A volte un film si imprime a fuoco nel cuore e nella memoria di uno spettatore a causa di un dettaglio, di un frammento musicale o di un’espressione corporea, vocale o facciale che non ci abbandonera’ mai piu’. L’Albero delle Pere non si lascia dimenticare facilmente. Sara’ per quella Roma sudicia e indifferente, dimentica del Natale, bella e raggiungibile solo nei sogni. Sara’ per una storia feroce, eppure filmata con tutta la poesia dello sguardo bambino e indulgente di chi ama nonostante le carenze.

  • Scheda Tecnica

Sara’, e per me lo e’,   tutta “colpa” di Domitilla e Siddharta, due esemplari di creature solari e lunari al contempo, due attori speciali, sensibili e toccanti, che regalano al film spessore e profondita’ umana, tipici dei grandi stati di grazia recitativi.

La Archibugi concepisce questo racconto con dovizia di dettagli emozionali , indovinando la “scultura” di un particolare quintetto d’archi di protagonisti vagamente ai margini, benche’ reali e dannatamente concreti.

Silvia (Golino) esempio di donna fragile e irresponsabile, tossicomane e inaffidabile si trascina su questo mondo per inerzia, in attesa di morire e riposarsi per sempre. Massimo (Rubini) primo uomo di Silvia e padre di Siddharta, incarna varie sfumature di Silvia declinate al maschile: egocentrico, narcisista, egoista e finto colto, bohemien da strapazzo che trincera dietro una presunta vena artistica un’incapacita’ di prendere sul serio le cose, in primis suo figlio.
Poi c’è Roberto, (Stefano Dionisi), l’avvocato, quello che in questo casino c’è finito per errore, che e’ stato inglobato e vampirizzato da Silvia, risucchiato e centrifugato dal suo mondo malato, che urtera’ lui e Domitilla, seconda figlia di Silvia, piu’ di tutti.

Siddharta e’ il baricentro intorno al quale si dimenano queste esistenze, quattordici anni e un’autocontrollo da far impallidire il vero Buddha.

Siddharta tira avanti con una certa stanchezza stando a stento in equilibrio fra la sua eta’, il pazzo vortice famigliare e il suo grande amore nonche’ primaria preoccupazione: la sorellina, affidatagli per le vacanze di Natale rimarra’ invece coinvolta in un “incidente domestico” piuttosto prevedibile, se per madre hai una tossica.

La storia si dipana perfettamente spalmata sui cinque protagonisti, che a turno occupano le inquadrature per esporre il loro personale dramma esistenziale che quasi mai coinvolge qualcun altro ad eccezione di se stessi.
Nessuno e’ immune dalla malattia dell’egocentrismo e della recriminazione, persino il bravo Roberto, consumato da una vita di responsabilita’, riesce a trovare lo spazio per rinfacciare un po’ del suo dolore, mentre fa rumore l’assenza di qualcuno (anche a livello istituzionale e sociale) realmente in grado di porgere occhi e orecchie in ascolto delle istanze dei piccoli fratellini, vittime delle vittime piu’ pericolose: i genitori.

Un po’ leziosa ma efficace la sequenza in cui, una volta in chiesa, ogni membro della famiglia rivolgera’ una preghiera per se stesso supplicando, con tutto il candore e l’autenticita’ possibile, di alleviare il proprio malessere. Solo Siddharta, incespicando fra una religione e l’altra, vorra’ pregare per Domitilla, in una costruzione di scrittura e di rimandi un tantino borghese, in cui l’assenza di un credo definito diviene metafora inesorabile del crollo dei punti di riferimento. Per fortuna nemmeno questa soluzione, che rischiava di essere la piu’ precettistica dell’intero lavoro, si priva di quel buon contrappeso di ironia che innerva tutto il film.

La vicenda ( a tratti un po’ irreale a causa di qualche scivolone che denuncia un pressapochismo nella conoscenza dei servizi socio sanitari da parte della Archibugi ) viene esposta senza retorica o manierismo di sorta, e benche’ sia troppo facile intuire il messaggio dell’opera, il piacere della visione si svincola dalla morale, si affranca dalle facili lezioncine pedagogiche e si consuma nel gusto autentico di recitazioni di spessore (Golino superba, forse fin troppo azzeccata per rendere l’abbandono mortifero di Silvia, creatura evanescente al di la’ del bene e del male, della colpa e del merito), e su tutti troneggiano i due bimbi: la speciale Francesca Di Giovanni (Domitilla), piccola dagli occhioni  potenti e dalla voce furbetta e impostata, e il pregevolissimo Niccolo’ Senni (Siddharta), attore generoso quanto il suo personaggio, da’ corpo e lacrime alla scena piu’ struggente del film, in cui di fronte a una psicologa racconta sua sorella, ritraendola al di la’ dei tratti di carattere, definendola nei termini in cui la sua anima affine puo’ vederla e intuirla, meglio di chiunque altro, piu’ a fondo di chi l’ha messa al mondo, rispettoso dei suoi cinque anni di ingegno e sagacia.

Senni e’ vivace e autentico, reattivo e capace di intensi slalom emotivi che resterebbero indigesti anche agli attori piu’ consumati. Una promessa che si e’ mantenuta diventando interprete di respiro internazionale (lo ricordiamo diretto da Bertolucci come da Wes Anderson), e che proprio per il ruolo di Siddharta vinse a Venezia il Premio Marcello Mastroianni.

Il lido tuttavia non fu tenero col film. L’opera non ebbe grandissimo successo e solo in seguito ando’ affermandosi come piccolo oggetto di culto venerato dagli inossidabili filo italici amanti di storie e umanita’, narrate con fermezza non senza un certo tocco di lirica urbana che non da’ giudizi ma dipinge personaggi.

E proprio i personaggi, cosi’ ben disegnati e interpretati, sono la forza de L’Albero Delle Pere, che finisce cosi’ col proporsi come piccolo saggio sugli archetipi di un certo genere umano, quello dei genitori adoloscenti e dei figli adultizzati.

L’Albero Delle Pere: Non retorico. Da Gustare.

La Frase: “Lei e’ cosi’. Si fida di tutti. Appena puo’ ti fa vedere il sedere.” Niccolo‘ Senni, L’Albero delle Pere, 1998.

Voto: 7-

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