La conta dei morti

Un film d’azioni tonitruante nella messinscena e prevedibile nello svolgimento narrativo, privo di qualunque motivo d’interesse.

Il sicario John Wick, ritiratosi a vita privata, viene richiamato in servizio dal camorrista Santino D’Antonio, che lo incarica di uccidergli la sorella per poter controllare così la malavita newyorchese. Una volta portato a termine il suo compito, però, Wick deve difendersi dagli sgherri di D’Antonio, deciso ad eliminarlo dopo averlo sfruttato per raggiungere il suo scopo.

L’ennesima conferma della validità della definizione di Gaudreault del cinema postmoderno: «una serie di effetti, privi di una forte relazione fra di loro», tenuti insieme da un filo narrativo È esattamente quel che ha da offrire questo film, che inizia proprio con inseguimento automobilistico condito di sparatorie e risse varie, senza premurarsi di presentare i personaggi e di esplicitarne, almeno sommariamente le motivazioni. Come in tutti i film consimili, anche qui si ravvisa il così detto «formato a picchi», ovvero quella scansione narrativa che presenta frequenti momenti spettacolari distribuiti lungo l’intero arco del racconto, che riceva da tale organizzazione del racconto il caratteristico andamento frammentario. L’impressione che se ne ricava, qui come in molti altri casi analoghi, è quella di trovarsi dinanzi più che a un film a un videogioco e che a manovrare i comandi, data la ripetitività e la monotonia dell’insieme, vi sia un giocatore tutt’altro che esperto. Il film cade poi abbondantemente nel ridicolo quando mostra il protagonista che, ferito da un colpo di pistola al fianco, non solo non cade, ma riesce ad assestare un calcio poderoso al suo avversario: ora, non si pretende la verosimiglianza, ma un minimo di senso del ridicolo, quello sì. Il canovaccio, poi, è quello più abusato e prevedibile, invariato dai tempi dal Giustiziere della notte: il protagonista è un uomo in fondo buono e generoso e solo perché costretto prima, e per difendersi poi, imbraccia le armi. Va poi notato, almeno en passant, come i ruoli negativi siano invariabilmente ricoperti da stranieri (italiani e russi, ovviamente entrambi mafiosi), mentre quelli positivi siano impersonati invece da americani (bianchi e di colore, per non scontentare nessuno). Un manicheismo che informa la visione del mondo propria della società americana e che il cinema s’incarica di rappresentare. Desolante, per la banalità e la piattezza, è poi la rappresentazione di Roma, dov’è ambientata la parte centrale del film, che più turistica non si potrebbe, funzionale a mostrare i luoghi più noti al pubblico americano: le prime inquadrature presentano infatti, nell’ordine: la cupola di San Pietro, il Colosseo, il Vittoriano e via dei Fori Imperiali. Per il protagonista, trovarsi a cinquant’anni ad interpretare un film simile immaginiamo non debba esser molto soddisfacente (se si esclude l’aspetto economico), data la pochezza del ruolo e dell’insieme dell’opera, priva anche di quel minimo d’ironia utile a sdrammatizzare e a rendere  il tutto, se non più divertente, almeno più sopportabile. Per quanto riguarda il comparto femminile, nemmeno qui va meglio: la pugnace Ruby Rose, il cui ruolo è comunque del tutto marginale, interpreta la guardia del corpo muta (così lo sceneggiatore risparmia la fatica di scrivere i dialoghi del suo personaggio) di Scamarcio e viene immancabilmente uccisa da Reeves; mentre la Gerini (che impersona niente meno che la sorella di Scamarcio), appare in una sola scena e finisce subito dissanguata nella vasca da bagno, prima di essere freddata dal protagonista con un colpo alla testa. Tirando le somme, si può concludere che due ore e passa d’inseguimento, colluttazioni, sparatorie, sbalzi improvvisi di volume e musica martellante sono decisamente troppe e lo spettatore, tramortito da tanto inutile chiasso, esce dalla sala frastornato e certo che non andrà mai a vedere il terzo capitolo (che ci auguriamo non venga mai realizzato). Per il pubblico italiano, poi, la presenza di Scamarcio, del tutto fuori luogo nella parte del villain, è un valore aggiunto di risibilità.

Titolo originale: John Wick: Chapter 2
Regia: Chad Stahelski
Soggetto e sceneggiatura: Derek Kolstad
Fotografia: Dan Laustsen
Montaggio: Evan Schiff
Musica: Tyler Bates, Joel J. Richard
Scenografia: Kevin Kavanaugh
Costumi: Luca Mosca
Interpreti: Keanu Reeves, Ian McShane, Ruby Rose, Claudia Gerini, Franco Nero, Riccardo Scamarcio, Bridget Moynahan, Mario Donatone, John Leguizamo, Laurence Fishburne
Prodotto da Basil Iwanyk, Erica Lee
Genere: azione
Durata: 122′
Origine: Stati Uniti
Anno: 2017

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.