Il cinema e le apparenze del reale

Studioso di Gadda e Calvino, amico di Deleuze e di Bene, Jean-Paul Manganaro firma una delle monografie più interessanti sulla filmografia di Federico Fellini riletta nelle tappe di un eterno vagabondare.

È raro, se non rarissimo, trovare testi di critica che valgano quasi come opere d’arte a sé, indipendentemente dall’argomento affrontato. Fra queste eccezioni sicuramente si potrebbe menzionare il Federico Fellini dell’accademico e traduttore francese Jean-Paul Manganaro, che non per nulla ha come sottotitolo un enigmatico Romance, romanzo: questo meraviglioso saggio, nell’evidenziare i movimenti concettuali e le permanenze tematiche dell’opera filmica di Fellini, è a sua volta un grandioso vagabondare attraverso argomenti, ipotesi e riflessioni che, pur restando ancorate all’opus felliniano, non tardano a rivelare preoccupazioni narratologiche, antropologiche e finanche sociologiche tipiche di un Novecento che va ben al di là del cinema.

L’impostazione del saggio, nell’indice, è quella classica, quasi forzata: ripercorrere a una ad una le tappe della filmografia di Fellini, dedicando quasi sempre un intero capitolo a ogni singolo film, quand’anche si tratti di un cortometraggio di un film a episodi come Le tentazioni del dottor Antonio; l’ultimo è poi dedicato a La voce della Luna e, infine, una conclusione tira le fila del discorso elencando un’ultima volta i temi di fondo di ciascuno dei film di Fellini ed evidenziando le interconnessioni tra i singoli finali.

Nella scansione del volume in tre diversi parti si coglie invece un’ambizione più profonda, più serrata, come dimostra tutta la prima parte della filmografia di Fellini – da Luci del varietà a Le notti di Cabiria – che viene analizzata come una riflessione sul «raccontare», e sul raccontare «le apparenze del reale», distaccandosi sempre di più dal Neorealismo. L’atto centrale del cinema felliniano, dall’opera-mondo La dolce vita fino al simmetrico Roma, è agli occhi di Manganaro incentrata sul «creare» e sul ritrarre «le variazioni di una realtà che scompare»; la parte conclusiva dell’opus di Fellini, da Amarcord in poi, interrogandosi su «che cosa diventa il passato», su «dove va la musica quando non suoni più» come si dice in una battuta di Prove d’orchestra, è riletta dall’autore all’insegna di un «raccontare la riflessione».

L’aspetto che forse più stupisce di questo Federico Fellini. Romance, soprattutto se paragonato alla qualità media dei libri sul cinema, è la proprietà di scrittura, la bellezza delle espressioni di cui Manganaro fa uso, l’intransigente precisione analitica di alcune sue definizioni: la «chiarezza senza luce» della narrazione psicologica dell’interiorità della protagonista in Giulietta degli spiriti, il celeberrimo passaggio del transatlantico Rex in Amarcord chiarito come una «descrizione di un differimento», l’elemento caricaturale che attraversa gran parte del cinema felliniano colto in unico «processo intorno al derisorio». Sin dalle prime pagine Manganaro evidenzia come la figura-simbolo, l’elemento alla base di tutto il cinema di Federico Fellini sia il «vagabondare» e qui tradisce il suo lignaggio: la riflessione è presa a piè pari da quanto Gilles Deleuze scriveva sul Neorealismo e su tutto il cinema del dopoguerra, Antonioni e Fellini compresi, nelle prime pagine de L’immagine-tempo. Biograficamente attestata da un lungo rapporto di amicizia nonché dalla traduzione in italiano di alcune opere del filosofo, il debito di Manganaro verso Deleuze non viene mai esplicitato nel testo del libro, ma è riassunto tutto nella dedica, à Gilles; e, preso atto di quest’iniziale derivazione, Manganaro tratta l’opera di Fellini secondo percorsi originali e con un grado di analisi di film in film che il filosofo francese, trattando discorsivamente tutto il grande cinema mondiale, nel suo testo di semiotica non poteva adoperare.

Ma qual è in fondo il significato del cinema di Fellini, per Jean-Paul Manganaro? La risposta sta tutta in un paragrafo che lo studioso scrive a proposito de Le notti di Cabiria, ma che può estendersi a tutta l’impresa felliniana: «Che cosa sta filmando Fellini? Blocchi a cui si può dare un nome: la fede, il credo, la religione, il rito immutabile dei secoli, ma anche un insieme sociale che aspetta di vedere apparire, attraverso un’immagine, un’icona, un idolo santo incompleto… la dimostrazione della presenza e dell’essenza del divino. Ora, dentro la pellicola il miracolo è proprio quello di aver filmato un’attesa disperatamente equivoca, e tuttavia commovente».

Se c’è una cosa che Federico Fellini ci ha insegnato, così come Antonioni con un diverso linguaggio e diversi esiti, è che è possibile un cinema dei concetti, dei temi, un cinema di pensiero: senza sconfinare nella saggistica audiovisiva, anzi se mai accentuando i caratteri di affabulazione e patetismo tipici del linguaggio cinematografico, Federico Fellini, almeno nella parte centrale della sua carriera, ha saputo forgiare un cinema nazionalpopolare eppure densissimo di idee, di suggestioni, di pensieri. Ecco anche perché, come dice Manganaro, tanto nei film romani quanto nei film di ambientazione romagnola la «passeggiata diventa conversazione di un’intera città»: Federico Fellini, nel suo vagabondare, commette un’effrazione del reale che il cinema italiano contemporaneo, regredito il più delle volte a un neo-neo-realismo senza qualità, non sa nemmeno decifrare.

È allora un fine ermeneuta francese a prendersi la briga di spiegarci con quali stilemi un regista interessato tanto alla concettualizzazione quanto all’esperienza umana sia riuscito a condensare i suoi film in un crocevia tra l’esperienziale e il filosofico puro.

Federico Fellini. Romance
di Jean-Paul Manganaro
Il Saggiatore (Milano)
pp. 442

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