Doppia recensione per il seguito di Io che amo solo te.

Se questo è il menu, meglio digiunare
di Edoardo Ribaldone

Una commedia insulsa e prevedibile, talmente fiacca da non riuscire a essere mai divertente o almeno gradevole: senza trama, senza regia e senza attori degni di questo nome è impossibile fare un film.

A Pomigliano a Mare s’incrociano i percorsi di diversi personaggi legati da vincoli familiari e amicali. Scamarcio è un marito fedifrago che tradisce la moglie Laura Chiatti incinta all’ottavo mese. Placido un facoltoso possidente locale che flirta con la fiamma di gioventù. La Riccobono una lesbica incinta dell’amico omosessuale. Le loro e altre storie s’intrecciano la sera della vigilia di Natale per la cena eponima.

Un film talmente anodino da riuscire insulso: le battute e le situazioni sono sempre le più banali e le soluzioni dei pur modesti intrighi le più scontate: se l’umorismo è a base di rutti e vibratori, del resto, non si può pretendere molto. Manca poi un’idea di messinscena che non si limiti a registrare le facezie degli attori, che si vorrebbero divertenti e mettono invece malinconia per la modestia e l’insulsaggine che le caratterizza. Le interpretazioni, infatti, sono a minimi termini e rivelano la pochezza recitativa tanto dei protagonisti quanto dei comprimari; si salva solo Franceshini nel ruolo dell’avvocato omosessuale Orlando, meno macchiettistico e un filo più credibile del solito. Per rispetto all’ambientazione natalizia, poi, non poteva mancare la natività: quella della Chiatti, che nel finale partorisce e si riconcilia col marito Scamarcio, finalmente conquistato ai sacri valori dell’istituto familiare. Anche Placido mette da parte le sue senili velleità dongiovannesche e corre al capezzale della nuora neomamma (sì, in spregio del ridicolo involontario, Placido interpreta il padre di Scamarcio). Una morale che più conservatrice e retriva non si potrebbe, dove anche le lesbiche riscoprono le gioie della maternità. Cadono nel vuoto, poi, se non risultano presuntuose in tanta sciatteria, le citazioni da Terrore dallo spazio di Bava (restaurato, guarda caso, dal produttore Lucisano) e dai western di Leone, in particolare dalla scene topiche dei duelli, cui si fa qui il verso con tanto di fischio morriconeggiante.  Ad affossare irrimediabilmente un insieme già afflitto dai problemi di cui sopra, contribuisce lo stuolo di prodotti più meno surrettiziamente pubblicizzati dall’inizio alla fine del film. Si va infatti dal Vecchio amaro del Capo, alle olive Alisa (il cui vasetto viene inquadrato in dettaglio affinché anche lo spettatore in fondo alla sala possa vederlo bene), al tonno Parodi, esplicitamente citato come fondamentale ingrediente per preparare la cena della Vigilia. Quasi si rimpiangono i film degli anni settanta, dove la bottiglia di Fernet Branca e di J&B rimaneva di solito sullo sfondo e costituiva una sorta di messaggio subliminale. Oggi, però, siamo ai tempi del tax credit, che significa pubblicità selvaggia buttata in faccia allo spettatore, al quale, se non altro, passerà per sempre la voglia di mangiare una scatoletta di tonno Parodi, come di acquistare qualunque altro prodotto pubblicizzato nel film. La commedia, e il cinema italiano più in generale, sembra giunto a un nadir da cui non pare in grado di rialzarsi e film simili non possono non confermare previsioni pessimiste per il futuro. Parte della prevedibilità della trama, dove tutti i dissidi si ricompongono facilmente e senza incrinare l’istituzione familiare, è senz’altro voluta dalla coproduzione televisiva, che non vuol saperne di finanziare progetti non edulcorati e potenzialmente eversivi: il film deve piacere a tutti e non mettere in discussione gli istituti tradizionali della società, la famiglia in primis. Insomma, buoni sentimenti, beghe sentimentali destinate a felice esito, tramonti in controluce sulla costa pugliese, l’immancabile neve natalizia che rallegra grandi e piccini e Scamarcio che sgrana gli occhi per far vedere che sono azzurri. Per il resto, il film non ha nulla da offrire e stupisce, o meglio indigna, che sia stato riconosciuto d’interesse nazionale dal ministero dei Beni culturali: per quali meriti? Qualcuno dovrebbe prendersi la briga di spiegarlo.

La commedia dei tradimenti 
di Alessio Neroni

Dopo Io che amo solo te, quest’anno al cinema arriva La cena di Natale. I personaggi creati da Luca Bianchini si ritrovano riuniti intorno ad una tavola imbandita di sfarzo, ma la storia non brilla per originalità. Sempre con la regia di Marco Ponti e con la coppia Scamarcio-Chiatti il film sarà nelle sale dal 24 novembre.

