Suggestivo ed elegante thriller tra le nevi norvegesi

Tratto dall’omonimo romanzo di Jo Nesbo, L’uomo di neve è un lodevole thriller, ordinato nella costruzione e visivamente accattivante. Dopotutto da un regista come Tomas Alfredson (abituato a restituire attraverso l’immagine delle precise sensazioni) non ci si poteva aspettare qualcosa di diverso.

Il detective Harry Hole comincia a indagare su un misterioso killer che uccide delle donne, lasciando come firma un pupazzo di neve davanti a casa. Insieme a lui comincia le indagini una giovane nuova collega, che sembra nascondere qualcosa.

Abbandonati i cappotti impregnati di fumo e avvolti dalla nebbia londinese, Tomas Alfredson si cimenta con il bianco abbagliante della Norvegia innevata, dove il sangue si vede in modo più vivido. L’uomo di neve restituisce quest’immagine, trasmette una sensazione di perenne disagio e si fa apprezzare per la sua semplice, ma puntuale, costruzione narrativa; al centro di tutto vi è un trauma (l’epilogo è, a fine visione, estremamente esplicativo), omicidi efferati, una poliziotta che cerca vendetta e un detective che ha dei seri problemi con l’alcool. Ed è così che Alfredson presenta al pubblico il personaggio impersonato da Michael Fassbender: con una bottiglia di vodka in mano e un hangover importante. Una presentazione significativa che introduce l’(anti)eroe della letteratura di Nesbo, colui che viene considerato una leggenda, un modello investigativo, pur trascinandosi appresso ben più di un problema personale. Sono poche le informazioni che trapelano su Harry Hole, eppure stranamente sufficienti per poter permettere allo spettatore di costruirsi un quadro verosimile delle precedenti disavventure del protagonista.

Alfredson mette in scena un serial killer, che uccide e terrorizza attraverso uno dei giochi preferiti dai bambini (il pupazzo di neve), e lo fa rallentando il ritmo, prediligendo una narrazione più elegante e meno sensazionalista. L’alternarsi dei flashback permette al pubblico di mettere insieme i pezzi di un puzzle e di costruirsi una personale visione d’insieme. Quadro d’insieme che Alfredson non rifugge e che, anzi, mette in scena esibendo una serie di personaggi (principalmente) negativi, che vengono influenzati da un’ambientazione ostile e prevalentemente oscura. Insomma si è di fronte a un prodotto che non risparmia nessuno, che non disdegna il terrore e qualche scena potenzialmente splatter.

In fin dei conti L’uomo di neve è buon thriller, che sfrutta meravigliosamente il contesto (cupo e immenso, da perdersi a vista d’occhio), che si avvale di ottimi tecnici della macchina del cinema (Martin Scorsese alla produzione, Thelma Schoonmaker al montaggio e Marco Beltrami alle musiche) e che porta sullo schermo l’ennesima prova recitativa di Fassbender, un magnetico e sofferente detective eroso dal senso di colpa. Nonostante ciò è un film che, rallentando il ritmo, è in grado di mettere a fuoco le dinamiche narrative, ma, allo stesso tempo, rischia di essere ridondante o eccessivamente prolisso.

Alfredson possiede gli strumenti giusti per accattivare lo sguardo di uno spettatore estremamente desideroso nei confronti di un genere che, nell’ultimo periodo, ha sfornato principalmente intrecci mediocri e un basso mantenimento della tensione. L’uomo di neve, elegante e avverso spaccato norvegese, è un cinema di concetto che non bada esclusivamente all’intrattenimento, concentrandosi sul realismo della narrazione, sulla particolarità del racconto, pregi che ne fanno un film da tenere in considerazione.

Titolo originale: The Snowman
Regia: Tomas Alfredson
Sceneggiatura: Hossein Amini, Peter Straughan
Attori principali: Michael Fassbender, Rebecca Ferguson, Charlotte Gainsbourg, Chloe Sevigny, J.K. Simmons, Toby Jones, Val Kilmer
Fotografia: Dion Beebe
Montaggio: Thelma Schoonmaker, Claire Simpson
Musiche: Marco Beltrami
Prodotto da Another Park Film, Perfect World Pictures, Working Title Films
Distribuzione: Universal Pictures
Durata: 119′
Genere: Thriller

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