Un marine disabile, tale Jake Sully, viene reclutato per coprire il ruolo del suo fratello gemello in un’operazione di “colonizzazione civile” su un pianeta selvaggio chiamato Pandora, pianeta colmo di un minerale ricercatissimo e carissimo sul mercato, il cui più grande giacimento si trova sotto uno dei principali centri abitativi della popolazione indigena, i Na’vi, esseri in completa simbiosi con il loro habitat naturale.

Malgrado alcuni tentativi d’approccio pacifici, approcci nei quali verrà anche coinvolto Sully e per i quali gli sarà dato un corpo da Na’vi (un avatar, per l’appunto), così da potersi integrare con la loro comunità, la sete di potere e di conquista cova nelle nei terrestri, militari e buisnessmen, fino a portare ad un inevitabile scontro tra le due razze. Nel divenire della battaglia Sully, ormai integrato nella comunità Na’vi e innamorato di una giovane indigena, si schiererà con il suo nuovo popolo e sconfiggerà, non senza difficoltà, gli oppressivi speculatori terrestri.

Grandi linee il plot di “Avatar” è questo: sono evidenti almeno 3 o 4 fonti differenti per quasi ogni aspetto della narrazione, pur se mostrata così sommariamente. Processo al regista James Cameron in nome del plagio? Si potrebbe fare, ma non è questo il punto della questione. Dopotutto non ha mai mostrato di essere un grande sceneggiatore, narrativamente parlando (e nessuno glielo ha mai infatti chiesto, né tanto meno rimproverato). Se ha copiato qua e là in maniera più o meno intensa è, in effetti, solo un problema di morale e si sa che per una giusta causa (incassi?) la morale è accantonabile.

La poca originalità tematica, figlia anche del tempo che è passato dall’inizio del progetto (risalente a 12 anni fa – e in 12 anni il mondo è cambiato, forse troppo per rendere gradevole uno script così), non è solo a livello macro-narrativo, ma anche micro-narrativo (le piccole trovate, gli spunti) e nulla viene risparmiato dalla gazza ladra – Cameron: il collegamento fisico dei Na’vi con la natura attorno a loro (e il link degli umani con i loro avatar), ad esempio, sembra una rozza asportazione chirurgica da “Matrix” (anno domini 2000) fino anche, e lo dico con una punta di rammarico per una questione di “sacralità infranta”, da “Scanners” di David Cronenberg, film datato 1981 (!!!).

Il punto della questione è che una produzione come “Avatar” non si dovrebbe presentare con la minima enfasi sui contenuti. Non che ne sia completamente sprovvista: potrebbe anche, in effetti, contenere metafore di concetti molto importanti (un paio d’esempi evidenti: l’albero che cade come e la risalita dei Na’vi come l’America che si rialza dopo l’11 Settembre; l’attaccamento alla Terra degli indigeni sembra celare una qualche apologia d’Israele nel contesto mediorientale). Queste sono, però, letture più o meno forzate, libere interpretazioni e non già perché il regista lasci spazio alla cooperazione spettatoriale, ma piuttosto perché, a ben vedere, tali contenuti sono solo abbozzati, sono solo di spunti di riflessione malamente rifiniti e non conclusi.

Cameron, la sua filmografia lo dimostra, ha sempre pensato di poter posare piccole-grandi perle di riflessione nei suoi progetti e questa è indubbiamente un’ottima volontà da parte sua: però alle parole e alle intenzioni devono seguire i fatti ed un carico di contenuti critici, pur piccolo e molto abbozzato come quello di “Avatar”, implica anche e soprattutto una responsabilità culturale, intelligenza. Culturalmente “Avatar” è però irresponsabile e non-intelligente: è solo un grande show, con buona pace del suo creatore che invece lo vorrebbe vedere (e probabilmente lo vede…) più “elevato” di quanto effettivamente sia. Anche perché, se quel poco che c’è è davvero, al contrario di quanto detto, sincero e probante, allora siamo tutti vittime di una mancanza di coscienza di noi e del mondo. Sarebbe bello che in generale noi ed il nostro tempo non fossimo la platea ideale di “Avatar”… e invece siamo con ogni probabilità i destinatari ideali di questa produzione.

