del ventagli produttivo: la regia di Farren Blackburn si lascia andare allo sporadico virtuosismo (giochi di specchi, punti di vista ricercati) per vivacizzare la tendenza soporifera che aleggia fin dalle primissime battute, ma finisce per planare nella speranza di un goffo atterraggio piuttosto che far volare l’immaginazione o il raccapriccio.
La messa in scena tenta di accumulare tensione per sottrazione ma le situazioni in cui si ritrova la malcapitata Mary rasentano la stupidità e vengono affossate dall’estensivo ricorso a un repertorio trito e ritrito fatto di apparizioni a cavallo tra realtà e allucinazione, incubi tangibili e scare jumps comandati da archi dissonanti.
Il colpo di scena rivelatore si intuisce fin dal principio e il suo sviluppo lascia esterrefatti per banalità, incoerenza e inattendibilità medica, oltre che abbandonare lo spettatore a languire nella distaccata indifferenza. Non c’è una scena che brilli per originalità o efficacia e la pellicola finisce per (ri)pescare a piene mani dall’immaginario orrorifico (quello vero), spesso riducendosi al limite del plagio (Shining scopiazzato in almeno tre situazioni), dello scimmiottamento e della comicità involontaria.
Shut in non segue la traccia della distruttiva paranoia della sua protagonista, forse l’unica che avrebbe potuto salvare il film, e si ritrova a non avere niente da aggiungere a quanto già espresso centinaia di volte da thriller analoghi e in generale da dire o da trasmettere. È incoerente, noioso e telefonato nei suoi interminabili novanta minuti. L’unico vero brivido in grado di generare è quello che corre lungo la schiena all’atto dell’acquisto del biglietto.

Ingegnoso l’espediente in un film “già visto”
di Laura Silvestri

Maine, Stati Uniti. Una psicologa infantile tenta di rimettere in piedi la sua vita dopo l’incidente che ha ucciso il marito e ridotto il figliastro in stato vegetativo. La scomparsa di Tom, uno dei suoi giovani pazienti, dà luogo a una serie di eventi che la porteranno a dubitare della sua stessa lucidità mentale.

Una madre disperata. Un adolescente su una sedia a rotelle. Un bambino scomparso. Sono questi gli elementi portanti del thriller drama diretto da Farren Blackburn, il regista inglese già al comando di film come Hammer of the Gods e episodi di numerose serie tv, tra cui gli acclamati Marvel’s Daredevil, The Fades – per il quale nel 2012 vince un BAFTA TV Award, l’equivalente inglese degli Emmy – e lo speciale di Natale di Doctor Who.

Con una sceneggiatura di Christina Hodson, il film che vede protagonista Naomi Watts (The Impossible, Mulholland Drive) non riesce a colpire nel segno.

Nonostante l’intensità interpretativa dei più giovani attori, Charlie Heaton (Stranger Things) e Jacob Tremblay (Room), la pellicola utilizza tutti i cliché del genere, senza però aggiungere elementi caratterizzanti freschi e originali, correndo quindi il rischio di risultare poco accattivante e sapere di “già visto”. A partire dal luogo isolato, una casa su un lago – le riprese si sono alternate tra Québec e British Columbia – passando per lo stato indefinito tra sogno, allucinazione e realtà della protagonista, sembra di assistere a un “taglia e cuci” di più illustri predecessori.

La storia, specialmente dopo l’introduzione del personaggio di Tremblay, genera, sì, empatia nello spettatore, ma non abbastanza da fargli dimenticare di essere davanti a uno schermo. Per quanto ci provi, l’effetto desiderato non si manifesta.

Ingegnoso invece l’espediente delle sessioni terapeutiche via Skype tra Mary (Watts) e il suo psicologo, interpretato da un notevole Oliver Platt (The Ticket, Frank and Cindy), che aggiunge gravità alla pellicola.

In definitiva, un’opera che trova nel cast più che nella realizzazione tecnica il suo punto di forza, ma che manca degli elementi fondamentali per diventare un caposaldo del genere.

Titolo originale: Shut In
Nazionalità: Stati Uniti d’America
Anno: 2016
Genere: Thriller
Durata: 91′
Regia
: Farren Blackburn
Interpreti: Naomi Watts, Oliver Platt, Charlie Heaton, David Cubitt, Jacob Tremblay
Sceneggiatura: Christina Hodson
Produzione: Ariel Zeitoun, Claude Leger, Christina Habler, Transfilm, EuropaCorp, Lava Bear Films, Transfilm International
Distribuzione: Notorious Pictures
Fotografia: Yves Belanger
Costumi:
Odette Gadoury
Montaggio: Baxter Maryline Monthieux
Musiche: Nathaniel Mechaly

Nelle sale italiane da giorno 7 Dicembre 2016

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