Riprendimi, prodotto dalla coppia Neri-Amendola, lancia nel firmamento dei nuovi talenti la stellina di Alba Rohrwacher, attrice di origini fiorentine acclamata all’ultima Mostra del Cinema di Venezia.

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Il genere mockumentary (finto documentario) si sposa bene con lo stile sui generis e sopra le righe tanto caro ad Anna Negri, che pure ridimensiona le sue trovate piu’ naiif (In Principio Erano Le Mutande e’ lontano e solo a tratti rievocato dalle figure delle amiche di Lucia) a vantaggio di un girato maggiormente sobrio e asciutto.

Due cameramen investono tutti i loro beni sul documentario che (si spera) cambiera’ loro la vita: il precariato visto attraverso la vita di una coppia che va a rotoli: Lucia (Rohrwacher) e Giovanni (Marco Foschi).

Lei, montatrice, confonde vita e arte letteralmente “montando” a suo piacimento i pezzi selezionati di una relazione inesistente, sballata, ma di cui si ostina a rivendicare lo spessore e il grande, grandissimo amore (unilaterale).
Lui e’ un attore o aspirante tale, che spera di poter vivere “ruoli” eccitanti che esulino dalla routine di un rapporto consolidato, e che gli siano d’ispirazione per un approccio fertile alla recitazione e alla scrittura con cui si diletta. Precari con un bambino, Giovanni e Lucia si fanno interpreti ed esponenti dell’inquietante sovrapposizione che esiste fra condizione lavorativa ed esistenza tutta, contagiata dall’incertezza e dalla precarieta’ di sentimenti e progetti comuni che non superano l’annualita’, proprio come un contratto a termine, che ti spinge di volta in volta a migrare verso nuovi lidi.

Ecco inscenato il dramma (a volte misero, spesso comico nelle intenzioni e nelle riprese sovraccariche della Negri) del trentenne tout court: disorientato su tutti i fronti, adolescente vecchio e adulto immaturo, viene (finalmente) raccontato attraverso le sue colpe e i suoi difetti piu’ che per mezzo delle disgrazie che lo investono. Precario si’, ma anche incapace di prendere sul serio la vita e le sue responsabilita’, vagamente nascosto dietro una condizione altalenante che spesso invoca come si invoca l’infermita’ mentale.

Che questo “tipo” di uomo sia poi il prodotto diretto delle nuove condizioni socio lavorative, non e’ del tutto dato sapere, ma e’ di certo interessante affrontare il problema nei termini in cui la Negri lo pone, attraverso cioe’ un registro scherzoso e in piu’ punti macchiettistico.

La Negri si barcamena fra la messa in scena della separazione non consenziente (uno dei due non prende atto della fine, rinnegando la realta’), e lo sguardo complice rivolto a chi, ogni giorno, e’ alle prese col suo ruolo trasparente nella societa’ mobile o “liquida”, come viene definita facendo il verso alle diciture sociologiche.
Eccoci di fronte al quadro melodrammatico: la cecita’ del lasciato (Lucia), che si impunta nell’ affermare l’intensita’ di un amore immaginario versus la freddezza di chi abbandona, e si muove quasi a volersi liberare di una piattola testarda (Giovanni), totalmente egocentrato e preso a consumare un’altrettanta immaginaria rivincita nei confronti di una vita che metteva le catene.
Sullo sfondo picchiettano, tra il comico e il farsesco, le caratterizzazioni dell’attore che di mestiere fa la comparsa: un universo di invisibili impiegati del cinema, una costellazione di “aspiranti” a vita, che affidano sogni, speranze e mutui da pagare a ruoli poco piu’ che da barzelletta.

Una nota di colore e di contrappunto interessante sono le scene(ette) delle reunion in macchina dei due cameraman, che di notte fanno il punto della situazione e commentano il girato della giornata.

I due registi, con i loro battibetticchi, fanno un po’ le veci di un’ideologica voce fuori campo, che ha il compito di illustrare e riannodare le fila dei giudizi morali e delle possibili prospettive di valutazione applicabili alle sgangherate esistenze dei loro protagonisti, assolutamente fuori rotta e senza scopo alcuno da perseguire nella vita. Assolvere? Condannare? Sentenziare o comprendere le azioni di Giovanni e Lucia, sempre piu’ al di la’ di qualsiasi trama e di qualsiasi svolgimento razionale?
I momenti di riflessione espliciti che interrogano lo spettatore, svolgono l’efficace funzione di tenere alto il tasso di partecipazione, che tuttavia subisce un inarrestabile crollo nella seconda parte di film, in cui si disperde il primigenio ritmo incalzante e spedito, ad appannaggio di sensazioni appesantite e indugiate (complicazione congenita ai film che sparano tutte le cartucce in anticipo).

Il non sense percepito dai due cameraman, seriamente tentati dall’ abbandonare il progetto senza sbocchi, e’ lo stesso che assale noi nella seconda meta’ del secondo tempo, quando l’impellenza di una soluzione, di una morale o di una fine coerente inizia a farsi sentire urgente, spazzando via il divertimento fin li’ provato.

La Negri si conferma una regista dalla buone potenzialita’ e dalla mano discretamente personale, ma ha senz’altro perso un occasione per proporre un lavoro totalmente compiuto e ben confezionato.

Riprendimi (nel senso della ripresa cinematografica, ma anche affettiva), parte bene ma finisce afflosciato su se stesso, e come un tornado nel corso della sua rotta, disperde potere, impatto e senso ultimo, nonostante la pur lodevole mimesi fra cio’ che vediamo sullo schermo (i registi esauriscono la storia) e cio’ che sentiamo in prima persona (il film stesso esaurisce la sua storia; cosa stiamo guardando?)

Le interpretazioni degli attori sono decise e ben calibrate; la Rohrwacher si distingue per rabbia e ostinazione come nelle arie trasognate da ragazzina che “doveva essere amata”, e “adorava prendere i pezzettini di film ( leggasi vita nds) e metterli insieme come piace a me“, in una metafora dell’arte del montaggio neanche troppo discreta.
Foschi
, alle prese con un ruolo speculare a quello di Teo in Nelle Tue Mani di Del Monte, appare fastidioso e macchinoso, non in grado di rendere l’effimero desiderio di libertinaggio incarnato da Giovanni, marito dimentico e padre assente, assorbito dal tentativo improvviso di affermare se stesso.
Spigliata e magnetica la Lodovini, merita un ruolo che le renda giustizia.

Nel complesso il film e’ gradevole anche se troppo strozzato nel finale, mentre la soluzione del mockumentary lascia in piu’ punti a desiderare, mettendo troppe volte in scena la mano onniscente della regista Negri, che travalica cosi’ la regia dei due cameramen Giorgio ed Eros, con inquadrature che inglobano tutto, e rivelano la disarmante finzione del progetto.
Forse sarebbe risultata piu’ efficace un’adesione totale alle forme del documentario, attraverso le sole riprese dalla prospettiva della telecamera a mano. Una falla in piu’.

Riprendimi: Buona la prima parte. Mediocre la seconda.

La Frase: “Vai a casa panzona!” Alba Rohrwacher, Riprendimi, 2008

VOTO: 5,5

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