La notte dei serpenti rappresenta una tappa decisiva per il cinema di Petroni, non forse all’altezza di Da uomo a uomo e di Tepepa, ma utile per comprendere a pieno lo sforzo per tracciare un percorso personale (creando un segno) all’interno di un contesto, come quello dello “spaghetti western” – in quella fase – molto affollato.


Il giovane attore e cantante Luke Askew, interpreta un pistolero finito, in profonda crisi personale, sentendosi responsabile della morte del figlio, che viene assoldato da una banda di balordi, un sindaco, un oste, una prostituta e un sagrestano, per uccidere un orfano che sta per ereditare diecimila dollari.

Il killer inizialmente si prepara a ritornare sulla scena, riprendendo a sparare, riacquistando una forma fisica e una fiducia in sé ormai distrutte, per essere all’altezza della situazione.

Arrivato nel luogo dell’omicidio, scopre con orrore che la vittima predestinata è un bambino, risvegliandogli l’incubo del figlio morto per una sua bravata in un saloon.

Decide allora di non mettersi più a servizio del crimine e dell’avidità, ma di schierarsi con i più deboli ed indifesi, aiutando il bambino e la donna che lo accudisce a salvarsi dalle grinfie della banda.

Torna ancora una volta in Petroni, il tema subdolo e lacerante della vendetta postuma, del riscatto sociale ed umano che origina dal “pareggiare i conti”, dal “fare ciò che si doveva fare tanto tempo fa”, nel rimettere a posto le cose a modo proprio, senza sbagli né errori. Una sorta di ridefinizione del passato attraverso il presente, che è tipica in tutta l’epopea western, presente ad esempio in molti film di Sergio Leone, da Per un pugno di dollari e Per qualche dollaro in più a C’era una volta il west e per certi aspetti più interiori e psicologici in Giù la testa.

Se la violenza serve ad “entrar dentro le cose” in un mondo dominato dal più forte (o meglio, da chi si adatta meglio all’ambiente), l’uso smodato della violenza è l’unico mezzo per far trionfare la giustizia e portare a termine la tanto agognata vendetta.

Una vendetta – che come dimostra benissimo Tarantino – è anche e soprattutto contro di sé, un processo autocritico che investe innanzitutto il protagonista alle prese con i suoi incubi, con le sue lacerazioni e contraddizioni, dai ricordi e dalle ombre che circondano il suo passato (basti pensare al bandito messicano Ramon in Per qualche dollaro in più) e solo successivamente i suoi avversari, che anzi spesso, sembrano inspiegabilmente dispensati da ogni concreta responsabilità personale nei loro delitti, riflettendo una sorta di indifferenza coscienziale, rappresentando con ciò un irrimediabile male assoluto da estirpare a qualunque costo e con qualsiasi mezzo.

La complessa ed intricata trama riesce – in radi momenti – a tenere insieme azione e dramma, teoria visiva e prassi tecnica, ma ciò non la esime da risultare tronca, e come asseriva lo stesso Petroni, profondamente incompleta ed impersonale.

A voler entrare nel dettaglio, ci sembra che Petroni ceda troppo facilmente al fascino un po’ ingenuo e familiare dei ritmi classici della commedia dell’arte. Non la elabora progressivamente, andando al di là dei suoi stilemi tradizionali, declinando con ciò maschere e non personaggi attivi che concretizzino la loro messa in scena. Con la stessa inconsapevolezza, in Petroni agisce una sorta di necessaria ridefinizione classicistica del Western, un senso di razionalità narrativa nel definire compiutamente l’essenza radicale ed ineluttabile del linguaggio western. Mentre Leone si apre al western, Petroni ha bisogno di chiudersi nel western, per la paura che gli possa sfuggire di mano, nel non riuscire a fissare in tempo le sue tipiche caratterizzazioni, che lo fanno essere sempre riconoscibile agli occhi del pubblico.

Ed è precisamente da questa necessaria cristallizzazione caratteriale del mondo western, che deriva la sua stasi filmica. Una stasi – a dire il vero – che registra qualche momento di dinamismo, che nasce anzi da qualche istante dinamico, rimanendo però sempre e comunque immobilità riproduttiva, esigenza prettamente interiore di registrazione di un dato, di un evento, di un fatto, oltre che schiavitù simbolica nei confronti di una cifra, di uno stile, di una maniera condivisa ormai accettata e fatta propria, più che profonda ed onnicomprensiva riqualificazione tecnico-narrativa di un universo vitale.

Leone parte da una precisa e riconosciuta iconografia per sviluppare una personale lettura critica del western, tentando di elaborare delle tendenze originali, attraverso la formulazione collettiva di uno sguardo totalizzante e penetrante del mondo della frontiera (lontano dal mito astratto e meramente cinematografico dell’epopea), come mezzo (che non diventa mai fine) per riflettere sulle contraddizioni della società contemporanea.

Petroni viceversa non riesce in questo intento, proprio perché lotta (soprattutto contro se stesso) per affermare – cristallizzando – l’istituzione formale del western, non partendo dall’essere ma dal dover-essere del western, proponendone una visione metafisica, come se fosse una leggenda inviluppata, puramente circolare, succube senz’appello dei suoi miti, incapace ad offrirsi alla complessità del mondo, ridotta alle stigmatizzazioni attraverso cui si diffonde ideologicamente tra le masse, chiusa nelle sue generiche caratterizzazioni, nella sia auto-commiserazione estetico-comunicativa, delineando un western pour western, inabile a rappresentare un audace trampolino di lancio per alzare lo sguardo sul mondo.

Un western dunque “genuino”, tecnicamente assoluto (cioè privo di direzioni e sviluppi), puro nella sua radicale a-temporalità e a-storicità, avulso dal divenire dialettico degli eventi, appiattito più sulle sue esigenze sensoriali (e falsamente erotiche) che nell’elaborazione razionale di un vocabolario all’altezza dei tempi.

La notte dei serpenti
Paese: Italia
Anno: 1969
Genere: Western
Durata: 108′
Regista: Giulio Petroni
Attori principali: Luke Askew, Luigi Pistilli, Magda Konopka, Chelo Alonso

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