La fine di un’era

L’ultimo film di James Bond con Daniel Craig protagonista è qualcosa di più di un semplice action – è un testamento metacinematografico.

Se c’è una saga cinematografica che ha saputo sfidare il tempo rinnovandosi integralmente di decennio in decennio, questa è 007. Benché originariamente protagonista di una serie di romanzi di Ian Fleming, è solo nella sua versione cinematografica che il personaggio della spia al servizio di sua maestà «Bond, James Bond» ha saputo assorgere a livello di mito del contemporaneo. Mentre in altre saghe iniziate negli anni settanta, come Star Wars o Indiana Jones, i cui protagonisti sono sulla soglia degli ottant’anni, si torna sui set a reinterpretare i lorovecchi ruoli, quella di 007, il cui primo film Licenza di uccidere risale al 1962, grossomodo ogni cinque titoli è stata rebootata, ricominciando – quasi – ex novo con un nuovo attore di grido nei panni del title character.

Cosa rendeva 007 così spiccatamente cinematografico? Ci sono tanti elementi di analisi che si potrebbero cogliere da uno sguardo d’insieme, a questa saga che l’anno prossimo festeggerà cinquant’anni e che con questo nuovo No Time to Die ha raggiunto la bellezza di venticinque film. A ben vedere, nessun elemento è casuale, di tutti quelli che compongono l’immaginario visivo che circonda James Bond. 007 rappresenta l’apice di una certa concezione escapista del cinema, del film come pura evasione, fantasticheria che inevitabilmente si apre all’esotico, all’isola lontana, alla misteriosa giungla urbana asiatica, e soprattutto a quel fantasmagorico sex symbol che è stata a lungo la Bond Girl prima della sua problematizzazione.

Ogni trama di 007 implica, o meglio implicava, una costante fuga del quotidiano capace di esprimere le potenzialità del mezzo filmico al meglio delle loro risorse. Proprio perché tutta giocata sulla velocità, sugli inseguimenti, sulle corse a piedi, in auto o in aereo, una saga di spionaggio di questo tipo risulta perfetta per esprimere la potenzialità innanzitutto etimologica del cinema, quella di cogliere il movimento. Si potrebbe filosofeggiare e tentare una connessione impura tra lo «scolpire il tempo» caro a Tarkovskij e la costante presenza di orologi Rolex al polso dell’eroe sfruttato oltre i limiti del product placement – ma potrebbe essere azzardato. Certo è però che 007 ha decisamente contribuito a cementare il mito della macchina al cinema, tanto quanto l’Aston Martin ha contribuito a costruire il suo.

Un fattore da non sottovalutare, nel successo che ha riscosso 007 anche su un pubblico adulto, sta nel fatto che James Bond è l’eroe pragmatico per eccellenza: e non solo perché fa sempre, grazie a un istinto analitico, la scelta giusta al momento giusto sia che si tratti di sparare alla cieca sia che si tratti di scegliere in un batter di ciglia da che parte stare. James Bond è un eroe pragmatico anche perché tutto ciò che fa in termini di acrobazie, corpo a corpo e scontri a fuoco richiede ovviamente una bella dose di sospensione dell’incredulità, ma non viola mai le leggi della fisica. Gli Jedi di Star Wars usano la fantomatica forza, l’Indiana Jones di Harrison Ford si trova a contatto con potenze bibliche e demoniache, mentre con la sua Aston Martin James Bond fa acrobazie al limite del reale, ma la macchina non prende il volo come capitava nell’ultimo Fast & Furious. Dei tratti che caratterizzano l’eroe neanche c’è bisogno di parlare: è al tempo stesso freddo e passionale, latin lover fedele solo a Sua Maestà, severo ma dotato di un humor tagliente e molto inglese, patriota ma certo non così reverenziale verso i suoi superiori nelle gerarchie dello spionaggio inglese.

Tutti questi elementi raggiungono un interessante compimento nell’ultimo 007 – No Time to Die, diretto da Cary Fukunaga dopo l’abbandono del progetto da parte di Danny Boye – un interessante compimento, ma in alcuni casi anche una problematizzazione, se non un vero e proprio ribaltamento. Partiamo da uno degli elementi più discussi del film, la scelta da parte dell’MI6 di attribuire, dopo che al termine del precedente Spectre James Bond aveva annunciato di voler andare in pensione, il codice di 007 a una superspia donna di colore forse lesbica, snodo di trama che certo si nutre dello spirito dei tempi. Più volte nei dialoghi, soprattutto in uno scambio tra Bond e il suo ormai ex-superiore M. poco prima di una delle scene-madri del film, emerge una confusione anche circa il nemico da combattere: che, come non esitano a riconoscere i due uomini, si è fatto sempre più fumoso, sempre più incerto nella sua identificazione, sempre più virtuale; salvo poi riconoscere che il villain di turno, «come sempre», vuole impadronirsi della libertà, del potere sul mondo e via dicendo – quasi come se gli sceneggiatori, al punto di rendere esplicito e conscio uno dei limiti narrativi strutturali di 007, Mission: Impossible e parecchie saghe simili in cui è sempre il protagonista a salvare il mondo di film in film, si siano sentiti costretti dal canone a un brusco passo indietro.

