Un soggetto non originale, tratto dal libro Then She Found Me di Elinor Lipman adattato per il grande schermo da una delicata (e indaffarata) H. Hunt: regista, produttrice, sceneggiatrice e attrice.

E’ il suo esordio dietro la macchina da presa, e il premio Oscar per Qualcosa e’ Cambiato non lesina qualche scivolone e imperfezione nel complicato tentativo di orchestrare tutta la mole di sentimenti e tonalità che quest’opera mette in campo. Nonostante cio’ ne vien fuori un film delizioso e sincero, poetico e a tratti divertente, avvolgente e ben recitato.

La vita di April (Hunt) viene sconvolta da una serie di eventi travolgenti: il matrimonio, l’abbandono da parte di un marito ancora troppo figlio e non abbastanza uomo (M. Broderick sta bene nei panni del bambino scemo), la morte della mamma adottiva, la riscoperta di una madre naturale ricca e famosa (Bette Midler, che fuoco signori miei!), il sopraggiungere di un nuovo amore maturo e difficile (C. Firth invecchiato come Teomondo Scrofalo veste ancora i panni de “l’altro per caso” alla Mark Darcy).

April si destreggia fra tutte queste vicissitudini senza esserne mai sopraffatta e conservando un piglio da donna risolta che (si lascia intendere) e’ tale grazie ad una madre che e’ stata presente e amorevole, pur non avendola partorita.
A tutto questo fa da sfondo l’urgenza di April di concepire un figlio naturalmente, cosa che a 39 anni pare non esserle facile.
La Hunt si ritrova fra le mani un pozzo di sfumature ed emozioni, oltre che una moltitudine di personaggi da delineare e a cui rendere giustizia, ed un tema, quello della genitorialita’, da declinare in tutte le sue forme.

Ecco che la macchina da presa si sposta a seconda di come si intende illuminare l’argomento e in base alla prospettiva con la quale indagarlo: lo si osserva dalla parte di chi e’ madre adottiva, o dalla parte di chi e’ figlia adottiva; dalla parte di un padre solo coi suoi due figli, lasciato da una donna in fuga per il mondo, o dalla parte del figlio naturale, che non di rado si e’ sentito a disagio, o imbarazzato, al cospetto della sorella adottata. Vengono esposte perfino le ragioni di chi abbandona (la Midler), che “ha voluto la sua vita molto piu’ di quanto volesse un figlio“, o lo stato di chi e’ ancora troppo indietro per definirsi o pensarsi padre (Broderick).
Meravigliosa la sanguinante battuta con cui April bussa alla porta del suo ex marito, ritornato sotto la gonna della mamma: “C’è Ben? Puo’ uscire a giocare?

Tante umanita’ per un’unica dimensione illuminata di poliedrici colori, tanti quanti sono i possibili modi in cui si e’ o ci si pensa genitori.
E uno su tutti: il modo di April, che un figlio lo vuole eppure le e’ negato da una natura che ha le ore contate. Il film termina con dolcezza e saggezza alla maniera di una canzone di Pino Daniele: “Chi vuole un figlio non insiste“.

Di sicuro qualche spunto poteva essere piu’ graffiante e l’interpretazione della Hunt poteva evitare di bissarsi nella solita donna dall’espressione mortificata e dimessa, offesa e sdrucita, sempre uguale, film dopo film.
Nonostante qualche ingenuita’ e al di la’ dei segni tangibili dell’inesperienza (un montaggio non sempre felice) , Quando Tutto Cambia rimane un bel debutto. Ce ne fossero!

Quando Tutto Cambia: commedia agrodolce fortissimamente voluta da Helen Hunt. Femminile.

La Frase: “Volere un figlio e’ come avere fame!”: Helen Hunt , Quando Tutto Cambia, 2008

Voto: 6+

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