Quando l’amore si identifica con l’amicizia

Il profondo legame tra una giovane ragazza e una donna malata di SLA emoziona e fa riflettere, nonostante la convenzionalità.

È risaputo: gli opposti si attraggono. Capita spesso, così, che persone apparentemente molto differenti e distanti nel proprio modo di vivere, comportarsi e atteggiarsi possano convergere e subire un forte magnetismo reciproco. È quanto accade alle due protagoniste di Qualcosa di buono – pellicola di George C. Wolfe tratta dall’omonimo romanzo scritto da Michelle Wildgen nel 2006.

Kate (Hilary Swank), trentacinquenne pianista di musica classica, scopre di essere malata di SLA; Bec (Emmy Rossum), giovane ragazza col sogno di diventare una cantante rock ma dalla vita assai confusa e poco equilibrata, risponde all’offerta di lavoro avanzata da Kate come sua assistente. Il colloquio è imbarazzante: si presenta in ritardo e disordinata, mostra di non avere esperienze precedenti con malati, non sa cucinare. La serata di prova che le viene proposta non va meglio: si rivela goffa e imbranata, combina disastri, addirittura fa cadere la donna. Eppure tra lei e Kate scocca una scintilla e si instaura un legame sincero, genuino, spontaneo. Tra loro nascerà un solido legame di amicizia che le porterà ad affrontare con coraggio le reciproche difficoltà della vita, uscendone rafforzate.

Ecco l’attrazione degli opposti, dunque: Kate, “miss perfettina”- come la chiama inizialmente la giovane assistente, amorevole moglie, donna educata e di buone maniere, appassionata di musica classica, trova in Bec, “rockettara” trasandata, inconcludente e dalla vita poco equilibrata, soprattutto nei rapporti amorosi, l’amica e la compagna di vita di cui ha bisogno. D’altra parte, Kate rappresenterà per Bec l’occasione per mettere ordine e dare un senso alla propria vita. Il loro legame è forte, vero, commovente. Il film ruota proprio attorno alle relazioni tra i protagonisti e più che sulle situazioni e i personaggi stessi – che a volte appaiono piuttosto stereotipati e convenzionali – si concentra maggiormente sui rapporti che si instaurano tra loro, traendone profondi spunti di riflessione. In particolare di fronte a Qualcosa di buono ci si interroga – e molto – sul confine tra amore e amicizia e sulla loro vera essenza: i genitori che appaiono in scena vogliono realmente bene ai propri figli ma non ne conoscono né riescono a intuirne i reali bisogni; il marito di Kate, Evan (Josh Duhamel), prova un reale (o almeno sembra) amore per la moglie ma sente la necessità di evadere dalla difficile situazione; Bec ha numerosi rapporti sessuali con diversi uomini e ragazzi verso i quali prova ben poco affetto. Nel complesso, si ha la netta sensazione che i personaggi confondano il sesso con l’amore. Sono numerosi, infatti, gli accenni e i riferimenti al sesso, ma non è un caso che le scene più sensuali e intime coinvolgano, invece, Kate e Bec in alcuni momenti fondamentali di assistenza alla malata. È naturale, dunque, chiedersi – ed è evidentemente uno degli obiettivi che la pellicola si pone – cosa voglia dire e cosa significhi effettivamente amare.

Il film poggia su due basi fondamentali: le interpretazioni dei protagonisti e la colonna sonora. Davvero ottime sono le prove di tutti gli attori principali, in primis quella di Hilary Swank capace di calarsi in maniera efficace in un ruolo non facile e di trasporre sullo schermo adeguatamente il progredire della malattia. La musica non ha un peso preponderante né appare ingombrante, ma interviene in maniera puntuale e precisa, seguendo le logiche del montaggio e commentando immagini e personaggi: così si spazia dalla musica classica al rock, dagli attimi di profondo silenzio ai semplici rintocchi sonori.

Nel complesso, dunque, Qualcosa di buono appare un film attento e ben costruito che, facendo slalom tra situazioni già viste, convenzioni e stereotipi, riesce a trovare un proprio senso e ad emozionare. Colpisce, in particolare, il costante senso di disillusione e di amarezza che pervade il film. Nonostante i frequenti toni ironici da commedia e la breve ma fondamentale presenza degli esempi positivi – la coppia di neri costituita da una donna malata di SLA e dal sempre presente marito – che incarnano il valore della speranza, dell’ottimismo e, malgrado tutto, della vitalità, appare forte in scena la sensazione di perdita, di fallimento, di rimpianto, di sospensione, di incompiutezza. Al di là dell’elemento narrativo e romanzato, la pellicola porta in scena in maniera efficace il dramma di una delle peggiori malattie umane e le difficoltà che ne derivano, da affrontare, in ogni caso, con naturalezza, coraggio e determinazione. “Never give up”, dice a un certo punto Bec a Kate: mai arrendersi. La profonda amicizia tra le due donne è una storia di insegnamenti reciproci, che può insegnare molto anche allo spettatore.

Titolo originale: You’re not You
Regista: George C. Wolfe
Sceneggiatura: Shana Feste, Jordan Roberts
Attori principali: Hilary Swank, Emmy Rossum, Josh Duhamel
Fotografia: Steven Fierberg
Scenografie: Aaron Osborne
Montaggio: Jeffrey Wolf
Costumi: Marie-Sylvie Deveau
Produzione: Daryl Prince Productions, 2S Films, DiNovi Pictures
Distribuzione: Koch Media
Genere: Drammatico
Durata: 104′
Uscita nelle sale italiane: 27 agosto 2015

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