I contenuti di quest’operazione sono, quindi, pochi e mal presentati: ecco perché non andrebbero, in nessuna maniera, elogiati o ritenuti degni di (positiva) nota. Un aspetto del lavoro che risulti mal fatto dovrebbe essere quasi insabbiato ed invece nel circo di promozione di questa pellicola si è anche molto discusso (con toni spesso celebrativi) dei “grandi temi trattati”. C’è, od almeno ci dovrebbe essere, una notevole differenza tra il non fare una cosa e il farla male, ma sembra che sia un distinguo non tanto considerato. Un altro segno di come qualcosa oggi non stia andando nel verso giusto dal punto di vista intellettuale, anche se il meglio (il peggio) deve ancora arrivare. Resta il fatto che nel 2010 “Avatar” forse non è cinema (o comunque un film), sicuramente è un expo di situazioni d’entertainment più o meno riuscite, comunque male gestite. Imperizia e superficialità lo rendono un’affermazione violenta dello status quo. Un prodotto reazionario come pochi.

Se plot e contenuti sono quindi tirati via, poco curati e deludenti (se non addirittura “pericolosi”), che dire della prodigiosa tecnica cinematografica, dei miracoli del 3d, dell’avvolgente mondo di Pandora? In parole povere, come show visivo, è “Avatar” un buon prodotto?

“Avatar” è specchio dei nostri tempi e quindi è un trionfo (illegittimo) della tecnologia fine a sé stessa. È un trionfo della possibilità economica sulla volontà e sulla ricerca espressiva. È un trionfo di sopraffazione intellettuale, altro che indipendenza dei Na’vi (i quali, per inciso, sono guidati da un marine animato da voglia di riscatto, solo contro tutto e tutti). L’insieme è stato spacciato, con i già citati toni celebrativi, ma anche con quelli critici, per una buona produzione culturale, tutto grazie alle famose “due perline” o per dirla alla “Avatar” con la “birra chiara”. Siamo stati intellettualmente corrotti da effetti speciali dalla grana, oltretutto, molto grossa. Il 3d e in generale le soluzioni estetiche di “Avatar” sono le “due perline” in questione: si tratta di falsi pregi. Sono esistite ed esisteranno produzioni che troveranno la loro ragion d’essere per la sola cura estetica posseduta, che sia bidimensionale o tridimensionale.

“Avatar” non è tra queste, ma rischia di passare nella categoria legittimato solo dalle spese e dagli incassi, non già da un’effettiva resa qualitativa, tant’è che molte scene sono completamente fuori fuoco o, ancora, certi carrelli deformano lo spazio in maniera palese e orribile. Queste “imperfezioni” non sono i frutti di una ricerca, di una volontà espressiva di Cameron, ma piuttosto di un’imperizia e di una superficialità riguardo le possibilità e le caratteristiche del cinema tridimensionale. Murnau, con “Nosferatu” (1922), ruppe gli schemi e le consolidate pratiche cinematografiche deformando immagini, bruciando e colorando la pellicola, il tutto alla ricerca di nuove possibilità d’espressione: e il risultato è nella Storia della Settima Arte. Se mai “Avatar” entrerà anch’esso in questa Storia, sarà ancora e sempre per la triste virtù di essere il “film più costoso di tutti i tempi”. Cameron non è un autore nel senso del moderno cinematografico, né in nessun altro. È un tecnico del cinema, quello che una volta si definiva “studio director”. Conosce in maniera solida e infallibile la costruzione di spazi e d’azioni di derivazione hollywoodiana classica (campo – controcampo, panoramiche, dettagli, carrelli e così via) e sa cosa al pubblico medio piace vedere in un film d’azione.

