Siamo in sei innanzi tutto, sei fili intrecciati e anche sei matasse da dipanare con amore e con perizia. Parlare di questo nuovo film di Todd Haynes come del migliore dell’annata cinematografica 2007 è più interessante che disquisire a proposito del film dell’anno sulla vita di Bob Dylan.

Perché Dylan non c’è in questo quadro vibrante, o meglio non c’è affatto sulla linea di ogni tradizionale e più o meno ortodosso biopic di sorta.

Non c’è Bob Dylan didascalico, ci sono sei storie intessute insieme, c’è il menestrello bambino (l’infanzia) che dice di chiamarsi Woody Guthrie, che strimpella gaio ma incazzato saltando su e giù dai treni merci, c’è il poeta bohemienne e maudit quanto basta per essere inquisito e travisato, c’è l’attore dapprima impegnato e poi accomodato e disilluso, innamorato (e d’amour fou) della pittrice parigina e pseudo contestatrice che filosofeggia e che incanta.

E poi c’è il cantante folk dei primi tempi che lotta per i diritti sociali e per quelli dei neri e che, da una riuscitissima scatola meta cinematografica del tipo “documentario posticcio dentro al film”, cambia poi le sue rotte successive tra i clamori e le religiose conversioni; e poi c’è il successo planetario e le allucinazioni delle droghe e degli eccessi, la stampa alle calcagna, i deliri della fama e quelli dell’autocompiacimento disfattista.

L’ultimo filo ad essere gettato in questo rutilante affresco è quello di un Billy the Kid infiacchito dagli anni che si dà consapevolmente all’anonimato e alla macchia, passando le sue giornate nei boschi a rincorrere cani ribelli e a lottare (ancora) invano contro la costruzione di un’innaturale autostrada.

Di Bob Dylan in tutto questo ci sono talvolta versi, stereotipi, rimandi a testi e echi più o meno biografici che ogni fan o adepto rintraccerà con fervore. Ma l’impressione che si ha guardando questo film è quella di un gigantesco ed emozionante vaso di pandora, dove la grande accozzaglia di riferimenti (dylaniani, ma anche politici, di costume o esistenziali), di suggestioni visive, di spunti filosofici appare così ben artisticamente orchestrata da affascinare con forza, catturando anche lo spettatore non iniziato ed inducendo il desiderio di un’immediata (quanto necessaria) seconda visione.

Ben accetti poi, a partire da adesso, i commenti (forse) esplicativi o rivelatori di un appassionato, coloro che Bob Dylan lo ascoltano e lo amano da sempre, dopo aver già gustato l’iniziale choc emozionale ed essersi già fatti condurre dal ritmo avvolgente di questa storia, in fondo e a ben guardare-possono rivelarsi utili per cogliere le sfumature e rileggere la ricchezza segnica sul versante musical-autoriale.

Oltre a precisare che chi scrive non conosce che uno striminzito (e per giunta di risma strapopolare) pugno di testi di Bob Dylan e di storie ed aneddoti sulla sua vita, ci sentiamo di conferire la preferenza alla storia del fu caballero di Brokeback Mountain, Health Ledger. Lui -attore “puro” in procinto del grande salto, doppia il suo primo film importante. Lei – Charlotte Gainsburg bellissima e sensuale – studia pittura all’accademia.

E sui tetti i gatti si amano, per le strade serpeggia già qualcosa di nuovo.

Per quanto la diafana Cate Blanchett sia qui “maledettamente” sfatta, alienata ed azzeccata, la storia dell’amore (e della guerra, con il Vietnam per l’appunto ad impegnare i cuori e le coscienze) tra l’ideale e il reale, tra l’arte e la vita quotidiana, nonché tra la passione e la razionalità, l’impegno e la comodità, la coerenza e il compromesso non può far a meno di colpire per intensità e di far pensare ancora con ineluttabilità e con urgenza (seppur) si tratti delle solite vecchie cose e dei (fondamentali) dilemmi di sempre.

1 commento

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