Molto spesso ci si chiede se ci sia un cinema americano d’impegno per contrastare il prima dopo e il durante la guerra del Vietnam (1964 e il 1975) se questo evento così cruento e ingiustificato (come tutte le guerre) abbia fatto vibrare corde di protesta all’interno del sistema americano o, per meglio dire delle speranze dei giovani d’oltreoceano che vivevano come tutti gli altri un periodo di primavera di lotte di diritti umani e sociali, in quel primo passo epocale che avrebbe dato la chiave di lettura del moderno o se si preferisce del postcontemporaneo.

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Dalla rivista Sight & Sound del 1953 Herbert Jackbson notava come la nascita dei film di cowboy avessero giocato un ruolo chiave nel sostegno dell’organizzazione dell’esercito americano. Il salvifico film western ha avuto il maggiore successo al box office proprio quando imperversavano le guerre (guerra mondiale 1939-1945) considerazione che mette il cinema in un piatto importante della bilancia sociale essendo il cinema stesso prosecuzione e comunicazione della realtà.

L’allora quarantenne (1934-2008) Sidney Pollack esponente della nuova generazione cinematografica newhollywoodiana uscì con un film western “Corvo rosso non avrai il mio scalpo” che descrive attraverso il protagonista Jeremiah Johnson, (Robert Redford) un uomo che si lascia alle spalle un fardello non si sa bene di quale entità (la guerra, la diserzione, di certo la disobbedienza verso il sistema di natura autobiografica) e che affronta in un canone tutto fumettistico il quotidiano nelle terre gelide delle montagne rocciose del Colorado.

Tutto ciò che gli succede è al limite del parossismo, trovare il fucile al momento giusto, peregrinare e incontrare un vero cacciatore d’orsi, svernare con lui in una spelonca , imparare la gavetta del wildness , decidere di andarsene (ma è possibile dormire in mezzo al gelo senza un tetto?) incontrare un uomo mezzo sepolto col cranio rasato per essere al riparo dai cacciatori di scalpi per rendersi conto che lui stesso era un cacciatore di scalpi , oppure farsi la propria casa accanto al fiume con maestondotici tronchi d’albero con sole tre maestranze, Jeremiah Johnson, il ragazzino traumatizzato adottato e amato come un figlio e una moglie indiana acquisita d’ufficio?

Come al solito l’indagine è sociale, in questo caso connotata da un forte accento antropologico, Robert Redford Jeremiah Johnson è la prosecuzione un occhio che si spinge fino alla diversità per farla diventare oggetto d’indagine profonda, gli usi e i costumi non occidentali ,la proposta attraverso il cinema di vedere il mondo con altri occhi cercando di non seguire il sistema americano consumistico e dell’american way of life.

Nel campo indiano si osservano le soggettività, il radicamento dei missionari, la sutura della cultura indiana assieme a quella missionaria, gli indiani cattivi e quelli buoni, la generosità del capo indiano da non disattendere regalando la figlia in moglie al cacciatore . Questo film sembra un suggerimento all’America di non sedersi e di guardare alle minoranze etniche con rispetto, invitando ad una meditazione antropologica di salvaguardia delle differenze.

Altrimenti queste forze se non assimilate si sarebbero rivoltate contro (l’episodio in cui Redford e i soldati attraversano un cimitero indiano profanandolo costerà la vita della famiglia di Jeremiah).

Di certo il tono di questo western di Pollack, forse il più discusso nei cineforum non internettiani del periodo, contrasta con il western alla John Ford, che prediligeva le grandi praterie, le grandi cavalcate, i grandi balli e anche la critica ne fu spiazzata per la differenza linguistica .

In Italia non si può non ricordare il crescente studio di fenomeni antropologici di quegli anni, il grande studioso Roberto Leydi che studiò le numerose sfaccettature delle nostre culture, dalla metà degli anni Cinquanta concentrò la sua esperienza di ricerca e studio sulla musica popolare e la storia sociale, mentre Ernesto De Martino approfondiva i suoi studi di natura antropologica, sul sud, la magia , la storia religiosa, indagando sul sociale e facendo dell’antropologia una presa di coscienza sullo stato delle culture prima della globalizzazione.

Mentre in America si recuperava il senso del selvaggio nelle montagne rocciose, qua lo si faceva nei riti della comunitadel villaggio.

Parallelalmente in Italia, nel 1972, si fa strada un cinema fortemente politicizzato Girolimoni il mostro di Roma di Damiano Damiani, il Caso Mattei di F. Rosi, Nel nome del padre di Marco Bellocchio, Lina Wertmuller con Mimì metallurgico ferito nell’onore.

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