5000 euro compreso il fioraio

Dopo gli acclamati Vergine giurata e Figlia mia, presentati a Berlino, Laura Bispuri arriva al Lido con l’opera terza Il paradiso del pavone – qualcosa di completamente diverso dai due film precedenti.

Che dopo la pandemia il cinema italiano dovesse arrischiarsi nella ricerca di nuovi codici e nuovi linguaggi era un fatto pronosticabile ma difficilmente credibile; eppure, dopo Il buco di Michelangelo Frammartino, anche Il paradiso del pavone, terzo film di Laura Bispuri, dimostra quanto le potenzialità contenutistiche e semiotiche del cinema siano ancora quasi tutte da esplorare. È un film al tempo stesso snervante e maestoso, fatalmente sfuggente e tutto “schiacciato” sulla luce invernale che ne permea ogni istante: più che una visione attenta, richiede una visione affidataria, che rinunci a porsi domande prima della fine ma che al tempo stesso non si aspetti una risoluzione classica di ogni mistero, di ogni complessità.

È la particolarità della trama e la pertinenza negativa dei dialoghi a rendere Il paradiso del pavone un oggetto strano e straniante, soprattutto per gli scarsi standard di sperimentazione a cui il cinema italiano di adesso, se non si è troppo ingiusti, ci ha sinuosamente assuefatti. Da un punto di vista drammaturgico, Il paradiso del pavone rispetta pienamente le famose – e controverse – unità aristoteliche di tempo, di luogo e di azione. A fare da sfondo a tutta la vicenda è la festa di compleanno dell’anziana Nena, a cui accorre tutta una famiglia allargata. Il figlio Vito e la nuora Adelina hanno però incautamente portato Paco, il pavone di Alma, l’unica nipotina di Nena: ma quando l’essere rompe un vaso, l’anziana lo confina nel terrazzo. Un incidente che coinvolge il pavone, innamoratosi di una colomba dipinta in un quadro, porterà rapidamente a ridiscutere la maggior parte dei rapporti che intercorrono in quella famiglia. Perché Vito, Adelina e Alma abbiano voluto adottare proprio un pavone anziché un cane o un gatto resta un mistero insoluto.

Bastava il ritorno nel cinema italiano di Dominique Sanda a fare notizia, dopo che negli anni settanta registi nostrani quali Bertolucci, De Sica, Visconti, Bolognini e Cavani l’avevano pienamente adottata tra le loro attrici feticcio: ma la storica co-protagonista de Il conformista e Novecento qui ne Il paradiso del pavone guida con sicurezza e un accento splendidamente francese un cast corale. Bisogna dire che ci sono più personaggi nevrotici e irrisolto nel terzo film di Bispuri che nella maggior parte dei film di Woody Allen, ed è difficile dire se questo sia un bene o un male per un cinema italiano che con la psicologia stessa ha un rapporto irrisolto; ma se Alba Rohrwacher interpreta in un certo senso la figura-zero del suo personaggio-tipo, l’angelica e infantile Adelina reduce da una pesante malattia, il personaggio di Fabrizio Ferracane è insolitamente grottesco, quasi parodistico. Si fanno apprezzare di più il doppio ritorno, da un lato, di Maya Sansa, dall’altro lato di Yile Vianello, indimenticata protagonista di Corpo Celeste di Alice Rohrwacher.

Echi, echi, echi. Il paradiso del pavone è un continuo e raffinatissimo eco di talmente tanti film, autori e sensibilità diverse da far apparire ogni déja-vu come un caso, tanto interiorizzato è lo sguardo di Bispuri sulla storia co-scritta con Silvana Tamma. Dietro Il paradiso del pavone c’è innanzitutto Gruppo di famiglia in un interno, interpretato dalla stessa Sanda, che non può non far pensare al tempo stesso al distico dei film fatti con Bertolucci – ma c’è anche August Strindberg. Visto che il film di Bispuri presenta una struttura non dissimile a quella di Teorema in cui il male di vivere dei protagonisti viene soffocato con le più inutili delle chiacchiere, a tratti viene da pensare che Il paradiso del pavone sarebbe il film che Antonioni avrebbe fatto se fosse stato Pasolini, e se Pasolini delle famiglie avesse dato una visione più interna che esteriore sulla famiglia.