Questo sa fare e questo ha applicato senza troppi pensieri. Tutte le potenzialità del 3d, che in un film d’azione in spazi aperti e fantascientifici dovrebbero essere notevolissime, sono state incastrate in un congegno stritolante che le mortifica spesso: ad esempio, la profondità di campo, che invece dovrebbe essere sublimata dal tridimensionale è spesso nulla o priva dei pregi che potrebbe ottenere dallo sfruttare bene la tecnologia.

Un film in 3d richiede un nuovo linguaggio, un nuovo modo di pensare il film e l’immagine stessi perché possano essere veramente in 3d. Ogni medium ha le sue caratteristiche e le sue peculiarità e, in questo caso, Cameron non le considera neanche, accontentandosi di piazzare saggiamente un paio di sequenze più raffinate di altre (come l’inizio) per darci ad intendere che il tridimensionale sia la vera unica chiave espressiva del suo prodotto, quando invece non è assolutamente così. Risultato è che il 3d “rivoluzionario” è, in realtà, un accessorio. Il 90% del film potrebbe essere visto, senza nulla perdere, anche senza gli occhiali specifici. “Avatar” non è un film simbolo di un cambiamento di rotta e di pensiero nel modo di far cinema, non è l’inizio di nulla, ma, come già detto, è solo un’affermazione dello status quo, oltre che tematicamente anche esteticamente.

“Avatar” se mai risulta essere innovativo è solo perché si spaccia per tale, ma non lo è sotto nessun punto di vista. E se questa è una caratteristica generica dei film di Cameron, è pur vero che quest’ultima operazione in particolare è il trionfo della nostra accettazione passiva del pensiero imperante: i contenuti non sono più il fine della produzione artistica e comunicativa. Siamo allo stesso livello dei talk show, dei talent show e dei reality show dove vince e strappa applausi chi urla di più o chi promuove un modo di fare piuttosto che di pensare (così da far nascere il fare dal pensare). Heidegger, a metà del Novecento, affermava che l’essenza della tecnica non si trova nella tecnica stessa, ma nell’arte. Oggi la tecnica, o meglio, la tecnologia non è un mezzo per un fine, ma il fine stesso. “Avatar” non è il futuro del cinema e non è il seme di nulla: è un gigantesco monolite non levigato che sogna di diventare una pietra miliare, una “svogliata masturbazione” piuttosto che un atto “procreativo”. Vaghe intenzioni e mezzi potenti non bastano per far cinema, tantomeno la Storia: tuttavia possono funzionare per far soldi, quelli sì (tanti come non mai, visto il prezzo maggiorato del biglietto: ma poi perché?).

La presa di coscienza di questo insieme di cose, dalla tacca dell’acqua alta che fra poco ci sommergerà tutti, consenzienti o meno, dovrebbe fare paura. “Avatar” non è una produzione innocente e rispettosa dei suoi sostrati, non è un affascinante circo espressivo, è un dozzinale e costoso film d’azione che si afferma per virtù arrogate ma non effettivamente possedute, illegittimo e prepotente, senza ragione di essere. Un’operazione pericolosa e assassina, uno stendardo, parafrasando Truffaut, di “una certa tendenza” del livello medio attuale della cultura. Forse del male che si porta dentro “Avatar” Cameron non è del tutto cosciente, ma vista la mala parata generale, magari è meglio che ci lasciamo il beneficio del dubbio.

Regia: James Cameron
Sceneggiatura: James Cameron
Attori: Sam Worthington, Sigourney Weaver, Giovanni Ribisi, Michelle Rodriguez, Zoe Saldana
Fotografia: Mauro Fiore
Montaggio: John Refoua, Stephen E. Rivkin
Musiche: James Horner
Produzione: Twentieth Century-Fox Film Corporation, Lightstorm Entertainment, Giant Studios Inc.
Distribuzione: 20th Century Fox
Paese: USA 2009
Genere: Azione, Fantascienza
Durata: 166 Min
Formato: Colore 1.85 : 1

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