007 – No Time to Die non è assolutamente un film perfetto, forse neanche come blockbuster: non riesce, ma non prova nemmeno, quella rielaborazione autoriale del mito di cassetta che era riuscita splendidamente a James Mangold in Logan, col supereroe degli X-Men Wolverine. Forse i maggiori punti deboli del film stanno nei dialoghi, e in alcune gag o plot twist che risultavano tanto le une e tanto gli altri ora forzati, ora prevedibili. Al tempo stesso sorprende in No Time to Die la presenza costante, e autenticamente divorante, di elementi decostruttivi ed elementi volutamente conclusivi, che si riallacciano a tutto il mito di James Bond cercando di dargli un compimento e una fine – da qui in poi seguono spoiler, come si dice in gergo.

È la struttura uno degli elementi più affascinanti di questo nuovo 007, che meriterebbe un approfondimento a sé stante capace di districarsi in tutte le sue articolate sottotrame. Per semplificare, No Time to Die si configura come una successione di trappole, che di atto in atto si scopre irretito in una congiura internazionale più grande. Forse per la prima volta nella storia del franchise, si ha l’impressione che i veri turning point non dipendono tanto da sparatorie o uccisioni, quanto da uno scambio (quasi) puramente verbale tra James Bond e il villain di turno. È proprio per questo che i dialoghi risultano essere la grande occasione sprecata del film, che con una struttura così avrebbe potuto davvero godere di ambizioni kafkiane, o carrèriane, senza perdere nulla del suo impatto visivo. Le battute invece, sospese tra il logorroico e la gag da inserire a tutti i costi, distraggono un po’ dal nucleo pulsante della struttura del film, da questo senso di ineluttabilità passiva che pervade tutto il film da quando James Bond decide di ritornare in campo, e di cui, stavolta, l’eroe non riesce a liberarsi neanche nel finale.

Si è detto da più parti che con questo No Time to Die abbiamo per la prima volta a che fare con un James Bond fragile, incerto – vulnerabile. In effetti, già l’eroe che accetta il destino invece che plasmarlo è al tempo stesso una sconfitta e una maturazione del suo personaggio in termini narratologici e di storia dell’immaginario – e quest’accettazione si nutre di echi infinitamente più antichi del 1962, quando uscì il primo 007 con Sean Connery. A ben vedere, in un colpo di scena che arriva a 2/3 del film in realtà già anticipato nella sequenza prima dei titoli di testa, c’è un elemento molto semplice che cancella in un sol colpo tutto il mito di James Bond come figura pragmatica e d’evasione: James Bond scopre di essere padre di una bambina di cinque anni. L’eroe-padre non è un paradosso in sé – basti pensare a Ulisse – ma l’eroe che si scopre più desideroso di paternità che d’azione sì. Nella sequenza più toccante e più inaspettata di No Time to Die, James Bond prepara la colazione alla figlia. Tutto qui. Già in Spectre Bond manifestava la volontà di ritirarsi a vita privata, ma non c’era alcun elogio della quotidianità e infatti all’inizio di questo nuovo film lo troviamo prima in vacanza extralusso nella nostra Matera, poi nascosto a fare la bella vita in Giamaica. È nella seconda parte di No Time to Die, che, per la prima vota, l’essenza di fantasia escapista che muoveva tutto il franchise di 007, la sua natura intrinseca di fuga dal quotidiano, viene azzerata e James Bond dice esitante ai colleghi di avere «una… famiglia». Ed è proprio per questo che la sua morte finale, né prevedibile né inaspettata, risulta particolarmente dolorosa – più dolorosa di quella di Iron Man al termine di Avengers: Endgame, che almeno poteva ammantarsi di un fare cristologico.

Già l’eroe che sanguina non è scontato – figuriamoci eroe che muore. I precedenti 007 generalmente uscivano di scena senza morire, lasciando posto a un nuovo attore. Il finale di No Time to Die comunica con una dimensione più ampia, in termini narratologici e quasi sociologici – e, appunto, la convergenza col finale di Endgame ci fa supporre che si tratti di un fenomeno che trascende il singolo franchise. Tra uno 007 donna di colore e quel discorso echeggiante relativo alla virtualità del nemico «come sempre» liberticida, e l’annunciata uscita di scena finale di Daniel Craig, tutto in No Time to Die lascia l’impressione della fine di un mito, di un intero universo narrativo che ormai gioca a carte scoperte – e proprio per questo, nel lasciarci il suo capitolo più adulto e maturo, rende consapevolmente incerto il proprio futuro come franchise. La storica produttrice della saga ha assicurato che il nuovo James Bond non sarà una donna, ma la questione non è solo qui. Il fatto è che i blockbuster stanno cambiando, assecondando e riflettendo i cambiamenti in atto nella società tutta. E a volte basta un dialogo anche un po’ vago e compiaciutamente metacinematografico in cui due vecchie spie discorrono su quanto si sia fatto indefinito e sfuggente il «Nemico» per rendere un action movie come No Time to Die incredibilmente più interessante e fertile di dieci film d’autore.

Titolo: 007 – No Time to Die
Regia: Cary Fukunaga
Sceneggiatura: Cary Fukunaga, Neal Purvis, Robert Wade, Phoebe Waller-Bridge, sulla base di personaggi creati da Ian Fleming
Attori principali: Daniel Craig, Léa Seydoux, Rami Malek, Cristoph Waltlz, Ralph Fiennes, Ben Whishaw, Naomie Harris, Jeffrey Wright, Ana de Armas
Scenografia: Véronique Melery
Fotografia: Linus Sandgren
Montaggio: Tom Cross, Elliot Graham
Costumi: Suttirat Anne Larlab
Produzione: Metro-Goldwyn-Mayer, Columbia Pictures, EON Productions, Danjag LLC
Distribuzione: Universal Pictures
Durata: 163’
Genere: spionaggio, action
Uscita: 30 settembre

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