Zelig ha venduto la storia della sua vita a Hollywood per una grossa somma di denaro. Quando scoppia lo scandalo i produttori chiedono indietro i soldi. Zelig può restituirne solo la metà, il resto è già stato speso. Offesissimi, gli ridanno indietro solo metà della sua vita. Si tengono i momenti migliori e a lui rimangono solo le ore dei pasti e del sonno

Divenuto così popolare grazie alla televisione, il termine Zelig altro non è che il nome del protagonista dell’omonimo film di Woody Allen. Un film creativo, al limite dello sperimentalismo e incentrato sull’intricato tema dell’individualità nella società moderna. Interpretato dallo stesso Allen, la pellicola ha la struttura di un documentario, realizzato per raccontare la rocambolesca vita del protagonista Leonard Zelig.

Questo particolarissimo personaggio entra nella leggenda alla fine degli anni ’20 per la sua straordinaria malattia, che gli permette di trasformarsi, fisicamente e culturalmente, adattandosi a qualsiasi ambiente o persona con la quale entra in contatto. Considerato come il fenomeno del secolo, Leonard Zelig viene ricoverato in ospedale e posto sotto le cure della psicologa Eudora Fletcher, che ha il volto della futura moglie del regista Mia Farrow.

La Fletcher entra in confidenza con il proprio paziente, ipotizzando l’origine della sua malattia come frutto di un’alterazione propriamente psicologica e non fisica. Osteggiata da tutto il corpo medico, Eudora è allontanata da Leonard che, affidato alla crudele sorella, diventa il fenomeno da baraccone più ricercato del paese. Ma la tenace psicologa non si arrende. Tornata in contatto con Zelig, riesce finalmente a comprenderne il disagio, radicato nella più tenace paura di non essere accettato dal mondo.

Trovata la cura, Leonard ed Eudora si innamorano e decidono di sposarsi. Uscito dal guscio protettivo del suo periodo di riabilitazione, Zelig viene, però, attaccato duramente da tutto il mondo della stampa, a causa dei danni da lui provocati durante il periodo della “malattia”. Turbato dal frastuono mediatico, Zelig fugge nella Germania nazista, facendo perdere per lungo tempo le sue tracce.

L’amore e la tenacia di Eudora Fletcher hanno, anche in questo caso, la meglio. La donna si reca in Germania e, durante la bellissima scena ambientata durante un comizio di Hitler, ritrova Zelig e con lui torna trionfante in patria, dopo una fuga rocambolesca a bordo di un aereo. Dando prova del suo coraggio e della sua ritrovata lealtà, Leonard Zelig può finalmente essere sé stesso, senza il terrore di non essere accettato dal mondo in cui vive.

La particolarità del film Zelig risiede nel minuzioso lavoro di riutilizzo delle immagini di repertorio. La struttura del documentario è, infatti, resa collocando i personaggi “finti” all’interno di filmati autentici degli anni ’20. L’effetto risulta altamente straniante, comico e a tratti grottesco, come nel caso della sopraccitata sequenza in cui vediamo Woody Allen al fianco di Hitler intento nell’apologia del partito nazionalsocialista. Caratteristica del cinema di Allen, l’ironia spadroneggia in tutta la pellicola.

Le trasformazioni improvvise di Zelig, da ebreo a pugile, da uomo di colore a medico, sono metafora della difficoltà diffusa di mantenere la propria integrità individuale all’interno della società moderna in continua evoluzione.

Si può addirittura considerare Leonard come un alter ego di Allen stesso, soggetto alla mutevolezza del proprio pubblico, vittima della propria particolarità e, quindi, più volte bollato come strano, nevrotico o semplicemente pazzo, tutte etichette attribuite al regista nel corso della sua carriera e che lo hanno incatenato in uno stereotipo ancora oggi presente. La metafora esistenziale si estende, inoltre, ai fenomeni di emarginazione del diverso, della volontà di essere accettati e, non ultimo, emerge in riferimento meta-cinematografico al trasformismo tipico del mondo dello spettacolo.

Attraverso uno dei precursori più illustri del “falso documentarioWoody Allen da uno spaccato sociale ricco di incisività e sarcasmo, ammirevole per la valenza simbolica del contenuto e, innanzitutto, per la freschezza della propria satira, sempre pronta a scoccare frecce avvelenate verso una mondanità ipocrita e auto-celebrativa.

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