Tuttavia, la profondità e la sicurezza registica di Bispuri e, se non è stereotipante, il suo tocco femminile vanno ben al di là di una rievocazione di registi ormai assunti ad archetipi. C’è Festen, sicuramente, il film di Vinterberg che raccontava di un’altra festa di famiglia andata a male, quando uno degli invitati a un matrimonio per la prima volta urla le sue verità in faccia a tutti; per negazione e iconoclastia, vi si può vedere pure La grande abbuffata di Ferreri; ma ne Il paradiso del pavone si coglie anche molto Buñuel, inevitabilmente, e per un attimo pare sfiorarsi anche Ordet di Dreyer, se nel frattempo non fossimo diventati laici.

Eppure, eppure. Quand’anche tutte queste citazioni fossero volontarie, Il paradiso del pavone sa pienamente riscattarsi con la sua originalità. È difficile individuare esattamente in cosa questa consista: forse nell’uso sconfinato dei dialoghi, a lungo così mimetici nei confronti di quelli che realmente si svolgono in tediosi compleanni in famiglia da risultare snervanti; certo è che Bispuri sa trasmettere un immaginario senza stare a perdere tempo nel cristallizzarsi dei simboli, tant’è che lo stesso pavone del titolo, anche quando si mostra nell’altezzosa della sua ruota, viene trattato al pari di tutti gli altri elementi della scena, animati o inorganici che siano. Escludendo l’incipit che alterna le varie macchine degli invitati e il finale in spiaggia, Il paradiso del pavone sembra corrispondere appieno alla definizione cinematografica di Kammerspiel. Va precisato chedel dramma da camera, da un lato, gli manca il dramma in senso classico, tragico, preciso, che è qui sostituito da un malessere generico e indifferenziato per il quale il “folle volo” del pavone non è che un pretesto; dall’altro lato, quel che più conta, al Paradiso del pavone del dramma da camera manca proprio la staticità teatrale, visto che il pranzo non si farà mai, i personaggi saranno visti (quasi) tutti insieme a tavola per pochi minuti e per il resto del tempo è tutto un vorticare concentrico in una paura del rito malcelata, in un altrettanto drammatico attaccamento all’infanzia e alla famiglia o, quantomeno, a una loro visione distorta.

Siamo qui oltre un concetto classico di storia, tanto più che i mutamenti dei protagonisti vengono evidenziati dai giochi di sguardi e dagli accostamenti di montaggio che da esplicite verbalizzazioni degli stessi: condensando un’intera famiglia in poche stanze, Il paradiso del pavone sembra voler tratteggiare innanzitutto un esistere marcio e la via d’uscita ad esso. Questo volo del pavone, inevitabilmente comico e anche per questo in un primo momento alluso solo fuori schermo, diventa la famigerata goccia che fa traboccare il vaso: un antropologo del tragico e del capro espiatorio come René Girard avrebbe avuto molto da dire circa la struttura profonda di questa storia, il suo intrinseco ritualismo. La caduta del pavone dal balcone è la famosa “prima pietra” invocata da Gesù di fatto contro le ipocrisie dei farisei: cinematograficamente parlando, equivale al brindisi di Festen, o all’arrivo del personaggio di Terence Stamp in Teorema, o a certe manifestazioni autolesioniste e nevrotiche della Giuliana del Deserto Rosso, o al tuffo hockneyiano del personaggio di Ralph Fiennes in A Bigger Splash di Guadagnino, per fare un esempio più recente.

