Lamenti oscuri

Gli Albireon e Zeresh si incontrano su No Longer Mourn For Me, split album fresco di stampa per Toten Schwann Records che ci ricorda che il neo folk non muore mai

È un graditissimo ritorno quello degli Albireon, l’elegantissimo progetto dalle sonorità scure di Davide Borghi. Un ritorno che celebra anche la collaborazione con Zeresh, al secolo Tamar Singer, musicista israeliana il cui drammatico Farewell (999, 2019) aveva sorpreso molti. Lo split album uscito ad inizio maggio porta un titolo tanto prezioso quanto inquietante: No Longer Mourn For Me. Si tratta della citazione del verso inaugurale del Sonetto LXXI di William Shakespeare, canto d’amore tragico che fa dell’oblio, gesto invocato e ripetuto, l’orizzonte di una scura celebrazione in perfetto stile britannico. Su questo fondo erudito e luttuoso, si dipana l’incontro tra i due artisti, due anime che reinterpretano l’universo neo folk donando al genere un diverso fascino.

Innanzitutto, partiamo da una constatazione aneddotica al fine d’inserire l’artista nella struttura di riferimento. Albireon è la stella alpha della costellazione del Cigno che, come confessato dallo stesso Davide Borghi in un’intervista, appariva, proprio nei giorni in cui il progetto musicale iniziava a prendere forma, come la stella più bella e luminosa del cielo. Eravamo alla fine degli anni Novanta. Albireon (oltre a Borghi ci sono anche Carlo Baja Guarienti – tastiere – e Stefano Romagnoli – samples), ha oggi, una lunga storia, celebrata due anni fa con l’uscita di La Bellezza Di Un Naufragio 1998-2018 (Toten Schwan/Torredei Records, 2019), attraversamento di venti anni di carriera all’interno di uno dei più sensibili fenomeni dark del nostro Paese, che si mantiene nelle pieghe dell’universo musicale, senza che l’esposizione ne rovini l’autenticità ma anche, e purtroppo, ne premi la bellezza.

Lo split, pubblicato dall’attivissima Toten Schwann Records, si apre con Heartbroken Romance, oscura ballata, lamento distorto, au relenti, come se qui la sofferenza si trovasse ad aprire il tempo e lo squarciasse per permettere l’infinita ripetizione dell’erroneo gesto amoroso. È proprio in questa logica di lunga lamentazione che trovano le proprie ragioni le forme spigolose delle voci, mai compromesse con l’oggettività e che rispondono solamente a logiche interne, proprie, aspre. A Withered Kingdom, lenta e decadente esplorazione del proprio io che sembra aver metabolizzato alla perfezione la lezione dei Black Tape For a Blue Girl e, in particolar modo di quel capolavoro che è stato Remnants of a Deeper Purity, il tutto sotto la benedizione dell’onnisciente David Tibet. Un’apparente disgressione che invece dice qualcosa del proprio tuffarsi in se stessi, ripiegando la ferita al suo interno, spingendo l’emorragia nel mondo invisibile, nel suo segreto, là dove il dolore depone ogni verbalizzazione, ogni presa sul reale discorsivo. L’atmosfera evocata è quella dell’apocalyptic folk storico, sapiente miscuglio di sguardo melanconico e nostalgico, diniego della piega oggettivistica ed evocazione di epoche d’oro, ma con la piena consapevolezza della loro inattuabilità. Prende qui ancora maggior senso il potere onirico-teratologico di tali forme musicali. Sogno come luogo della contro-effettuazione del reale, di ciò che risuona nell’attuabilità dell’inattuabile, dello sfogo totale del godimento intrinseco alla discrasia con la contemporaneità. Anacronismo come modus operandi del fare artistico, rigore warburghiano e montage . La coda finale non fa altro che eternizzare il silenzio dolente.