Il gran cenone di Natale in casa di Mimì e Matilde Scagliusi prevede tra gli antipasti il vitello tonnato “Parodi” e tra i primi piatti, risotto con crema di zucca e cannolicchi “Masterchef”, lasagne “Prova del cuoco”, un menù ispirato ai vari programmi culinari della televisione italiana all’interno di un film altrettanto televisivo, che sull’onda della serialità tra gli ingredienti annota la ormai, sempre splendida, ma abusata, cornice di Polignano a mare.

Luca Bianchini, dopo il successo del libro Io che amo solo te, da cui è stato tratto il film che la scorsa stagione ha avuto un buon riscontro di pubblico sul grande schermo, sempre con Carlo Ponti e conservando lo stesso cast, tenta di bissare il successo con La cena di Natale

Questa volta troviamo Chiara (Laura Chiatti) incinta – veramente – di otto mesi, alle prese con Damiano (Riccardo Scamarcio), un marito del tutto privo di attenzioni, che gioca a fare l’amante con Debora (Giulia Elettra Gorietti), la quale gli confessa, dopo un incontro di sesso, di essere incinta.

È la vigilia di Natale e Matilde dopo aver ricevuto un anello con smeraldo dal consorte Don Mimì (Michele Placido), che a sua volta vuole fuggire a Parigi con la consuocera Ninella (Maria Pia Calzone), decide di organizzare il cenone nella loro sfarzosa casa a Polignano, al cui interno c’è anche un ascensore.

Nel frattempo Orlando (Eugenio Franceschini), fratello gay di Damiano, sta cercando di dare un bambino alla sua amica lesbica Daniela (Eva Riccobono), mentre nella sua vita si affaccia Mario (Dario Aita), incontrato in un negozio di scarpe. La cena è quasi pronta e tra gli ospiti ci sarà anche la zia di Chiara, Pina (Veronica Pivetti), venuta da Milano.

Proprio quest’ultimo personaggio, quello della zia, sembra essere il più interessante per come lo caratterizza la Pivetti, all’interno di quel ménage familiare un po’ stantio, in cui ogni sequenza è del tutto prevedibile. Vari gli omaggi al cinema italiano, primo fra tutti la dedica a Bud Spencer, per la grande ammirazione che Ponti ha sempre avuto di quest’attore recentemente scomparso. Una scena invece è volutamente girata in onore al cinema western di Sergio Leone, quando nella piazzetta principale della città, a mezzogiorno, Ninella e Matilde si incontrano-scontrano sopratutto con gli sguardi; anche le due brave attrici, emergono di più dei protagonisti principali, che coinvolgono poco emotivamente il pubblico. Un altro omaggio desiderato è per Mario Bava: un poster di Terrore nello spazio e uno spezzone dello stesso film in televisione, sono un chiaro messaggio di stima, anche se la versione è stata restaurata da Fulvio Lucisano, stesso produttore di questo film di Ponti in uscita il 24 novembre.

La cena di Natale, però, più che un film intenso da godersi con la famiglia al cinema, somiglia più a un pacchetto confezionato in fretta e furia da poter far uscire per le feste al botteghino. Immerso nella meravigliosa location pugliese ben utilizzata dalla bella fotografia di Roberto Forza, con la Chiatti in procinto di partorire sul serio, senza mai, purtroppo, far vedere il vero pancione scoperto nel film (dal momento che c’era) e con la canzone che chiude i titoli di coda, Quando le canzoni finiranno, cantata da Emma, per non essere meno della Amoroso, che lo scorso hanno aveva inciso la cover di Io che amo solo te. Inserendo tematiche attuali in modo del tutto blando, il film di Marco Ponti non soddisfa il palato di chi a Natale non si accontenta di una cartolina stereotipata di una famiglia italiana, che recita un messaggio oltremodo abusato e privo di spessore.

Titolo originale: La cena di Natale
Regia: Marco Ponti
Soggetto e sceneggiatura: Marco Ponti, Pietro Bodrato e Luca Bianchini dal suo romanzo
Fotografia: Roberto Forza
Montaggio: Consuelo Catucci
Musica: Gigi Meroni
Scenografia: Francesco Frigeri
Costumi: Grazia Materia
Interpreti: Laura Chiatti, Riccardo Scamarcio, Eva Riccobono, Michele Placido, Maria Pia Calzone,  Antonella Attili, Veronica Pivetti, Giulia Elettra Gorietti, Eugenio Franceschini, Angela Semerano
Prodotto da Fulvio e Federica Lucisano
Genere: commedia
Durata: 95′
Origine: Italia
Anno: 2016

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