Un mondo di soli uomini, per soli uomini. Ieri come oggi la politica italiana è in mano a un divo e ai suoi fedeli vassalli, sfacciati aspiranti dei, resi ancora più meschini dalla piccolezza della propria natura.


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Divo nel senso letterale del termine, un dio che decide la sorte di chi si oppone alla sua volontà e che porta il fardello della scelta sulle proprie spalle, solo con se stesso nella sua amozionale ironia.

Ricorda un vampiro il protagonista che, se nelle fattezze riproduce un personaggio reale, è in realtà metafora del potere: non lo si vede mangiare, né dormire, né amare, un Nosferatu dei nostri tempi, che cammina per le sale del suo palazzo lontano dalla luce del sole.

Mirabile la mise en scène dell’Ultima Cena: al centro della tavola un uomo, che spesso nel citare le Sacre Scritture, seppur con l’ironia di sempre, evoca la figura di Gesù, un dio incompreso, circondato da compagni che ne intuiscono soltanto la grandezza, pronti a tradirlo non appena si presenti la possibilità di un facile guadagno.

I personaggi minori sono delineati con attenzione e gli interrogativi, tanti, che il film solleva, più che vere e proprie denunce, sono domande sussurrate in un confessionale o poste in sale ovattate di marmi e velluti.

Come in un Signore degli Anelli trasposto nella vita reale, al ritmo di sequenze spezzate che scorrono ad intermittenza, si racconta una realtà chiusa in se stessa, immutabile ed eterna, in cui il potere si nutre di vita, corrompendo tutto ciò che gli sta accanto e, donando a chi lo detiene, la solitudine dell’immortalità.

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