In una fase in cui il cinema sta progressivamente scivolando verso un linguaggio sempre più meta cinematografico, in cui il bacino letterario da cui prende linfa si assottiglia sempre più, in cui i format televisivi impongono al mercato audiovisivo gusti e preferenze, è importante ricordare una figura così autenticamente legata alla pellicola, alle tradizionali professionalità artigianali che arricchivano il nostro cinema, facendolo diventare uno dei più ricercati nel mondo, come Giulio Petroni.

Un autore indipendente e corsaro, non solo per la sua originale vena artistica, per la sua inesauribile creatività narrativa, ma soprattutto per la capacità – veramente unica – di contaminazione propulsiva dei generi, di tensione dialettica tra umori e passioni vive e passive, manifeste e latenti, che nel bene o nel male, hanno segnato un’intera stagione.

Ed è per questo che la Cineteca Nazionale gli ha dedicato un’intera sera, proiettando Da uomo a uomo del 1967, La notte dei serpenti del 1969, un violento western divenuto presto un rarissimo cult movie e il suo film forse più rappresentativo che è Tepepa del 1970, con due interpreti straordinari quali Tomas Milian (per la prima volta in italiano) e un sontuoso Orson Welles nella sua prima ed unica apparizione in uno “spaghetti western”.

Ed è proprio a partire dalla necessaria ridefinizione critica di questa categoria interpretativa, che occorre ripensare l’intera esperienza cinematografica di Petroni.

Come ogni categoria, anche questa è assolutamente riduttiva. Il suo essere scrittore e saggista, uno dei pochi intellettuali critici ed indipendenti in Italia negli ultimi trent’anni, lo colloca al di là di ogni possibile stigmatizzazione opportuna e compiacente, data la forza visiva e la rabbia narrativa con cui esponeva le sue storie, attraverso cui sceglieva ed adattava testi duri e complessi in un’ambientazione che poteva essere western come un’altra.

E questo dimostra l’assoluta incapacità di Petroni di cristallizzare un’estetica, di preordinare un gusto, di inchiodare a dati prestabiliti e rassicuranti i personaggi e le psicologie che emergono dalle sue maschere, prese dalla tradizionale popolare e dalla commedia dell’arte, dai thriller oltre che dalla comicità all’italiana.

Una ricerca però schiava di un preciso destino linguistico, influenzata dalla sua stessa gestualità impronunciabile, antica e moderna, dinamica seppur statica, luminosa seppur tetra, in cui ad ogni passo non ne segue un altro e in cui ogni respiro può essere l’ultimo, proiettandosi costantemente in una condizione precaria ed insondabile.

Da uomo a uomo, rappresenta l’impegno a certificare una strada interpretativa sull’uomo e la società, che parta dal western ma che non preluda inevitabilmente al suo puntuale ritorno in sé, aprendosi ad altri linguaggi, ad altri oscuri vocabolari interiori ed inconsci, ancora sconosciuti, in via di elaborazione.

Ed è proprio questa sua inabilità strutturale a formalizzare in progressione (senza identificazione idealistica) auspicando con ciò un salto qualitativo che fluidifichi sia la narrazione che le tecniche riproduttive, che gli impedisce di evolversi come avrebbe potuto, feticizzando paradossalmente quella stessa ansia ribelle di mutamento espressivo che invece rimase sempre al palo, seppur provocando degli emuli e degli epigoni di straordinaria capacità ricreativa come ad esempio Quentin Tarantino.

Come nel regista americano, anche in Petroni il leit motiv di tutto il suo cinema è la vendetta, che non è assolutamente un piatto che va servito freddo.

Da uomo a uomo è la storia di Bill (John Philip Law), che dopo aver assistito da bambino al massacro della sua famiglia – senza un motivo plausibile – (in cui il parallelo con la vicenda di O-Ren di Kill Bill e l’inizio folgorante di Bastardi senza gloria è totale) da adulto decide di mettersi sulle tracce della gang assassina per vendicarsi dell’orrore vissuto e dell’onta subita.

Lo accompagna in questa spedizione di morte, Ryan (Lee Van Cleef), un vecchio pistolero scarcerato dopo quindici anni di lavori forzati per essere stato tradito dalla stessa banda criminale che ha perpetuato il brutale massacro.

Bill trova subito in Ryan un prezioso alleato nel suo disegno omicida, tessendo una gara a chi elimina prima e per i suoi interessi, ad uno ad uno tutti i componenti del commando. È evidente che ognuno dei due ha interesse a porre il proprio sigillo sulla fine tragica ed inevitabile dei gringos.

Ma Bill non sa che lo stesso Ryan partecipò, ma solo come spettatore inorridito, al massacro, risparmiandolo poi nel finale, in una sorta di ringraziamento per averlo aiutato a fare giustizia.

