Un’altra storia di un’altra rock star

Ho bisogno di scrivere una sceneggiatura. Una storia che narri una ex rock star (o un ex big di qualunque campo), felice, orgoglioso del suo presente, non alcolizzato e che non sia il fantasma di se stesso, la macchietta triste dei tempi andati.

Un personaggio che non si redima, che non invochi una paternità perduta ( o mai esistita), e che in finale mantenga il proprio nome d’arte, senza spogliarsene invocando l’imborghesimento dei costumi come prova provata della sua maturità.
Ho bisogno di vedere questa storia qui, perchè del suo contrario ne ho un po’ piene le tasche.

Bad Blake come Cheyenne (This must be the place), come Hedwig (Hedwig and the hungry Inch), e come tutti quei personaggi decadenti che inesorabilmente sullo schermo ripropongono la stessa parabola.

Attaccato al suo passato per inerzia, l’ex stella cadente del country Bad Blake (un imbolsito ma sempre sexy Dude, icona del panzutismo fiero Jeff Bridges) calca palcoscenici da due soldi per tirare a campare, e (almeno inizialmente) rifiuta la mano generosa dell’ex membro della sua band Tommy (sorprendente la bella voce di Colin Farrel), che tenta di coinvolgerlo come spalla nei suoi fortunati successi musicali. Un po’ ferito, un po’ pigro e un po’ orgoglioso, Bad tentenna, e tra una bottiglia e un centinaio di sigarette al giorno ha pure la fortuna di trovare l’amore (splendente Maggie Gyllenhaal), spinta propulsiva per un cambio di rotta.

La pellicola si dipana tra capitomboli e ricadute, sino al predetto finale agrodolce, in cui lo step verso la “sanità” mentale e fisica fa rima con la negazione del personaggia artista (Bad diventa Otis, nome proprio all’anagrafe), abbandonando il passato se’, e spalancando le braccia alla sobrietà (fisica e figurata) di un uomo che sceglie di essere persona anzichè maschera. Come a dire, di Mick Jagger ce n’è uno solo.

La pellicola scritta e diretta da Scott Cooper, tratta dal romanzo omonimo di Thomas Cobb, e prodotta tra gli altri dal sempreverde Robert Duvall, si articola poggiandosi su tre cardini essenziali: i paesaggi (l’America vera, quella polverosa e iconografica dei Motel e dei grandi spazi), le musiche originali di T- Burnett (Oscar per The Weary Kind, tema del film), e la prova attoriale di quel Jeff Bridges certamente convincente, anche se vagamente ridondante, con quel look sciatto da “cow boy dell’amore” e quella barba impenitentemente incolta (Oscar come Miglior Attore Protagonista e Golden Globe come Miglior Attore Drammatico, e qualcosa vorrà pur dire!).

Se sul film non pesasse insomma, l’ombra angosciosa del già visto – già sentito, oltre ad una certa lentezza e inesorabilità di girato, si sarebbe potuto (forse) godere maggiormente delle atmosfere classicheggianti e autentiche di un’opera che, proponendo una storia e un uomo, racconta un Paese e un’esigenza: qualla di andare avanti, di voltare pagina e abbandonare i vizi che un tempo ci si poteva permettere, e ora no.

Crazy Heart: una storia come tante girata come tante, ma che ha dentro nomi d’eccezione che ne hanno fatto la differenza.

Voto: 6

Titolo: Crazy Heart
Regista: Scott Cooper
Attori Principali: Jeff Bridges, Maggie Gyllenhaal, Robert Duvall, Colin Farrel
Genere: Drammatico
Durata: 112 min
Anno: 2009
Produttori: Robert Duvall, T-Bone Burnett, Scott Cooper
Produttore Esecutivo: Eric Brenner, Jeff Bridges
Casa di Produzione: Butcher’s Run Films, Informant Media
Distribuzione: 20th Century Fox
Fotografia: Barry Markowitz
Musiche: T- Bone Burnett
Montaggio: John Axelrad

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