Amore nello spazio

Un film incerto sulla direzione da prendere e perciò incapace di conquistare l’attenzione dello spettatore. Troppi generi mescolati insieme, e troppo diversi, per un risultato convincente.

A seguito dell’impatto con un asteroide, su una navicella spaziale il meccanico James si risveglia dalla capsula d’ibernazione in anticipo di novant’anni, mentre tutti gli altri passeggeri dormono ancora. Dopo un anno di solitudine, cede al desiderio di ridestare la scrittrice Aurora, della quale s’è innamorato solo guardandola. Quando l’androide-barista Arthur rivela alla donna che Jim l’ha tolta dal sonno indotto per non rimanere solo, Aurora s’infuria pone termine alla relazione. Solo quando l’astronave dà segni di malfunzionamento, la donna mette da parte l’acrimonia e decide di aiutare Jim a riparare il guasto.

Il film sconta il difetto fondamentale di non sapere quale strada scegliere e d’ibridare generi differenti senza che l’amalgama risulti alla fine riuscito. L’ambientazione sull’astronave in viaggio in altre galassie è un topos fantascientifico per eccellenza, come il disperato tentativo di salvataggio finale col protagonista costretto ad uscire dal portellone e a fluttuare nello spazio in assenza di gravità per aggiustare il pezzo difettoso. Su quest’ambientazione viene innestata una storia d’amore con tocchi da commedia che si vorrebbe sofisticata, fatta di schermaglie verbali e rituali di corteggiamento, che vede la coppia di protagonisti civettare per la metà del film. Il difetto non risiede tanto nel tentativo di contaminare la fantascienza con la commedia sentimentale, quanto di non saperlo fare: nell’incapacità della sceneggiatura e della regia di amalgamare generi così diversi.  Infatti, le parti più propriamente fantascientifiche e quelle sentimentali sono tenute ben distinte ed ognuna comincia dove l’altra finisce. Ad un inizio che mostra il risveglio del protagonista e il suo vagabondare solitario lungo i corridoi dell’astronave deserta, segue l’idillio fra di lui e la ridestata Aurora. Quando l’armonia nella coppia s’incrina, ecco comparire i problemi nell’astronave, per cui gli ex amanti devono unire le forze per risolverli: si spiana così la strada ad un finale spettacolare (per quanto piuttosto convenzionale e privo di sorprese), dove l’elemento avventuroso riprende il sopravvento. Si conclude poi con un epilogo dove la coppia riformatasi riprende il precedente ménage. Le diverse parti sono dunque solamente accostate l’una all’altra, non amalgamate e fuse in una trama compatta e coerente. Una simile scelta narrativa può forse esser ricondotta alla prassi del cinema postmoderno d’ibridare generi diversi per rivolgersi a differenti segmenti di pubblico: se infatti il genere fantascientifico o comunque avventuroso si ritiene più appetibile per un pubblico maschile, ecco che si aggiunge un secondo intreccio di natura sentimentale per accattivarsi l’interesse anche del pubblico femminile- almeno nell’auspicio del produttore. Già il film con cui solitamente si fa iniziare il cinema postmoderno, Guerre stellari, adottava tale ibridismo: infatti,   se l’intreccio principale che vede i ribelli combattere contro l’impero è di tipo avventuroso e fondato sull’azione, esso è tuttavia percorso da un secondo intreccio, seppur di minor importanza, di natura sentimentale, dove protagonisti sono Luke, Han Solo e la principessa Leila e i sentimenti contrastanti che tali personaggi provano l’uno per l’altro. A differenza del film di Lucas, qui non abbiamo una trama principale attraversata da una secondaria, ma due distinti intrecci che, come s’è visto, si limitano ad alternarsi senza che l’uno prevalga sull’altro. Un altro elemento del cinema contemporaneo qui ravvisabile è l’intertestualità, ovvero la presenza nel film di omaggi e riferimenti al cinema del passato. In particolare, il risveglio del protagonista nella capsula d’ibernazione rimanda a quello di Alien, dove l’equipaggio del Nostromo si ridesta in un ambiente simile; mentre il barista-androide dai modi affettati e melliflui rimanda a quello (non androide ma fantasma) che serve bourbon al Jack Torrance interpretato da Jack Nicholson in Shining. Sul piano degli effetti speciali, realizzati in digitale e tutt’altro che innovativi, se ne limita l’utilizzo alle scene canoniche che mostrano le passeggiate nello spazio dei protagonisti e la massa d’acqua della piscina dove nuota Aurora sollevarsi in aria per la momentanea assenza di gravità nell’astronave. Gli attori, dal canto loro, recitano senza esasperare i toni e riescono se non altro a non peggiorare un copione incapace di creare personaggi a tutto tondo e credibili, condito di dialoghi men che mediocri. Ci si perdoni la metafora, ma il risultato sembra quello di un cocktail fatto con gli ingredienti sbagliati e neanche mescolati a dovere. Il protagonista non manca di gratificarci della visione del suo nudo (anche se di quinta); Jennifer Lawrence invece si astiene.

Titolo originale: Passengers
Regia: Morten Tyldum
Soggetto e sceneggiatura: Jon Spaihts
Fotografia: Rodrigo Prieto
Montaggio: Maryann Brandon
Musica: Thomas Newman
Scenografia: Guy Hendrix Dyas
Costumi: Jany Temime
Interpreti: Jennifer Lawrence, Chris Pratt, Michael Sheen, Laurence Fishburne, Andy Garcia, Vince Foster, Kristin Brock, Kara Flowers, Julee Cerda
Prodotto da Stephen Hamel, Michael Maher
Genere: fantascienza
Durata: 116′
Origine: Stati Uniti
Anno: 2016

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