C.B. versus Cinicittà

Nella sterminata produzione letteraria di Carmelo Bene assume una posizione straniante e dei toni particolarmente inaspettati e illuminanti nel loro ermetismo L’orecchio mancante, testo datato 1970 con il quale C.B. si proponeva di esporre le sue idee iconoclaste contro il cinema e contro il concetto di rappresentazione in generale.

Si tratta di un’opera di genere indefinibile, particolarmente curiosa e paradossale anche all’interno della stessa bibliografia di Bene: se l’obiettivo polemico è chiaro sin dalle prime pagine, con la deformazione del nome di Cinecittà in un più amaro e veridico «Cinicittà», questa polemica si esplica in forme decisamente inusuali e stranianti, all’interno di una partizione in tre atti del libro.

La prima sezione, intitolata La Signorina Felicita, alterna brani della poesia di Gozzano con degli abbozzi-aborti di soggetti che, in un italiano sgrammaticato e a tratti maccheronico nei confronti del tipico dialetto meridionale dei «cinematografari», tentano invano di trasporre per il cinema la vicenda amorosa narrata dal poeta, con un effetto prepotentemente parodistico. La seconda sezione, Lettera aperta al PCI, un titolo che quasi si attribuirebbe a Pasolini sull’istinto, è un’epistola in versi liberi che dà occasione a Bene di proclamare un po’ aristocraticamente la sua distanza dalla politica, in nome di una più ampia e “musicale” aderenza alla vita; a concludere L’orecchio mancante arriva Volere e potere, una riflessione particolarmente criptica sul senso del teatro e dei Sonetti di William Shakespeare tutta giocata sull’ambivalenza tra William e will, volontà.

L’orecchio mancante, soprattutto nella sua sezione d’apertura su La signorina Felicita, è una sorta di (anti-)manifesto che si fa racconto, ma non romanzo: il senso dell’operazione letteraria di Bene non va cercata in un’ipotetica linea narrativa, bensì nella pluralità tutta negativa e parodistica degli squallidi soggetti che forse vengono proposti a un fantomatico produttore forse sono già stati accettati, così come nell’accostamento profondamente insensato, nel senso alto e volutamente dissonante del termine, di questi nove testi fittizi con le successive e più brevi Lettera aperta al PCI e Volere e potere. Nelle pagine de L’orecchio mancante affiora un’idea del cinema come parafrasi sconcia, fallimento della prosa stessa, che imbruttisce ogni cosa che filma – così come gli insegnanti di scuola profanano L’infinito di Leopardi facendone spiegare l’incipit con un banalizzante “Questa collina mi è sempre piaciuta”. E nei suoi strali inferociti Carmelo Bene è lontanissimo dalle teorizzazioni di un Pier Paolo Pasolini, che pochi anni prima, con un occhio intellettualmente incantato dall’Immagine filmica, si lasciava oscillare nella fluida contrapposizione tra un cinema di prosa e un auspicato, anzi già esistente, «cinema di poesia».

Non sorprende, nella sua paradossalità, il fatto che un testo polemico ed iconoclasta come L’orecchio mancante sia apparso negli stessi anni dello sforzo cinematografico – parentesi “eroica”, l’avrebbe definita poi – di Bene, che nel 1970 aveva già girato Nostra Signora dei Turchi e Capricci e si apprestava a presentare il suo claustrofobico Don Giovanni. Un’operazione simile, sia pure in un contesto, con intenti e ai margini di una biografia completamente diversi da quelli di C.B., l’avrebbe fatta quattro decenni dopo l’enigmatico regista texano Terrence Malick con Knight of Cups, una sorta di spiegazione per immagini e voice-over del suo abbandono del cinema durato vent’anni.

La signorina Felicita di Gozzano peraltro tornerà – nella sua più celebre strofa del «E io non voglio più essere io» – a più riprese nelle numerose versioni dell’Amleto realizzate da C.B. tra teatro, (anti-)cinema e televisione: segno di come, per quanto irrappresentabile sia per immagini un’opera di poesia come quella di Gozzano, al tempo stesso per coazione viene immancabilmente non rappresentata, bensì pronunciata, evocata, agita, in ogni spettacolo a essa successiva che voglia trattare quel medesimo «rifiuto dell’io», congiungendosi, fuori da ogni tempo storico, con un’altra opera apparentemente distantissima come la tragedia di Shakespeare con protagonista un principe sempre più disgustato dal marcio della Danimarca, dal marcio della sua famiglia regale e dal marcio del suo Sé stesso.

L’orecchio mancante
di Carmelo Bene
Edizione originale Feltrinelli, Milano 1970
Contenuto in Carmelo Bene, “Opere. Con l’Autografia di un ritratto”, Bompiani Classici, Milano 1995, pag. 227-277

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