Vento_giroIl vento fa il suo giro è un film di Giorgio Diritti, il  regista bolognese ha al suo attivo  varie e prestigiose collaborazioni televisive e cinematografiche: Pupi Avati ed Ermanno Olmi, ma anche Federico Fellini.


Il film prodotto indipendente di Arancia film con la firma di Giorgio Diritti  è stato  premiato a Roma, all’esordio al suo primo festival del cinema (quello di veltroniana memoria).

La pellicola inizia con  una ripresa dall’alto. Protagonista e’ una macchina con due signori che stanno parlando e che stanno percorrendo un’infinita serie di curve di montagna .

La  conversazione verte  su “ la rujeda,” la ruota, intesa come la solidarietà che gli abitanti del paesino di Chersogno vivono abitualmente.

La bellezza e la difficoltà del paesaggio alpino testimoniano con evidenza la durezza della vita specie complicata dalla neve e dal ghiaccio dell’inverno.

Fiocchi di neve e casine dai tetti da fiaba di Andersen fanno da sfondo a quello che è in realtà un serio problema di convivenza che investe la società e la sua quintessenza antropologica.

Philippe, un ragazzo francese del profondo Nord, originario di una città dei Pirenei, bianco, alto , dinoccolato e laureato (ex professore che ha deciso di provare l’avventura di essere allevatore di capre  e produttore di formaggi) ha deciso di  allontanarsi dal paesino francese di residenza perche’ presto vi verra’ costruita una centrale nucleare e decide di trasferirsi con tutta la famiglia a Chersogno.

Dopo un primo e necessario momento di contatto, il ragazzo trova casa e riesce a stabilire un rapporto di  collaborazione con gli abitanti, per lo più anziani. Il paesino, che e’ ormai in via di spopolamento, offre alla giovane famiglia del protagonista una festa di accoglienza ufficiale con tanto di  sindaco e autorità.

Naturalmente la vita degli abitanti non prosegue come prima, tutti guardano attentamente le abitudini della nuova famiglia che non possono essere quelle che loro si aspettano.

Il professore-pastore pascola le capre fuori dai confini stabiliti (come spiegare ad una capra i confini di un terreno?); poi  una capra muore e viene abbandonata all’aperto per consentire agli animali selvatici di cibarsene. Il ragionamento della moglie dell’ex professore, di confessione rigorosamente vegetariana, fornisce pero’ l’occasione per crescenti e devastanti rappresaglie. L’accusa e’ quella di avere infettato il terreno con la  putrefazione della carcassa dell’animale.

Lo stile di vita della nuova famiglia convertita all’agricoltura investe anche il problema delle pulizie dei figli, del vestiario, con le massaie del paese che si prodigano per portare ai bambini dell’ex professore gli abiti dismessi (questa lettura assistenziale contrasta la scelta di anticonsumismo della coppia).

Questi episodi fanno crescere una frustrazione collettiva a Chersogno, trascinando lo spettatore in un intelligente conflitto di culture nel sottile filo che lega la convivenza, il rispetto dell’altro ele abitudini che ci portano a giudicare (piuttosto che a valutare).

Solo che di fronte non abbiamo il diverso, abbiamo l’uguale, il nostro stesso fratello e assistiamo impotenti ai rapporti che si decompongono senza la precisa volontà di mettersi in discussione (come avviene con la carcassa della capra).

“Le cose sono come il vento prima o poi ritornano”: questa è la metafora della “rujeda”, e si ritorna alla discussione iniziale e, fondamentalmente, ad una chiusura di un cerchio aperto all’inizio del film e chiuso sopratutto  nelle nostre coscienze collettive.

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