Come (non) si cambia

Film d’apertura d’Un Certain Regard e vincitore della Camera d’Or al Festival di Cannes 2014, Party Girl racconta (o meglio, fotografa) la vita di una donna da cabaret, ormai sessantenne, la cui esistenza – forse – sta per prendere una nuova direzione.

Angélique (Angélique Litzenburger, madre di uno dei tre registi della pellicola, Samuel Theis, che qui impersona se stessa) ha trascorso la sua intera vita in un night club al confine tra Francia e Germania, danzando ogni notte con gli avventori del locale, tra fiumi di alcol e nubi di fumo. Gli anni passano, ma Angélique continua a mantenere il suo stile di vita, continua ad essere la regina barcollante del locale, la principessa della notte, che ondeggia al ritmo della dance e del tintinnio dei suoi mille braccialetti. Almeno fino a quando Michel (Joseph Bour), un affezionato cliente del night, non le chiede di sposarlo.

La sua immediata reazione è una risata: come può una donna che ha trascorso la sua intera esistenza nella totale e sfrenata libertà (sempre che di libertà si possa parlare), abbandonare le luci stroboscopiche e diventare una desperate housewife? Seppur piena di dubbi, Angélique sembra decisa a cambiare vita e buona parte del film è incentrato sull’organizzazione del matrimonio e sulla presentazione del suo nuovo compagno ai quattro figli (di cui l’ultima – appena sedicenne – era stata affidata a un’altra famiglia).

Scorci di vita familiare, dunque, che si alternano alle infinte notti nel night, come a voler evidenziare la soglia che la donna si trova ad abitare. In bilico tra un’eterna adolescenza e una vecchiaia sempre più imminente (senza però una fase adulta nel mezzo), Angélique si trova a impacchettare le sue bambole per portarle nella nuova casa coniugale, a inscatolare le sue rughe di vecchia-bambina mai cresciuta.

Un’idea originale, quella dei tre giovani registi francesi (Marie Amachoukeli, Claire Burger e Samuel Theis), che, tuttavia, non decolla. La narrazione è praticamente immobile: nell’alternanza tra le riprese familiari e quelle notturne, si potrebbe dire che non succede pressoché nulla. I dialoghi, già di loro non troppo significativi, sfumano per lasciare spazio ai silenzi di Angélique, che, tuttavia, non riescono a caratterizzarla come vorrebbero. La donna, infatti, viene continuamente ripresa in qualche angolo del night con un bicchiere in mano, una sigaretta in bocca, e un sorriso triste, appena accennato. Nonostante l’espressività del volto della Litzenburger (che in qualche modo “salva” il personaggio dall’indifferenza), la figura di Angélique non arriva a suscitare una particolare empatia e l’indagine psicologica che potrebbe esserci dietro la figura di questo eterno Peter Pan, cade nel vuoto. Unica eccezione a questa incapacità di caratterizzazione è la colonna sonora: pezzi come l’omonimo Party Girl di Chinawoman conferiscono un’intensità e una palpabilità maggiore al lato emozionale della vicenda.

In conclusione, si potrebbe dire che la storia rimane in superficie, come fosse un lungo prologo in attesa di un inizio di narrazione che, però, non c’è. Un film piacevole, con molti spunti e con una mano (o meglio, sei) registica che promette interessanti sorprese future, ma che qui non è riuscita a conferire una profondità emotiva, ancor prima che narrativa, alla storia che propone.

Titolo originale: Party Girl
Genere: drammatico
Paese/Anno: Francia 2014
Regia: Marie Amachoukeli, Claire Burger, Samuel Theis
Sceneggiatura: Marie Amachoukeli, Claire Burger, Samuel Theis
Cast: Angélique Litzenburger, Joseph Bour
Fotografia: Julien Poupard
Montaggio: Frédéric Baillehaiche
Colonna sonora: Alexandre Lier, Nicolas Weil, Sylvain Ohrel
Produzione: Elzévir Films
Durata: 96’

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