Secondo film di uno Stefano Calvagna agli esordi della sua cariera di regista, sceneggiatore e attore (della serie: chi fa da sé fa per tre) che si cimenta con un opera machiavellica di genere incerto, ma di sicuro impatto cinematografico.

Il film comincia “regolare“, secondo i dettami del tipico “trash all’amatriciana”, con sveglia che suona sul comodino mano che la spegne alla cieca e voce fuori campo a descrivere i vari personaggi in ordine di comparsa.

Dopo cinque minuti, però, si vira al poliziesco, ma è una finta, perché al Calvagna piace spiazzare e lo fa inventandosi un misterioso intrigo, complicato ulteriormente da un bizzarro giudice ultrà della Lazio che schiaffa il giovane protagonista, Stefano Malaccorti, agli arresti domiciliari per detenzione e spaccio di stupefacenti, al grido di: “sò anche un bel coatto quindi stia attento che meno pure“.

All’idea del poliziesco si sostituisce perciò quella del “noire sopra le righe”, anche per via dei due gangster (gli zii d’america, un formidabile Tony Sperandeo insieme ad Angelo Bernabucci) che cercano rocambolescamente un carico di droga finita, non si sa come, in parte nelle tasche del protagonista, e in parte non si sa né dove nè per colpa di chi.

Calvagna non si fa mancare neppure lo spunto di riflessione spirituale inventandosi Maria, Giuseppe e Gesù, rispettivamente mamma, papà e figlio evangelici, (vicini di casa del protagonista costretto a sorbirsi, suo malgrado, funzioni religiose sparate a decibel improponibili fino a notte inoltrata), che ben impersonano i puritani da strapazzo stile “Predicare così così e razzolare peggio“.

Meno da strapazzo e più goliardica l’anima in pena del fu Malaccorti padre, ginecologo libertino morto di infarto e rimasto bloccato a metà strada fra purgatorio e paradiso, in trepida attesa di poter fare una buona azione al figlio per spianarsi la strada (che poi gli si deve essere spianata sul serio perché il personaggio è interpretato dal fenomenale Riccardo Garrone che ricordiamo con nostalgia fra le nuvole, insieme a Bonolis e Laurenti, nella pubblicità del caffè che, più lo mandi giù e…).

Dal noir il regista riesce a trasportarci senza sforzo anche nell’action movie alla Bruce Lee con stralci di sexy commedia all’italiana (ma sempre nei limiti del pudore), passando per un thriller “smonta truffa” e concludendosi, poi, in una favola.

Poteva mancare la storia d’amore? No… E infatti ecco comparire una seducente dog sitter (Karin Proia) che forse dog sitter non è, ma che comunque si innamorerà perdutamente del sempre più frastornato Stefano alle prese, oltre tutto, con l’instabile assistente sociale/psicologa, l’amico d’infanzia scroccone “Er Cotola”, l’altro amico grezzo di nome Luca Ciovvento (Francesco Benigno), Bruno, il poliziotto incontinente con la vena poetica (Antonio Giuliani) e, per finire in bellezza, Sabrina, la cubista/barista/scema (Adriana Volpe) che tanto scema alla fine non è.

L’unico personaggio che poco lega in questo groviglio perfettamente riuscito di caratteri e stravaganze, è Drugo, una sorta di “recupero crediti” stile Arancia Meccanica di Kubrik interpretato da uno stridulo e sovraeccitato Stefano Molinari che di mestiere, nella vita vera, è un dotato radio cronista (motivo per cui, forse, è meglio che si limiti a fare quello).

Impossibile a questo punto non citare Mozart, il cane del protagonista, che con la sua serafica calma da buon bulldog inglese pura razza, dà stabilità all’intero film, quasi sia l’unico a capire davvero da che lato vada presa la vita.

La colonna sonora è composta ad hoc dal cantautore Riccardo Della Ragione che coinvolge trasporta e stravolge dalla prima all’ultima canzone.

Il ‘Calvagna regista’ è impeccabile e rapisce grazie alla fluidità delle riprese mai scontate come, per esempio, la simpaticissima visuale a misura di spioncino o le finte sbarre della galera che si scoprono essere poi, la spalliera del letto.

La sceneggiatura non è da meno e incalza lo spettatore di gag esilaranti e massime di vita vissuta da rewind, capaci di far ridere tanto quanto riflettere.

Il ‘Calvagna attore’ è scanzonato e libero da clichè: recita sé stesso, aprendo una finestra sul suo mondo invogliandoci a non chiuderla mai per la spontaneità e l’entusiasmo che traspaiono dalla sua interpretazione. Unica nota dolente? Le scene romantiche: rigide e imbarazzate come se, al poliedrico regista, proprio non garbi calarsi nella parte dell’innamorato. Eh sì che la bella Karin Proia si impegna moltissimo per rendere credibile l’idillio, ma nonostante questo non ce la fa a metterci “phatos” per due.

In conclusione, “credevo fosse un calesse”… E invece eccomi di nuovo e inaspettatamente di fronte a un piccolo capolavoro di inconsapevole bravura che avrebbe meritato molta più visibilità di quella che ha avuto.

Pellicola geniale, esilarante e profonda che, fra una risata e l’altra, insegna a vivere la vita con la giusta filosofia, trovando del buono in tutto, anche dove apparentemente non c’è e donando allo spettatore attento una massiccia dose di ottimismo pepata da un pizzico di sana e dissacrante incoscienza; quella che ci impedisce di prendere troppo sul serio i problemi, affrontandoli quindi con successo.

Un film terapeutico da vedere almeno una volta all’anno.

La frase: ”Mozart…Nun me dà la zampa, Mozart nun me leccà… Hai visto? L’ho addestrato! Fa tutto quello che je dico!

2 Commenti

  1. Lo trovi alla Feltrinelli…E se non ce l’avessero a disposizione subito lo puoi ordinare e te lo procurano.
    Altrimenti con carta di credito su internet…

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