Indubbiamente all’uomo medio piace ridere. Indubbiamente all’uomo medio piace riflettere su temi un po’ epici, di romantica memoria, così, per sentirsi in una parte considerante e considerata del mondo. Indubbiamente all’uomo medio piace tessere rapporti, soprattutto affettuosi se non anche d’amore, illuminati da sorrisi e non per forza conditi da verbosi sproloqui. Indubbiamente, infine, questo film all’uomo medio piacerà, ma non solo a lui, probabilmente a tutti gli uomini, di tutte le carature, poiché si tratta di un film umano.

Chi scrive giura di non star dando di matto, di non star straparlando, né di star temporeggiando in attesa di una qualche illuminazione scrittoria. In sincerità, un film come “Bancs Publics” dà poco materiale su cui pronunciarsi, rendendo una recensione arduo mestiere. Perché se è vero, com’è vero, che il modo migliore per conoscere un lungometraggio è andare al cinema a vederlo, è altrettanto vero che questa tautologia non rende conto del fatto che un’analisi approfondita e critica di un film è possibile, anzi doverosa, nel momento in cui esso, come opera d’arte, colpisca il piacere, nel bene o nel male, di noi uomini e spettatori. E questi pareri vanno resi noti e considerati.

Però è, appunto, il film a suscitare effetti, non una recensione. O meglio, sicuramente i film “suggeriscono” effetti e simpatie. “Bancs Publics” no, non dà l’avvio a nessun processo identificativo. Lo salta a piè pari giungendo a mostrare, a scoperchiare i rapporti umani, interiori ed interpersonali. In qualche modo ci riesce e ci riesce, cosa che lo rende notevole, in svariati momenti.

Pregi della siffatta cosa: in quei momenti sembra attivarsi una condizione emotiva, o come dicono bene gli inglesi, “attitude” che è altro rispetto dalla, diciamo, “solita”, sospensione di realtà. Si toccano con mano la gioia o la disperazione o la solitudine. La simpatia “spettatore – personaggio filmico” si complica e diventa più simile a quella “individuo A – individuo B”, al semaforo sotto casa, quando entrambi, schizzati di fango da una macchina passante, inveiscono all’unisono contro chi di dovere. La protagonista è quindi la straordinaria quotidianità narrata dal film.

Motivo per cui bisogna prendere atto che, come idea di base, non c’è nulla di nuovo qui: svariati personaggi che nell’arco di una giornata, in uno spazio circoscritto, intrecciano le loro vite con conseguenze più o meno comico-esisitenziali. Proprio come i nostri due individui al semaforo.

Di trame così se ne sono viste a palate, in tutti i formati, di tutte le durate, più o meno ben fatte o incensate (che non sono la stessa cosa). Ma, in questo caso, c’è un tocco diverso. Mi rendo conto che così si sta parlando di metafisica, d’accordo. Ma il pregio di quest’opera è quel tocco, quel grado non d’immedesimazione, non di riconoscimento, ma di vera e propria compassione.

Come spiegarlo? Ecco, si possono citare un paio di momenti della macrosequenza del “Brico Dream” durante i quali il personaggio del proprietario del locale, interpretato dallo stesso regista Bruno Podalydès, si esprime in due affermazioni, una su quanto ami il suo lavoro ed un’altra che in italiano suona pressappoco come un disperato “Che mi stanno facendo?”, mentre un boato porta via luce e pavimento di un’ala del suo negozio. La reazione in sala è la stessa che si sarebbe data se si fosse stati là, non sul set, ma nel vero accadere della cosa. Qualcosa salta nel meccanismo di finzione cinematografica di “Bancs Publics” e, se mi si passa il gioco di parole, anche in quello di “finzione di finzione” cinematografica.

O per dire con più garbo, si direbbe che manchino sia la volontà di rendere il profilmico realtà, sia l’altra volontà, quella che, coscientemente, svela tutti i trucchi di una palese finzione. “Bancs Publics” dà l’idea di un prestigiatore che non ci voglia ingannare, né di uno che ci voglia spiegare tutti i suoi trucchi: è invece quel prestigiatore che si meraviglia, e noi con lui, della semplicità di alcune parti dei suoi numeri, parti più umane che magiche.

Quando, appunto, il film prende questa china, anche se solo per brevi attimi, qualcosa di raro, nel mondo del cinema, accade. Qualcosa che compete alla quotidianità ma non al buio di sala. Metafisica sì, eccome, ma per quanto empirici si possa essere questa metafisica è tollerabile. Anche se ovviamente, e ritorno a capo, difficilmente recensibile, più facilmente esperibile (sempre se i nostri produttori si degneranno di diffonderlo sul mercato, che non è detto).

Difetti di questo dono: quando questi momenti illuminati non ci sono, e si tratta comunque della maggior parte del lungometraggio, il “film torna film” e denota delle volte poca inventiva e originalità, così che le buone gag presenti, alcune deliziose, dal tono assurdo e straniato, perdono di valore perché inserite in un contesto un po’ mediocre, anche con la pretesa di essere un po’ intellettuale (o intellettualoide?

Ad ogni modo mi riferisco al finale, soprattutto). Ecco, recensito per la sua natura filmica rimane un lavoro su cui c’è poco da dire, poche novità (Clerks è di 15 anni fa, per dirne uno), ma visto il periodo nessuno gliene farà una colpa. Rimane però sempre un prodotto molto ben curato, con un buon cast che lavora bene, ma nulla di impressionante: un film gradevole che scivolerebbe via senza troppa fatica se non fosse per quegli attimi impressionanti di umanità.

Che valgono tanto e tutto il buon apprezzamento che si può fare di quest’opera.

Regia: Bruno Podalydès
Sceneggiatura: Bruno Podalydès
Attori: Mathieu Amalric, Pierre Arditi, Josiane Balasko, Catherine Deneuve, Chiara Mastroianni, Denis Podalydès, Bruno Podalydès, Olivier Gourmet, Samir Guesmi, Thierry Lhermitte, Julie Depardieu, Claude Rich, Michel Aumont, Emmanuelle Devos, Patrick Ligardes, Micheline Dax, Florence Muller, Bernard Campan, Didier Bourdon, Vincent Elbaz
Fotografia: Yves Cape
Montaggio: Emmanuelle Castro
Musiche: David Lafore, Ezechiel Pailhes
Paese: Francia 2009
Durata: 110 Minuti

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