Scambio di corpi e successo garantito

Cosa succede quando un medico ricercatore e una conduttrice televisiva, sposati e con a carico figli e problemi matrimoniali, si ritrovano per errore l’uno nel corpo dell’altra?

Di cliché, si sa, ne è pieno il mondo.

Quello dell’arte in particolare, ne fa spesso la sua arma vincente: riprendendoli, rimescolandoli, rinnovandoli e persino ribaltandoli, sfrutta il loro effetto confortevole e rassicurante per lo spettatore, costruendovi attorno storie più o meno memorabili a seconda dei casi.

Quello di Moglie e Marito – del regista esordiente Simone Godano – è un esempio di come si possa appropriarsene senza cadere nel banale, giocando a nascondino con i risvolti tipici del tropo scelto, trovandone alcuni, evitandone altri. Ma anche se ci sembra di aver trovato un nascondiglio troppo in vista, basta un “tanaliberatuttiiiii” – datoci nel nostro caso dalla felice unione di alcuni elementi, quali sceneggiatura, regia e cast – per non perdere il gioco.

Pierfrancesco Favino (Le Cronache di Narnia: Il Principe Caspian, L’Ultimo Bacio) è Andrea, marito di Sofia alias Kasia Smutniak (From Paris With Love, Benvenuto Presidente). Sophia è la moglie di Andrea. E fin qui ci siamo.

Ma poi, per un caso fortuito dovuto a un incidente con un macchinario inventato da Andrea, lui diventa lei, e lei diventa lui.

Seguono vicende esilaranti, che strapperanno un sorriso anche agli spettatori più scettici e abituati alle situazioni á la Freaky Friday (Quel pazzo venerdì), come l’episodio della sala operatoria o “la lotta aperta” al tacco 12 cm.

Ma far ridere non è l’unico obiettivo del film.

La storia punta molto sul rapporto umano, sulle relazioni e i problemi di coppia.

Come sostenuto in ambito antropologico, per conoscere (o più propriamente, riconoscere) se stessi o qualcun altro bisogna porsi in una posizione che ci permetta di vedere ciò che siamo e che stiamo facendo, quindi un’analisi fatta da una diversa prospettiva. Solo in questo modo si può arrivare a una qualche forma di comprensione.

Nel libro Il Cristallo e La Fiamma di Alberto Sobrero, ci viene fatto notare come il saggista francese Philippe Lejeune intitoli uno dei suoi libri Je est un autre (Io sono un altro).

(Ri)conoscere se stessi, dunque, per (ri)conoscere l’altro.

Ciò che accade nel film, è essenzialmente questo.

Facendo leva sul concetto di empatia – a cui si fa esplicito riferimento all’inizio della pellicola – e dovendo affrontare l’uno i problemi e le sfide quotidiane dell’altro, Sofia e Andrea si troveranno faccia a faccia con la realtà, anche quella che prima erano incapaci di vedere.

«È un dramma. Improvvisamente diventi la tua compagna. È un casino. Il giorno dopo devi andare a lavorare, hai delle cose importanti da fare. Un dramma totale. Noi [attori] non ci siamo mai dovuti occupare veramente dell’aspetto legato alla commedia, ma di quanto fosse urgente risolvere i loro [dei personaggi] problemi». Intona Favino durante la conferenza stampa della pellicola. «Io se esistesse – con la garanzia di poter tornare normali – la farei questa esperienza. Vorrei vivere per due giorni nella vita della mia compagna. Sono convinto che alla fine di tutto, non solo la conoscerei meglio, ma la rispetterei più di quanto già non pensi di fare. E poi è una bellissima storia da raccontare in un momento in cui parliamo tanto di parità di coppia, di essere tutti sullo stesso livello, indipendentemente dal genere».

E sul rapporto maschile/femminile, della percezione che si ha generalmente della donna – come dovrebbe essere o non essere – si discute ampiamente nel film.

Una delle sceneggiatrici, Giulia Steigerwalt (anche in veste di attrice in film come Sotto il Sole della Toscana e Come Tu Mi Vuoi), spiega: «Il monologo [di una delle scene finali] viene da qualcosa che la donna nota costantemente nella società, ma che in generale passa inosservato perché si dà per scontato: che anche la prospettiva delle donne stesse possa venire influenzata dal punto di vista maschile. Ci si chiede cosa possa piacere a un uomo. Ma un uomo non si chiede questo. Ho pensato, un uomo nei panni di una donna direbbe: “Ma perché? Ma chi me lo fa fare?”. Per me è uno dei punti più importanti del film». E continua «L’immedesimazione reciproca è su due piani: uno è il piano fisico, principalmente relativo alla commedia, per non prendersi troppo sul serio; un altro è il piano sociale – e quindi individuale – il ruolo nel quale siamo incastrati, di cui lui prende più consapevolezza di lei durante lo scambio di corpi».

Decisamente all’altezza del compito sono stati quindi il cast, in primis i due protagonisti – come non ammirare la reazione di Favino nella scena post-scambio, o quella della Smutniak durante una non esattamente “inaspettata” visita da parte delle “migliori amiche” di ogni donna – e il regista, che pur essendo alle prime armi con i lungometraggi, è riuscito nell’intento.

Cliché o meno, non importa. In fondo, com’è che si dice? Formula che vince non si cambia, o comunque, siamo lì.

Titolo: Moglie e Marito
Durata: 100’
Regia: Simone Godano
Soggetto: Giulia Steigerwalt, Carmen Danza con la collaborazione di Daniele Grassetti
Cast Principale: Pierfrancesco Favino, Kasia Smutniak, Valerio Aprea, Sebastian Dimulescu, Gaetano Bruno, Francesca Agostini, Paola Calliari, Marta Gastini, Falvio Furno
Sceneggiatura: Giulia Steigerwalt, Carmen Danza
Montaggio Andrea Farri
Fotografia: Michele D’Attanasio
Costumi: Cristina La Parola
Suono: Paolo Giuliani
Musiche: Andrea Farri
Organizzatore Generale: Paolo Lucarini
Prodotto da: Matteo Rovere, Roberto Sessa
Una Produzione: Warner Bros. Entertainment Italia, Picomedia, Groenlandia
Distribuito da: Warner Bros. Pictures

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