Un film certamente ambizioso per l’epoca, radicale e radicato nella coscienza cinefila, non privo di una forte e neanche tanto velata carica polemica, nei confronti di un’ipocrisia sociale e civile che ha da sempre caratterizzato non solo il western ma il cinema stesso alle prese con i suoi miti di celluloide, nella sua innata capacità di distruggerli nel momento in cui li idolatra come modelli, in cui il paragone – forse pretestuoso e fuori luogo – con Sergio Leone risulta inevitabile.

Un rapporto simile a quello del ragazzo di bottega con il maestro d’arte rinascimentale, in cui l’allievo-epigono si macchia di un eccesso di manierismo, nella foga di emularlo, di ricalcarne – inconsapevolmente – le orme.

Ma per la verità, non si può parlare di una vera e propria emulazione in senso stretto, ma nell’irruzione prepotente in un tempio figurativo in cui l’unico officiante non può che essere Leone.

Leone ha impresso talmente tanto la sua impronta nella definizione filmica del western, in netta opposizione ad esempio all’epopea mitica di John Ford, dai primi piani, alla gestione dello spazio scenico, alle ambientazioni, ai costumi, ai carrelli, allo sguardo interiore dei personaggi in relazione agli spazi infiniti ed indefiniti della frontiera, creando un immaginario così potente e dilagante, catalizzando un’energia così sopita e perciò dirompente, da non poter più dare spazio a nessuno che voglia – anche a ragion veduta – inserirsi in questo linguaggio, dando il suo personale contributo alla sua progressiva elaborazione.

Da uomo a uomo rappresenta puntualmente questa impossibilità, mostrandosi come un film essenzialmente bloccato, fissato nel suo essere “cronaca dalla frontiera”, cristallizzato nel suo stucchevole – e spesso involontario – manierismo, incapace addirittura ad imitare la fluidità visivo-narrativa di Leone, nella sua insana abitudine a riprodurre uno stilema, una configurazione psicologica fin troppo familiare e decodificata, rinunciando fin dalle prime battute, a crearne una ex novo.

Questa radicalizzazione ingenua ed involontaria di temi già presenti ed abusati, si ripercuote nella definizione dei dettagli di scena. Ad esempio in Petroni le comparse sono sempre e comunque comparse, comportandosi sempre come anonimi elementi di contorno. I dettagli sono sempre secondari ed opinabili, certificando una sorta di inevitabile incuria dettata da un’estrema superficialità empirica (nata certamente dalla rabbia espressiva di Petroni, in questo senso opportunamente anti-formalistica) ma che spesso inficia la necessaria razionalità organizzativa della messa in scena.

Viceversa in Leone, ogni personaggio minore o tangenziale, ogni dettaglio atmosferico connesso alla decifrazione di un particolare ambientale, ogni momento psicologico-comportamentale, è costruito e montato come se fosse il protagonista stesso della narrazione, senza il quale sarebbe impossibile girare neanche un fotogramma. Tutto in Leone è importante, insostituibile e decisivo ai fini della piena rappresentazione (anche critica e non certo didascalica) di un mondo complesso e contraddittorio come il western.

Petroni sostituisce la soggettività storico-concreta di Leone, con un soggettivismo astratto ed indefinito (seppur presente ed attivo), avulso dal legame indissolubile con il dinamismo musicale che accompagna e registra la fluidità ritmica del montaggio e della coerenza narrativa attraverso la costruzione dell’immagine.

In Petroni manca completamente l’organica risoluzione fluida tra immagine e sonoro, tra visione spaziale e movimento, tra intenzione e gesto, intese e realizzate da Leone come sintesi dialettica “assoluta” seppur nella sua estrema relatività ambientale.

Questi brevi accenni, non precludono ad una sconfitta di Petroni. Anzi, la sua incoscienza a sfidare sullo stesso terreno uno dei geni del cinema va riconosciuto e apprezzato.

E come detto prima, è forse ingiusto o addirittura profondamente sbagliato, paragonare due registi così diversi, con un’idea del cinema così lontana, sebbene uniti nel bisogno di pensare in grande, di osare a declinare un linguaggio filmico inedito e per certi versi inaccettabile.

Titolo originale: Da uomo a uomo
Anno: 1967
Durata: 120′
Genere: Western
Regista: Giulio Petroni
Soggetto: Luciano Vincenzoni
Sceneggiatura: Luciano Vincenzoni
Produttore: Henryk Chrosicki, Alfonso Sansone
Attori principali: John Philip Law, Lee Van Cleef, Mario Brega, Luigi Pistilli, Anthony Dawson, José Torres, Franco Balducci, Ignazio Leone, Guglielmo Spoletini, Walter Giulangeli, Carlo Pisacane, Nerina Montagnani
Fotografia: Carlo Carlini
Montaggio: Eraldo Da Roma
Effetti speciali: Sergio Sagnotti, Eros Bacciucchi
Musiche: Attanasio, Ennio Morricone
Scenografia: Franco Bottari

1 commento

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