Come ogni autentica trasgressione, l’involontario suicidio del pavone ha una portata apocalittica – rivelatoria – liberatoria. Se il termine verità nel suo originario significato greco implicava uno svelamento, è un antichissimo meccanismo di pensiero quello che vediamo all’opera ne Il paradiso del pavone. Un meccanismo che, tanto è antico nelle sue forme drammaturgiche, quanto è moderno nelle sue implicazioni ultime. Dopo il sacrificio del pavone, seguono una serie di piccole o grandi epifanie, tutte di fila, che coinvolgono uno ad uno tutti gli invitati costringendoli a “venire-fuori”, a uscire allo scoperto. Quella che per i personaggi del film è la rivelazione più sorprendente riguarda ovviamente Nena, ma il pubblico già la ha appresa nei primi minuti di film: e, proprio da questa assenza di suspense che al tempo stesso sa evitare ogni forma di ironia drammatica, si capisce che il vero centro de Il paradiso del pavone, a differenza dei vari Teorema e Festen, non è il crollo compiaciuto delle certezze, quanto una loro ridefinizione. Nel finale, emerge una nuova visione dello “stare-insieme”, in tutti i sensi: non è del resto inaspettato che un film intitolato Il paradiso del pavone abbia una conclusione quasi utopica. A espiare il mal di vivere ci ha già pensato l’animale, non per nulla seppellito a fine film.

Il paradiso del pavone in fondo fa ciò che ogni film dovrebbe fare: nella coscienza assoluta della tradizione che lo precede, trova una forma propria e un contenuto proprio nelle specificità del linguaggio cinematografico e audiovisivo. In questa ottica può trovare un senso e quasi un riscatto anche il carattere volutamente fumoso del film, soprattutto nella prima parte, il bisogno – esasperato – di farci sentire tutto un chiacchiericcio inutile per dipingere, quasi per impressionare, quel disagio e quel mal di vivere suscitati dall’eccessiva consuetudine, da una routine logorroica – e il carattere inevitabilmente schematico di alcuni personaggi, che non risultano didascalici ma eteroguidati sì. Al tempo stesso però questo modo di raccontare, di stare dentro la storia che Bispuri aveva manifestato in modo diverso e più classico nei due precedenti film, porta con sé molte implicazioni, ed è auspicabile che continui a essere approfondito.

In fondo se Il paradiso del pavone sia un film brutto o bello è una domanda indiscreta – ciò che conta è che sia un film insperato. Rispetto alle specificità del suo linguaggio filmico, il suo trucco è scoperto e furbo: portare la parola al parossismo, nel moltiplicarsi dei discorsi inutili; riservare alla musica i momenti salienti, i due-tre autentici momenti di cambiamento nelle dinamiche tra i personaggi; affidare le rivelazioni finali essenzialmente ai gesti, agli sguardi, ai baci muti dei protagonisti e delle protagoniste. Il paradiso del pavone affastella un gran numero di impressioni e sensazioni, in un piccolo Zibaldone visivo in cui nulla è ordinato eppure tutto ha un senso, anche la canzone di lotta politica cantata dalla bambina un attimo prima dell’incidente che stravolgerà la vita della famiglia e soprattutto del pavone. Il risultato che consegue Il paradiso del pavone è meno chiaramente definibile e valutabile di Vergine giurata e Figlia mia, i due precedenti film di Bispuri, delle vere perle nascoste della nostra cinematografia degli ultimi anni – ma certo siamo davanti a un film fertile: finalmente il cinema italiano mostra di aver capito che i film possono andare ben al di là di una semplice narrazione.

«Il cinema è troppo importante per lasciarlo fare ai narratori di storie», diceva un altro regista non perfetto ma fertile, l’inglese Peter Greenway: un film come Il paradiso del pavone di Laura Bispuri – che nel raccontare la ridefinizione delle certezze dei propri personaggi pare voler anche ricodificare a livello di forma e di scrittura una certa essenza del racconto cinematografico stesso – corrisponde appieno all’istanza di un cinema che in fondo ha bisogno di superare sé stesso e le sue abitudini cementate.

Titolo: Il paradiso del pavone
Regista: Laura Bispuri
Sceneggiatura: Laura Bispuri, Silvana Tamma, da un soggetto di Silvana Tamma
Attori principali: Dominique Sanda, Alba Rohrwacher, Maya Sansa, Carlo Cerciello, Fabrizio Ferracane
Scenografia: Ilaria Sadun
Fotografia: Vladan Radovic
Montaggio: Carlotta Cristiani, Jacopo Quadri
Costumi: Antonella Cannarozzi
Produzione: Vivo film, Match Factory Productions, Rai Cinema,
Distribuzione: da annunciare
Durata: 89’
Genere: drammatico
Uscita: da annunciare

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