Ossessioni di donna

Ferzan Özpetek torna a indagare la psiche al femminile, ma questa volta – complice anche una Vittoria Mezzogiorno in stato di grazia – anche sessualità e passioni.

A pochissimi registi (maschi) è riuscito di descrivere l’universo dei desideri femminili. Si ricordano il capolavoro di Nagisa Ōshima, L’impero dei sensi, o il gioiello di Luis Buñuel, Belle de jour. Ed è giusto che sia così perché tentare di entrare nella mente e nel corpo dell’altro da sé è opera quasi titanica, riservata a pochi dotati di una sensibilità davvero particolare (non sarà un caso che nemmeno Proust sia stato in grado di spiegare i turbamenti, i pensieri e le motivazioni di Odette de Crécy o di Albertine). Where Angels Fear to Tread, intitolava E. F. Forster, e sulla soglia dell’universo femminile, il maschile dovrebbe tacere.
Eppure, a volte – come la ribelle e indomita Virginia Woolf è riuscita a far mutare sesso al suo Orlando, pur conservandone la credibilità psicologica – qualche autore valica il confine senza cadere negli stereotipi. Così accade a Ferzan Özpetek con il suo ultimo (e forse migliore) film, Napoli Velata.
In questo giallo, tra il noir e il fantastico (con il pieno rispetto dei generi e una fusion che si arricchisce di senso invece di confonderlo), Özpetek conduce una quarantenne in carriera ma sola (o, come va di moda, single) per le vie di Napoli, seguendola con affettuosa partecipazione nel suo addentrarsi in vicoli reali che assumono sempre più l’aspetto di trasposizioni iconografiche di meandri psicologici. Il giallo è dei più convincenti – preciso come l’orologio svizzero del belga Poirot, ma non così pedante – e alla fine si potrà intuire tutta la fitta trama (peraltro alquanto credibile), che ha condotto all’omicidio, e persino chi sia l’autentico manovratore occulto (anche senza le spiegazioni in stile Assassinio sull’Orient Express o i flashback di The illusionist – forse perché siamo italiani avvezzi agli intrighi di potere, e non abbiamo bisogno che mamma Hollywood ci serva la soluzione su d’un piatto d’argento).
Ciò che più conta, però, non è il whodunit, bensì l’indagine in sé, in quanto permette di scoprire (o riscoprire) un paesaggio dell’anima e reale che, in Napoli, trova la sua essenza più immaginifica e passionale. Perché è questa città, insieme alla Mezzogiorno, l’autentica protagonista. Misteriosa e moderna, atavica e tecnologica: non la Napoli massmediatica della propaganda anti-de Magistris, e nemmeno quella da cartolina post-bellica, bensì una metropoli vera e vibrante, intessuta di storia e tradizioni ma ormai pienamente contemporanea, con donne/personaggi a tutto tondo, disinibite e volitive, che pretendono la propria posizione nel mondo (grazie anche alla convincente interpretazione di Anna Bonaiuto nel difficile ruolo di Adele, e alla freschezza schietta di Luisa Ranieri nel cameo di Catena). In questa Napoli da indagare, Adriana (Vittoria Mezzogiorno) trova un alleato in Pasquale (l’eccellente Peppe Barra), che permette a lei, ma anche al pubblico, di vedere tutte le facce del capoluogo partenopeo: dall’interpretazione del lotto su di una terrazza fronte Vesuvio alle fattucchiere dei vicoli cubani servite da freak à la Lynch; dalle trame oscure della ricettazione di opere d’arte al teatro contemporaneo che reinterpreta la tradizione tragica; dai tesori di una penisola che è un museo a cielo aperto ai traffici di una borghesia, opulenta come le case barocche nelle quali passato e presente si scontrano tra ricordi di fasti e passioni.
La recherche di Adriana è, però, anche dentro se stessa: nei suoi desideri, nelle sue ossessioni, nei suoi bisogni di donna. Un enigma dell’anima che si dipana tra i ricordi di una madre “uscita pazza” e un dedalo di personaggi che alludono ma non rivelano – sempre sfuggenti, sempre distanti nel loro essere altro da sé e, proprio per questo, autentici e multisfaccettati (emblematica la scena del balcone, con il j’accuse di Adele diretto verso Napoli, ma forse anche verso quel manovratore occulto di cui scrivevamo).
E mentre il Gabinetto Segreto del Museo Archeologico si fa metafora della passione amorosa, ieri come oggi, l’occhio dello spettatore e la sua mente sono condotti, di stazione in stazione, verso il finale del dramma che, a differenza de Le fati ignoranti, ad esempio, lascia ampia libertà allo stesso spettatore. Questa volta Özpetek non mette i puntini sulle i. Non risolve per intero i personaggi con scelte tanto definitive quanto consolatorie e poco credibili. Il tema del revenant apre nuovi scenari. La stessaNapoli, coi suoi vicoli angusti, sembra dischiudersi su di un orizzonte incerto. Tutto è rimesso in discussione: come accade nella vita, non si raggiunge la meta che con la morte, perciò quello che conta è il viaggio.

TitoloNapoli velata
Genere: drammatico, noir, thriller
Regia: Ferzan Özpetek
Soggetto: Gianni Romoli, Valia Santella, Ferzan Özpetek
Sceneggiatura: Gianni Romoli, Valia Santella, Ferzan Özpetek
Produttore: Tilde Corsi, Gianni Romoli
Casa di produzione: Warner Bros. Entertainment Italia, R&C Produzioni, Faros Film
Distribuzione (Italia): Warner Bros. Entertainment Italia
Fotografia: Gian Filippo Corticelli
Montaggio: Leonardo Alberto Moschetta
Musiche: Pasquale Catalano
Scenografia: Deniz Gokturk Kobanbay, Ivana Gargiulo
Costumi: Alessandro Lai
Interpreti e personaggi: Giovanna Mezzogiorno, Alessandro Borghi, Anna Bonaiuto, Peppe Barra, Biagio Forestieri, Lina Sastri, Isabella Ferrari, Luisa Ranieri, Maria Pia Calzone, Carmine Recano, Loredana Cannata, Angela Pagano, Maria Luisa Santella

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