valkyrieAmmantato di un classicismo plastico e giudiziosamente citazionista, Operazione Valchiria (Valkyria) si conferma un riuscito (anche se tribolato) film storico, che ambisce a trattare tematiche controverse, che gli son valse non poche critiche e qualche incidente di percorso.

Ma Bryan Singer alla fine ha avuto ragione, e insieme al suo fidato Christopher McQuerrie ( I soliti sospetti) confeziona un prodotto di tutto rispetto, registicamente ricercato (buon uso dei primissimi piani, inquadrature oblique in stile Orson Welles, per restare nel clima di quegli anni), e carico di un’emotività contenuta e mai gratuitamente divulgata, che si appoggia a recitazioni consapevoli di navigati vecchi lupi di mare di matrice europea.

Eccoci di fronte a un cast che è, nei fatti, croce e delizia di una pellicola che dovrebbe dirsi “tedesca”, e che invece si avvale di volti e di movenze che poco profumano di germanicita’, e pur rendendo un grande servizio ai ruoli (ben) interpretati, sono a tratti poco credibili nei panni dei “teutonici”.

Tom Cruise su tutti. Bravissimo come sempre a giocare con la disabilita’ (Minority Report, Nato il 4 Luglio, Vanilla Sky), trattiene nell’unico occhio a disposizione una notevole mole di emozioni, sfumate di volta in volta in un viso che sa contrarsi ad arte, e non necessita di gestualita’ ne’ di una qualche particolare prossemica per esprimersi (il colonnello Claus von Stauffenberg e’ privo della mano e di un occhio).

Eccellente la fangosa e titubante codardia di Bill Nighy nei panni di Friedrich Olbricht, l’uomo a cui si puo’ forse imputare il fallimento del Colpo di Stato progettato e realizzato da von Stauffenberg. Una performance calibrata che vibra senza tremare, e che ci restituisce il panico travestito da risolutezza che avviluppa negli istanti in cui si teme di aver perduto.

Bravi anche Kenneth Branagh, alle prese con una delle inquadrature piu’ tragiche e intense sul finale dell’opera, Tom Wilkinson (che non perde il ghigno e l’ironica perfidia di tutti i suoi personaggi), e la drammaticita’ signorile del sempre verde Terence Stamp (Star Wars: Episodio I – La minaccia fantasma).

Tutti fuori classe in stato di grazia, tutti vagamente improbabili nei panni dei tedeschi doc.

La vicenda raccontata (con una certa dovizia di particolari) e’ tristemente nota: un gruppo di uomini progetta il Colpo di Stato che avrebbe potuto cambiare il corso della storia e condurlo chissa’ dove: l’omicidio di Adolf Hitler, realizzato dal pasionario colonnello Claus von Stauffenberg, intorno a cui si costruisce il processo narrativo, che vibra delle sue speranze, e si squaderna nella delusione della disfatta, di cui noi sappiamo gia’, e che pure fatalmente ci addolora quando la viviamo, catturati da un’esposizione sobria quanto emozionalmente rilevante, drammatica quanto il romantico sogno di poter dimostrare al mondo che “non eravamo tutti come lui”.

Singer inquadra ogni personaggio avvicinandocelo al cuore, permettendoci di condividere con lui “i grandi principi” che muovono un’azione militare e politica, che e’ prima di tutto esistenziale ed ideologica, e che si nutre dell’impossibilita’ ontologica di continuare a dirsi seguaci di un demonio come Hitler (vagamente fuori stile e dunque contrappunto prezioso la scena del saluto all’efigie del Furher da parte di Stauffenberg, che solleva con fierezza e comicita’ il braccio destro, rivelando il moncherino che tramuta l’inchino in un insulto).

A impegnare le inquadrature sono i visi e gli sguardi dei personaggi,  universi mondi in cui l’azione ha piu’ peso che nelle scene di guerriglia o di disposizioni militari, che pur non facendosi desiderare, non riempiono i nostri occhi quanto le facce, le angoscie, le bocche e le pupille di chi questo incubo lo sta vivendo. Spicchi di personalita’ inquadrate per mezzo di lembi di pelle, che parlano la lingua dell’attesa, del pathos a cui Singer tiene particolarmente (ricorrente il battito del cuore accelerato a far da sottofondo e a ragguagliare le chiavi di volta del racconto).

Tutto il film gode dunque di quel riverbero di antichita’ che lo rende, invece, stranamente moderno: pochi e discreti effetti speciali abdicano ad appannaggio di una grammatica registica lenta, pensata, che si esprime per mezzo di se stessa (fotografia bruna, montaggio, riprese, movimenti di macchina) e non delega a nient’altro la sua riuscita, facendo del classicismo un’esigenza e un imperativo, che ci suggerisce, piano, quanto il cinema dei padri vada recuperato.

Operazione Valchiria: Una strizzata d’occhio alle geometrie di Orson Welles per raccontare una storia difficile. Bene su tutti i fronti.

La Frase: “Dobbiamo dimostrare al mondo che non eravamo tutti come lui.” Kenneth Branagh, Operazione Valchiria, 2009

Voto: 7+

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