L’ultimo film

Siamo sul livello di una pubblicità dell’Unicef, con annessa storia d’amore da telenovela: non stupisce che il film sia stato ignorato al festival di Cannes del 2016.

La direttrice di un’organizzazione umanitaria e un medico animato da spirito filantropico s’incontrano e inevitabilmente s’innamorano sullo sfondo della guerra civile liberiana, col suo strascico di povertà e distruzione.

La trama, come si vede, non è molto elaborata: si tratta di un film di denuncia che prevede al suo interno anche un filone, non tanto secondario, di natura sentimentale, evidentemente per renderlo più appetibile ad un pubblico ritenuto non particolarmente vicino o interessato al cinema engagé. Film ambientati in Africa, che voglion unire la denuncia ad una forma d’intrattenimento più facile non son mancati in questi anni: si pensi ad esempio a Blood diamond- Diamanti di sangue, (2007, di Edward Wick), dove un avventurio si redimeva e si convertiva alla causa dei buoni, grazie  all’influsso benefico di una giornalista (lui era Di Caprio, lei Jennifer Connelly). Qui non siamo troppo lontani: scene d’azione, paesaggi da dépliant turistico, moralismo spicciolo e ammiccamenti sentimentali fra i protagonisti. Forse per rendere più appetibile un film ispirato ad una formula ormai stantia, il regista e i produttori han pensato bene d’inserire attori europei (Bardem, l’Exarchopoulos, Reno) fra quelli anglofoni, nella speranza che il film avesse una patina più internazionale e potesse vendersi meglio sui mercati del vecchio continente. Peccato che i difetti siano tanti e tali da affossare l’opera e renderla priva di qualunque interesse, se non involontariamente ridicola: uno sguardo compiaciuto sui mali dell’Africa, ricattatorio nel mostrare i poveri negri ammalati, denutriti e feriti (esattamente come le pubblicità di cui sopra); un’assoluta incapacità nel raccontare il nascere della passione fra i protagonisti, se non adagiandosi in un romanticismo d’accatto; un’enfasi insincera e falsa nella lode dell’abnegazione e del sacrificio dei medici occidentali in Africa; un’insistita e stucchevole presenza dei Red Hot Chili Peppers in colonna sonora, non si capisce a quale scopo, alternati a musica tribale, tanto per dare un’idea del colore locale; infine, un completo disinteresse nel costruire le scene d’azione con un minimo di criterio e di logica, come si vede nell’assalto dei guerriglieri. Il copione, del resto, non ha giovato, colmo com’è di elementi eterogenei e di banalità assortite; ma anche sul piano registico non va meglio, con improbabili ralenti e controluce che vorrebbero conferire solennità e nobiltà alle scene in questione e sono invece comicamente fuori luogo. Riguardo agli attori, poi, nessuno sembra credere in ciò che fa (e come dar loro torto?) e la recitazione risulta così svogliata e per nulla convincente: Reno e l’Exarchopoulos, confinati in ruoli minori e costretti a recitare battute demenziali, sono stati scomodati da Parigi per niente. Il film si riduce così a due ore e passa di scempiaggini mal assortite e peggio raccontate, ad un maldestro guazzabuglio dal quale non si salva nessuno, da tecnici (si sono già menzionata l’inutilmente ricercata fotografia e le ardite mescolanze nella colonna sonora) agli attori; ma la responsabilità maggiore, si sa, è sempre del regista. Un simile risultato non deve comunque stupire: questa è infatti la concezione che Hollywood ha del cinema impegnato: superficiale e posticcio, manierato, attento a non scuotere e a non turbare davvero lo spettatore, volto a presentargli una visione edulcorata e in fondo consolatoria della realtà, dove anche gli eventuali dettagli espliciti vengono poi riassorbiti in un finale assolutorio e sempre positivo (il proverbiale lieto fine hollywoodiano); teso soprattutto ed essenzialmente ad intrattenerlo ed a coinvolgerlo più sul piano emotivo che su quello razionale e abituato quindi ad ibridare la trama principale con altre secondarie, qui sentimentali e avventurose, tanto per non farlo annoiare o incupire eccessivamente- almeno secondo l’ottica hollywoodiana. La piattezza e il ridicolo involontario dell’opera risultano tanto più evidenti confrontandola con quelle in concorso a Cannes lo scorso anno, molte delle quali di ben altro valore. Il titolo è un auspicio riguardo alla carriera da regista di Sean Penn.

Titolo originale: The Last Face
Regia: Sean Penn
Soggetto e sceneggiatura: Erin Dignam
Fotografia: Barry Ackroyd
Montaggio: Jay Cassidy
Musica: Hans Zimmer
Scenografia: Andrew Laws
Costumi: Diana Cilliers
Interpreti: Charlize Theron, Javier Bardem, Adèle Exarchopoulos, Jared Harris, Jean Reno, Denise Newman, Oscar Best, Merrit Wever, Dominika Jablonska, Irina Miccoli, Bronwyn Reed
Prodotto da Bill Gerber, Matt Palmieri, Bill Pohlad
Genere: drammatico
Durata: 130′
Origine: Stati Uniti
Anno: 2016

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