Meglio fermarsi al terzo

Un film dell’orrore di onesta fattura, ma per nulla innovativo sotto al profilo tematico né tanto meno sotto a quello formale, che si rivolge soltanto a chi già conosce e ha apprezzato gli antecedenti.

Quarto capitolo della serie omonima e secondo in termini di continuità narrativa, in quanto succede al primo Insidious e precede il terzo Insidious 3- L’inizio. Nel 1953, quando la protagonista Elise era bambina, e il padre Gerald lavorava come secondino in una prigione del Nuovo Messico, poco prima dell’esecuzione di un detenuto, Elise ha visioni soprannaturali e inspiegabilmente sembra conoscere il nome del condannato a morte e il delitto da lui commesso. Quella stessa notte Elise è vittima di una forma di possessione demoniaca. Ormai adulta, Elise, divenuta esperta di fenomeni paranormali, viene chiamata in soccorso da Ted Garza, il quale le rivela di aver assistito ad eventi misteriosi e sovrannaturali da quando si è trasferito nella dimora d’infanzia di Elise.

Diversamente dal secondo e dal terzo capitolo, il personaggio dell’attempata parapsicologa Elise Rainier torna ora protagonista (in tal senso si giustifica il salto all’indietro temporale rispetto a Oltre i confini del male- Insidious 2 e Insidious 3- L’inizio) e, grazie alla buona prova dell’interprete, il film riesce almeno inizialmente a conquistare l’attenzione dello spettatore, anche di quello che conosce a menadito i capitoli precedenti. Peccato che il regista si dimostri niente di più di un onesto mestierante, privo di qualunque capacità inventiva nel rinnovare i meccanismi della paura nel cinema dell’orrore americano coevo: sbalzi improvvisi di volume, il mostro che appare per un secondo alle spalle del personaggio e quando quello si volta scompare, effetti speciali realizzati con la grafica digitale. Tutto già visto, dunque, e ampiamente prevedibile, nonché ripetuto pedissequamente per l’intero film; senza contare inoltre come i due colleghi di Elise somiglino più ad una caricatura degli Acchiappafantasmi che a veri parapsicologi e, quando compaiono in scena, la comicità involontaria è dietro l’angolo. Ma il film sconta anche un’incoerenza narrativa che ne pregiudica la riuscita: le sorprese che dovrebbero tener desta l’attenzione o almeno l’interesse dello spettatore risultano illogiche ed insensate rispetto a quanto è acceduto nella scena precedente o persino pochi minuti prima. Quando, nel finale, il film prende una piega più decisamente soprannaturale e fantastica, tale scelta di genere appare motivata più dal tentativo di far dimenticare le incongruenze del racconto che da una meditata e consapevole decisione dell’autore Leigh Whannell (già soggettista e sceneggiatore degli episodi precedenti ed anche regista del terzo). Ma per render efficace una simile svolta sarebbe necessitata una capacità visionaria ben maggiore ed intensa, di cui, come s’è detto, il regista difetta completamente: le creature mostruose che sbucano (in modo piuttosto prevedibile e dunque senza sorpresa) nel sotterraneo della dimora avita di Elise sono talmente banali nella concezione e nel trucco da suscitare, se non l’ilarità, almeno la più totale indifferenza del pubblico, abituato dall’horror d’oltreoceano alla vista di esseri più ridicoli che spaventosi, privi di qualunque impatto sull’immaginazione dello spettatore ed incapaci quindi di suscitarvi un genuino spavento; al contrario, ad esempio, del protagonista eponimo del Labirinto del fauno (2006) di Del Toro (giustamente premiato con l’Oscar per il trucco e la scenografia, oltreché per per la fotografia): quest’essere onirico e fantasmatico aveva ben altro e più efficace impatto sullo spettatore, e non soltanto sul piano emotivo (si pensi, da un lato, agli occhi che si aprivano sul palmo delle mani, dall’altro, al sentimento di paura e insieme di simpateticità provato verso di lui dalla giovane Ofelia). Tornando all’opera  in questione, si tratta di un film dell’orrore che in nulla si discosta dalla coeva produzione americana e nulla toglie e nulla aggiunge ai capitoli precedenti.

Titolo originale: Insidious: The Last Key
Regia: Adam Robitel
Soggetto e sceneggiatura: Leigh Whannell
Fotografia: Toby Oliver
Montaggio: Timothy Alverson
Musica: Joseph Bishara
Scenografia: Melanie Jones
Costumi: Lisa Norcia
Interpreti: Lyn Shaye, Leigh Whannell, Angus Sampson, Kirk Acevedo, Caitlin Gerard, Spencer Locke, Josh Stewart, Tessa Ferrer, Aleque Reid, Ava Kolker
Prodotto da Jason Blum, Oren Peli, James Wan
Genere: orrore
Durata: 103′
Origine: Stati Uniti/Canada
Anno: 2018

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.