Dramma da camera (d’albergo)

L’hotel degli amori smarriti indaga il tema dei rapporti sentimentali e del rapporto tra vero e falso, in una sorta di flusso di coscienza che si svolge all’interno della camera 212.

Quando si rimane soli, è facile sprofondare nei pensieri, imbattersi nei ricordi del passato e far fronte alle conseguenze presenti e future delle scelte effettuate.

È quanto capita ai due protagonisti de L’hotel degli amori smarriti – film francese diretto da Christophe Honoré e presentato all’ultimo festival di Cannes.

Il giovane studente Asdrubal è solo l’ultimo di una lunga serie di tradimenti che Maria (Chiara Matroianni) infligge al marito Richard (Benjamin Biolay): questa volta, però, viene scoperta dall’uomo, così decide di abbandonare la casa e di trasferirsi all’albergo di fronte, dalla cui camera 212 (il titolo originale è proprio Chambre 212, forse meno d’impatto ma più pertinente) può osservare il proprio domicilio dall’esterno. Ma è all’interno della stanza che succederanno fatti inaspettati, con il sopraggiungere di personaggi – immaginari o reali? – che, come fantasmi del passato, faranno visita a Maria e le permetteranno di trarre un bilancio della propria vita.

L’ambivalenza tra verità e finzione e l’intricata fusione tra passato e presente sono la caratteristica principale di questa pellicola, sempre in bilico tra immaginazione e realismo, in una sorta di introspettivo flusso di coscienza dei protagonisti, Maria in primis.

C’è qualcosa di dickensiano in questo film, con quelle visite dei fantasmi del passato e quelle visioni di immagini future che tanto richiamano l’idea del Canto di Natale dello scrittore britannico. La dimensione “favolistica” è peraltro suggerita dall’abbondante nevicata notturna (che in realtà non si verifica) che fa da sfondo alle vicende e ai pensieri dei due coniugi, quasi a voler inquadrare la finzione come un “racconto di Natale”. Più che redimere qualcuno, però, questo “canto d’albergo” mira a rappresentare una resa dei conti dei personaggi con le proprie vite, come, d’altronde, gli stessi fantasmi facevano con l’avaro Scrooge.

La stessa dimensione onirica è accentuata dalla fotografia e, soprattutto, dall’utilizzo delle luci, che alternano forti contrapposizioni di colore a tinte soffuse e morbide, delineando il tocco delicato, ma anche malizioso, di Honoré.

Il film gode di una buona idea, supportata da un’altrettanto valida sceneggiatura, che però non calca mai la mano né sul dramma emotivo né sui toni da commedia, rimanendo a metà strada e impedendogli di spiccare dalla normalità, il che ne rappresenta, probabilmente, il principale difetto.

Qua e là, comunque, si possono trovare interessanti trovate di regia – il già citato espediente della neve, la personificazione della volontà, le metaforiche porte girevoli della camera – e probabili riferimenti che assumono il valore di vere “chicche” cinefile e di potenziali indizi – il nome “Rosebud” del bar sotto casa rimanda a Quarto Potere di Welles e alle cose del passato che si sono perse? Il colore verde dell’abito dell’insegnante di piano rimanda a La donna che visse due volte di Hitchcock e al significato di idealismo e inconsistenza che esso metaforizzava?

Forse. E probabilmente proprio in questa parola – forse – sta il senso di una pellicola (forse) non indimenticabile, ma che rappresenta una buona riflessione sui rapporti coniugali: sui comportamenti che forse in passato si sono sbagliati, sulle decisioni che forse si sono prese con superficialità, sul futuro che forse ci aspetta, sui sentimenti veri e i rapporti falsi, forse.

C’è qualcosa di amaro e inconcludente in questo film riflessivo e malizioso che vortica attorno alla psicologia dei personaggi, al sesso, ai ricordi, alla volontà individuale, all’amore (ma quale?), rimanendo tuttavia ancorato alle due stanze principali in cui si svolge, tra una casa, intesa come riferimento fisso, e il trasformismo eclettico che è proprio delle camere d’albergo, con i suoi ospiti – e pensieri – passeggeri e inconsistenti.

Titolo: L’hotel degli amori smarriti
Regista: Christophe Honoré
Sceneggiatura: Christophe Honoré
Attori principali: Chiara Mastroianni, Vincent Lacoste, Camille Cottin, Benjamin Biolay
Scenografia: Stéphane Taillasson
Fotografia: Rémy Chevrin
Montaggio: Chantal Hymans
Costumi: Olivier Beriot
Produzione: Les Films Pelléas
Distribuzione: Officine UBU
Genere: commedia
Durata: 90’
Uscita nelle sale italiane: 20 febbraio 2020

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