Forse non tutti sanno che, dietro questa apparentemente usuale commedia romantica, si cela la firma di uno dei piu’ acclamati sceneggiatori che gli anni ’90 abbiano avuto: Mister Richard LaGravenese, ovvero la penna “occulta” de I Ponti Di Madison County, La leggenda del re pescatore, L’uomo che sussurrava ai cavalli, tanto per fare qualche nome.


E non stupisce allora scoprire che P.S. I Love You, un film che solo il titolo sembrerebbe bollare come drammone pestilenziale affogato nella melassa e lontano anni luce dal dirsi piacevole, risulta invece, magicamente, un inaspettato viaggio nell’universo di Holly (Swank), trentenne alla ricerca di un marito perduto, e di se stessa.

Il film apre con un affondo nella vita coniugale di Holly e Jerry, una coppia coi nervi a fior di pelle (soprattutto lei, isterica e uterina quanto basta a dirsi donna), a spasso fra le difficolta’ economiche ed esistenziali, che rischiano di avvelenare anche il piu’ fulgido degli amori.

Da subito capiamo che se Jerry ha dalla vita tutto quanto puo’ desiderare (“lo sto stringendo adesso”, sussurra, mentre afferra Holly per le braccia), Holly fa le bizze e stenta a dirsi pienamente realizzata. Facile intuire quanto la ragazza si dara’ pena per non aver saputo assaporare quello che aveva quando il marito era in vita, ma cadremmo in errore se pensassimo che il film ruoti intorno al concetto di rimpianto, rimorso o semplicemente si aggiri dalle parti del “fai la cosa giusta, quando puoi.”

E’ il futuro il vero motore dell’azione, che si consuma attraverso un percorso di “ritorno al futuro”, predisposto con ordine da un Jerry cosciente di avere le ore contate, che architetta una sorta di compendio sull’elaborazione del lutto, nonche’ una caccia ai segni, per consentire alla moglie di trovare la sua strada.

Tante lettere contenenti una serie di istruzioni da seguire pedissequamente, ed ecco che il cammino verso la vita vede al timone chi la vita non ce l’ha piu’, ma in qualche modo continua ad esistere e ad amare, pur invitando all’allontanamento. Salutare, lento, inesorabile, inevitabile e auspicabile.

Holly si affida ai consigli e ai piani di un marito che pare “rincontrare” mentalmente sotto una nuova luce, rivivendo situazioni e luoghi con una consapevolezza ritrovata, come in un secondo tempo che sa di seconda opportunita’ per capire e godere quanto, inizialmente, non si e’ saputo o potuto apprezzare in pieno.

Il tutto coadiuvato da un’ interpretazione vibrante (Gerard Butler molto piu’ presente e sanguigno della vagamente ripetitiva Swank), e da un’impalcatura musicale che e’ parte della narrazione, per via dei testi che si inseguono con i flashback nel raccontare il passato di una coppia come tante. E che come tante deve affrontare il non essere piu’ in due.

A questo proposito si fa largo il subplot relativo all’infanzia di Holly e al suo incespicato rapporto con la mamma (Kathy Bates), un’altra donna sola, anche se non vedova.

Mio marito voleva andarsene. Ma non e’ molto piu’ facile se uno ti abbandona per scelta“.
Ed e’ con questa battuta lapidaria che si consuma uno dei piani di lettura del film, riaffrontato in seguito sempre dalla Bates; la solitudine, presente in diverse forme per ognuno di noi e dalla quale non abbiamo scampo, puo’ essere quel qualcosa che ci accomuna, rendendoci paradossalmente meno isolati.”Se siamo tutti soli, allora siamo tutti insieme in questo.” E non c’e’ di che aver paura.

Il progetto di LaGravenese non lesina qualche indugio, e rischia in piu’ punti la retorica e il banale al sapor di saccarosio, prontamente evitato, spesso sul fil di lana, anche per via di un cast brioso che gode di Lisa Kudrow e Gina Gershon come di due contrappunti preziosi, leggeri e ben dosati, quanto i riferimenti cinematografici e di stile ( Bette Davis, l’inquieta per antonomasia Holly Gholitly e un look alla Hepburn per la Swank), disseminati qua e la’, che profumano di strizzata d’occhio e non scadono nel roboante esercizio del citazionismo colto.

Complici le inaspettate location irlandesi, i colori vivaci mai patinati, e un tocco di classicismo nel montaggio lineare che non si avviticchia nei flashback, P.S. I Love You poteva essere peggio di quello che e’ stato, partendo da premesse pericolanti in cui era facile impantanarsi e smarrirsi.

Questo lo rende migliore di quello che e’?
Di sicuro non e’ la peggiore commedia romantica che vi capitera’ di vedere, e visto quanto e’ saturo il genere, e’ gia’ qualcosa.

P.S. I Love You: In un film in cui tutto poteva andare storto notare quanto ci sia di buono puo’ portare a sopravvalutarlo.

La Frase: “Hai visto le mie palle? Pendevano qui da qualche parte…”: Gerard Butler, P.S. I Love You, 2007

VOTO: 6-

1 commento

  1. Questo film è davvero molto bello,ho pianto e in genere non ho la lacrima facile,ci insegna che è importante realizzare i propri desideri sul momento e non rimandarli,perchè la vita è imprevedibile e domani potremmo non esserci…sembra un pensiero pessimista,ma chi guarda questo film capirà che non è pessimismo,è realtà!

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