Psyco-killer

Una serata – quella proposta dal cinema Beltrade nel terzo dei quattro appuntamenti novembrini denominati Psico-cinema – che connette cibo, musica, film e psicoanalisi, in un viaggio assolutamente unico e originale.

Si entra al cinema Beltrade da una porticina che si scorge appena in un angolo del cortile di una chiesa. Se non ci si fa caso non la si vede nemmeno, ma, una volta entrati, si ha la certezza che ci si ritornerà. Il Beltrade è, prima ancora che un cinema – uno dei pochi rimasti a Milano che promuove pellicole indipendenti e non grandi kolossal del mainstream – un luogo d’incontro e di scambi culturali, caratterizzato da una polifonia di voci che s’intersecano, dando vita a eventi come questo Psico-cinema, in grado di unire insieme diverse forme d’arte e di pensiero.

La serata inizia alle 19 con la degustazione di un ottimo cous cous a cura di Cibi e Libri La G*astronomia Vegetariana, accompagnata da un sottofondo musicale che accarezza il vociare del pubblico, che chiacchiera tra i libri – in vendita in un banchetto che propone una vasta scelta di testi dell’underground, musicale, poetico e letterario, italiano e non – in un ambiente decisamente informale e familiare.

Verso le 20 si entra in sala e ha inizio la proiezione del film Altman, di Ron Mann, un documentario, appena sbarcato da Venezia 71, che ripercorre la vita – artistica e biografica insieme – del grande e rivoluzionario regista americano Robert Altman. Degno dell’eccentricità poliedrica del celebre cineasta, il documentario di Mann non si limita a una summa dell’opera altmaniana, ma ci entra dentro, attraverso voci, volti, sguardi e parole di familiari, amici e colleghi del cineasta – la voce narrante è perlopiù quella della moglie, Kathryn Reed Altman – alternando pezzi di film a stralci di girati caserecci in super8. Il filo conduttore del documentario è la domanda, che viene rivolta a diversi volti noti del cinema vicini ad Altman, circa che cosa significhi il termine altmanesque. Elliott Gould, James Caan, Keith Carradine, Robin Williams, Bruce Willis e parecchi altri rispondono, molto più che attraverso qualche semplice definizione, con un istante di silenzio, con un’esitazione, con uno sguardo che sorride. Quella è la vera risposta, quello il vero altmanesque: il silenzio che precede la definizione, lo spazio vuoto da riempire. Quel silenzio interstiziale che Altman ha plasmato attraverso la sua opera artistica, non soltanto cinematografica e teatrale, ma anche e soprattutto umana. Il regista americano non ha mai smesso, da Mash fino a Radio America, di far sentire la propria voce, di fare cinema nel modo in cui voleva farlo, ingoiando i “no” delle grandi major hollywoodiane e andando avanti per la sua strada. Tra grandi successi e grandi sconfitte, tra i riconoscimenti ottenuti con Mash, Nashville, Bufalo Bill e gli indiani, I protagonisti, America Oggi e Gosford Park e i flop di pellicole come Quintet, Health e Popey, Altman non ha mai chinato la testa di fronte ai potenti, «prendendo a calci gli studios di Hollywood» (come dice Bruce Willis nella sua definizione di altmanesque) e portando avanti le proprie ricerche e le proprie innovazioni. Come il particolare uso dello zoom che vediamo nel corto familiare intitolato The party. O, ancora, la tecnica dell’overlapping, sovrapposizione di più voci contemporaneamente al fine di realizzare un realismo corale, che gli è costato il licenziamento dal set di Countdown. È proprio la polifonia di voci, l’incrocio tra sguardi di persone comuni, a interessare Altman. Non i grandi set, non gli effetti speciali tipici di Hollywood, ma la realtà, la gente comune, dalla quale “aspettarsi l’inatteso” (come Robin Williams dice nella sua definizione di altmanesque). Per Altman «i film sono come castelli di sabbia; prendi un gruppo di amici e ti dici: ‘possiamo fare insieme questo grande castello di sabbia’. E lo costruisci. Poi arriva la marea e in venti minuti c’è solo la sabbia, liscia. E quella struttura che avevate costruito rimane solo nella memoria di ciascuno e questo è tutto». Così si apre e si chiude il documentario di Mann: una spiaggia e il riverbero delle onde. Ma quello che resta è ben più che sabbia liscia. La prolifica opera di Altman – in tutto quaranta film, coronati con un Oscar alla carriera nel 2006, poco prima della sua morte – è la dimostrazione che è possibile fare cinema in modo libero, anche in terra hollywoodiana.

La serata si conclude con l’intervento dello psichiatra e psicoanalista Mario Marinetti – in piedi tra la gente, tra una poltroncina e l’altra della sala – che offre al pubblico la propria ri-lettura di questo documentario e, più in generale, della cinematografia altmaniana. Tra considerazioni, domande e scambi di opinioni tra Marinetti e il pubblico, sembra di sfiorare per un istante quell’overlapping, quella polifonia di voci sovrapposte che caratterizzavano i film di Altman.

Sembra quasi di scorgerlo, seduto su una poltroncina in mezzo a noi, con quel suo sorriso tenero e beffardo, pronto a girare anche questa scena, prima che il riverbero di qualche onda se la porti via.

Psico-cinema
Cinema Beltrade
Via Nino Oxilia 10 – Milano
Lunedì 17 novembre 2014, ore 19

Titolo originale: Altman
Genere: documentario
Paese/Anno: Canada/2014
Regia: Ron Mann
Direttore della fotografia: Simon Ennis
Con: Michael Murphy, Kathryn Altman, Robin Williams, Sally Kellerman, James Caan, Elliott Gould, Keith Carradine, Lily Tomlin, Philip Baker Hall, Julianne Moore, Lyle Lovett, Paul Thomas Anderson, Bruce Willis
Produzione: Sphinx Productions
Distribuzione: Mymovies.it, Feltrinelli Real Cinema
Durata: 95’

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