La successiva The Day Your Poured Your Wasted Dreams In My Heart sembra attuare le forme di una ballata al contrario, nervosa, ove l’acredine non smette di scorrere a fiumi. La voce di Tamar Singer fende la melodia, cerusicamente, come un canto definitivo di condanna e morte. Le due anime vocali non si fondono mai, mantenendo la distanza che le articola fino al termine di questo lamento. Chiude la prima parte la placida My Lazy Triumph, il cui titolo descrive con grande precisione l’atmosfera dell’ultima traccia degli Albireon. Completamente strumentale, le due chitarre si rincorrono mestamente su di un fondo tenebroso, un insolito incontro tra atmosfere da Far West, elettroniche e cosmiche.

Attraversato il vallo che separa la prima dalla seconda parte, ci apprestiamo a scendere nel mondo maggiormente saturo di Zeresh. Tamar Singer, musicista israeliana che si è votata al sempre più necessario mondo del neo folk, ha scelto un nom de plume ben particolare per la sua carriera di musicista. Zeresh è infatti la malvagia moglie di Haman, colei che spinse quest’ultimo a chiedere al re l’allestimento di una forca al fine di impiccare il giudeo Mardocheo, padre adottivo dell’orfana Ester. Haman subirà una tragica fine: sarà infatti impiccato sulla forca da lui stesso preparata. Della moglie Zeresh, la Bibbia non dona, invece, informazioni sulla sua sorte.

Su questo fondo inquietante e mortifero, lasciamo venire a noi le armonie tetre di Air From Afar, costituita da folate che imperversano sulla terra, ripulendo le rovine residuali di antichi ricordi. L’apertura della sezione di Zeresh si svolge interamente sul filo di una tensione che pare essere sempre sul punto di esplodere, di dare forma alla propria rabbia, godendo della rudezza del proprio sfogo. Ma ciò significherebbe spezzare la tensione, negandola, sopprimendone la ragion d’essere (che non è quella di servire da musa ancillare per l’urlo, ma quella di mantenersi costante, stasis, guerra civile). La successiva The Vague si sviluppa su diversi livelli, quelli vocali, gutturali, quasi black, del connazionale Davidavi Dolev (voce dei Gunned Down Horses e dei Subterrenean Masquerade). Halls Grew Darker sembra intervenire come pausa necessaria in questa discesa agli inferi. Improvvisamente ci ritroviamo nel bel mezzo di viaggio quasi etereo grazie alla splendida voce dell’artista israeliana. E siamo felici di farci accarezzare da questa litania ipnotizzante, nella quale echeggiano lontane somiglianze con il progetto ROME di Jerome Reuter.

Giungiamo infine a No Longer Mourn For Me When I’m Dead, brano che dona, in forma troncata, il titolo allo split. Lavoro musicale che giunge da un luogo lontanissimo, non spazialmente, ma temporalmente. Un canto che viene da un’altra dimensione, forse passata, probabilmente di un altrove a noi contemporaneo ma posto al di là delle apparenze. Certo è che qui le armonie si fanno sintesi di contraddizioni drammatiche e l’altezza della cifra spirituale viene percorsa costantemente da sirene infernali che echeggiano condanne dantesche.

Chiude il lavoro The Aftermath (If I Shall Meet Thee), bravo eterogeneo la cui vita si sviluppa in brevissime fasi, quasi giustapposte: il rumorismo iniziale lascia in seguito spazio ad un ambient ruvido ed elegantissimo (à la John Duncan), compiendosi perfettamente nelle corde che svaniscono lontane, mentre liminari rumori ci indicano che l’incubo non finisce qui.

Impreziosito dalle partecipazioni di Pablo C. Ursusson (Sangre de Muerdago), Michael Zolotov (Kadaver, Necromishka) e dal già citato Davidavi Dolev, No Longer Mourn For Me è un’ottima colonna sonora per questa lenta, forse infinita, uscita dalla pandemia.

No Longer Mourn For Me
di Albireon, Zaresh
Etichetta: Toten Schwan Records
Uscita: 4 maggio 2021
albireon.wordpress.com
zeresh.bandcamp.com

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