Il giovane restauratore Stefano giunge in una assolata località emiliano-romagnola, presumibilmente Comacchio, agli albori degli anni 60: il neoeletto sindaco Solmi lo ha incaricato di riportare alla sua forma originaria un affresco, raffigurante il martirio di San Sebastiano, presente nella chiesa del paese e realizzato dal pittore locale Buono Legnani.

Quest’ultimo, morto suicida circa 30 anni prima, non solo veniva ricordato da tutti come un individuo non completamente sano di mente, ma era stato inoltre etichettato con l’appellativo di “pittore di agonie”, poiché la sua passione era quella di ritrarre persone in punto di morte. Dopo aver iniziato il proprio lavoro in tutta tranquillità, accolto da persone un po’ eccentriche ma nel complesso cordiali, Stefano viene raggiunto dall’amico Antonio Mazza, il quale si era stabilito già da qualche tempo proprio in quel paesino, in seguito alla separazione dalla moglie.

Costui, in uno stato di evidente preoccupazione, lo mette al corrente di alcune scoperte inquietanti fatte sul conto del Legnani e delle sue due sorelle. Da questo momento, dopo la sospetta morte dello stesso Mazza, il protagonista e la sua compagna Francesca si ritrovano invischiati in una spirale di orrori e sangue che assume gradualmente contorni sempre più aspri ed inaspettati, fino ad un tragico epilogo.

La casa dalle finestre che ridono si inserisce nel filone della produzione cinematografica avatiana definito “Gotico Padano”. Le opere in questione ambientano situazioni gotico-orrorifiche nel contesto geografico della Bassa, precisamente nell’Emilia-Romagna. Peculiarità fondamentale di questi film è proprio quella di dare adito a circostanze tragiche e terrorizzanti in contesti umani e ambientali che sarebbero del tutto avulsi da questo tipo di eventi. In questo modo Avati riesce ad ingenerare nello spettatore un diffuso senso di inquietudine, sottraendogli ogni forma di certezza ed appiglio sicuro.

Se infatti il cinema Horror e gotico tradizionale eleggono come locations privilegiate i castelli, le cripte ed i cimiteri, ritratti preferibilmente in condizioni atmosferiche pessime, nel Gotico Padano le vicende hanno luogo in territori assolati e pacifici, laddove la quiete e la serenità sembrano apparentemente farla da padrone. Come sottolinea lo stesso regista nel libro Il Gotico Padano-dialogo con Pupi Avati di Ruggero Adamovit e Claudio Bartolini: <<In “La casa dalle finestre che ridono” ho cercato di spaventare attraverso la solarità, andando così contro gli stereotipi del genere, per avere un elemento innovativo nel genere stesso, che prevede e suppone immagini standard, dove il buio è re. Invece nel mio film ho mostrato che anche gli spazi aperti, bruciati dal sole, possono e riescono ad essere altrettanto spaventosi >>. Lo stesso discorso vale anche per gli spazi chiusi: se antiteticamente alle zone aperte questi potrebbero costituire il rifugio in cui sentirsi al riparo dal minaccioso mondo esterno, nell’opera avatiana al loro interno si concretizzano ulteriori orrori e minacce.

Così, ad esempio, la fidanzata del protagonista subisce violenza tra le mura della casa che occupava con il compagno; Antonio Mazza viene spinto dalla finestra della sua abitazione; la chiesa è custodita da un prete che, alla realtà dei fatti, altri non è se non una delle diaboliche sorelle del Legnani opportunamente travestita.

Un’ulteriore caratteristica distintiva de La casa dalle finestre che ridono è la plausibilità narrativa. Sebbene si verifichino circostanze agghiaccianti, tutto può essere sempre ricondotto nei canoni della verosimiglianza, senza che cioè vengano chiamate in causa forze demoniache o soprannaturali. In altre parole, i tragici eventi narrati sono tutti imputabili alla malattia mentale, alla devianza, alla perversione: chi uccide non lo fa perché mosso da una “mano” ultraterrena malvagia che ne obnubili la volontà. In tal senso, il film in questione è maggiormente accostabile al thriller, con picchi quasi gore, piuttosto che all’horror puro: esattamente come accadeva con i film di Dario Argento quali L’uccello dalle piume di cristallo (1970), Il gatto a nove code (1971) e Quattro mosche di velluto grigio (1971), pur discostandosi nettamente da questi ultimi per ambientazione e suggestioni, la struttura narrativa segue i fatti di sangue conseguenza di azioni causate da follia omicida, che stravolgono la vita delle sue malcapitate vittime.

Parlando del “Gotico Padano” di Pupi Avati, è quindi lecito argomentare di una dimensione artistica “personalizzata”, in grado cioè di travalicare letteralmente i clichè di un genere cinematografico e di uscire dalle nicchie stilistiche. In tal senso, la creatività del regista la fa totalmente da padrone e da luogo ad opere uniche difficilmente incasellabili e catalogabili ma senz’altro di forte impronta autoriale.

La casa dalle finestre che ridono
Regia: Pupi Avati
Cast: Lino Capolicchio, Francesca Marciano, Gianni Cavina
Nazione: Italia – 1976
Durata: 110’

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