Già nel primo corto dedicato al dramma silenzioso, lo “scorrer dentro della droga”, risulta evidente lo sforzo di Gilles Rocca nel cogliere senza pietà –  con la fredda oggettività della macchina da presa – le paure intime dell’uomo contemporaneo.

Black Mamba rappresenta a pieno questa intenzione narrativa, nella denuncia senz’appello della violenza sulla donne in tutte le sue sfaccettature, da quella verbale all’asfissiante inseguimento, dal commento volgare appena sussurrati a quella fisica vera e propria, che troverà in un’avvenente ragazza (la bravissima Miriam Galanti) la sua vittima designata, sfuggita per un pelo allo stupro nei sotterranei – deserti e inquietanti – della metropolitana, grazie all’inaspettato arrivo di un passante. Un film, che per ammissione dello stesso Rocca, nasce dalle sue paure come fidanzato di una ragazza giovane e carina costretta a tornare a casa dalla stazione della metro più vicina, passando per zone e affrontando personaggi non del tutto raccomandabili. Da questa situazione di quotidiana tensione, lo spunto di scrivere e girare questo corto è immediato.

Ed è interessante come il cinema di Rocca si strutturi su due punti fondamentali; partire dalle proprie paure per analizzarne la deriva sociale e collettiva, e  riflettere sul mutamento che il “prender coscienza”, dovuto a un evento traumatico o personale, determina nel protagonista del film.

Anche in Black Mamba ciò risulta evidente dalla metamorfosi che il giovane leader di una banda di violentatori, rapinatori e teppisti che dilaga e opera incontrastato nelle strade e nei quartieri di Roma – che evoca senza copiare, l’istrionica e grottesca personalità scissa e alienata di Alex in Arancia Meccanica di Kubrick – subisce dopo che uno dei suoi ne violenta “senza saperlo” la sorella in un parco pubblico.

Ed è in quel momento, a contatto diretto con l’orrore della violenza subita, con il male che si dipana anche sui cari della vittima, obbligati a prendersi la loro dose di sofferenza, di umiliazione e di brutalità senza volto né nome, che il protagonista si scopre ancora più vulnerabile e solitario di quanto pensasse, comprendendo che la maschera di duro e di violento serviva soltanto a nascondere a se stesso le proprie intime e inconfessabili paure, a darsi un’identità, una maschera-personaggio, capace di salvarlo – pirandellianamente – dal caos e dall’anonimato quotidiano. Pronto a vendicare il torto subito, nello scontro con il suo ex affiliato, sembra avere la peggio, con un finale però aperto a tutte le interpretazioni.

Con il consueto stile aggressivo ma lucidamente pronto a registrare la tragica ovvietà del dolore e della violenza che le donne subiscono ogni giorno nel silenzio o nel rumore ossessivo (per questo vacuo e interessato) dell’opinione pubblica, con una messa in scena omogenea senza stacchi né artifici registici (il classico campo, contro-campo, campo lungo, ecc..), con una macchina “impazzita” che vaga e coglie il fluire dinamico degli eventi, come fosse l’occhio attivo di un personaggio in scena – rompendo così la barriera tra attore e regia, tra soggetto che recita e camera che registra il suo movimento, in una dialettica tra immagine e realtà che è l’essenza stessa del suo cinema -, con un montaggio attento a non spezzare la tragica armonia della narrazione, con giovani attori già in possesso di una camaleontica capacità espressiva, Black Mamba riesce nel tentativo di coniugare denuncia sociale e indagine introspettiva nell’anima distorta (in cerca di chissà cosa e perché) di quei ragazzi, che secondo una cantilena consunta da decenni, devono essere ricondotti alla convivenza civile.

Quanto siano vuote e senza mordente queste invettive, tipiche di un potere anch’esso lontano anni luce dalla tragicità del vivere quotidiano, dagli impulsi irrefrenabili – che hanno una radice psicologica ed esistenziale ben definita che andrebbe studiata più a fondo senza pregiudizi di parte -, lo dimostra la scena clou del film, in cui una ragazza di colore – una Denny Mendez in grado di offrire una intensità presenza scenica – subisce uno stupro multiplo da ogni membro della gang; un scena davvero straziante e scioccante nel suo verismo emotivo, nel suo realismo brutale quanto affascinante che non lascia spazio ad alibi e scontati sensi di colpa, ma che viceversa affonda il coltello dell’immagine nel cuore stesso di una violenza (in quanto letterale violazione dello spazio più intimo di una donna) molto difficile, se non impossibile, da cancellare. Ancora una volta, Gilles Rocca dimostra quanto il cinema si faccia realtà e la realtà cinema. Era ora.

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Titolo: Black Mamba
Regista: Gilles Rocca
Sceneggiatura: Gilles Rocca
Attori principali: Gilles Rocca, Mirco Mancini, Ivan Boragine, Miriam Galanti, Annalisa De Simone, Giorgi Ciotola, Edoardo Savino, Enrico Bellisari, Ornella Pacelli, Silvia Quondamstefano, Eva Presutti, Daniele Brinciotti, Giorgia Iannone, Simone Interlenghi, Pierfrancesco Citriniti
con la partecipazione straordinaria di Denny Mendez
Produzione: Luigi De Filippis

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