Sotto il segno di Euripide

Passato in concorso al penultimo festival di Cannes, dove ha vinto il premio alla miglior sceneggiatura, il unisce la tradizione della tragedia greca ad un ritratto della borghesia per revocarne in dubbio le certezze e provocarne dall’interno la dissoluzione.

Dopo la morte a seguito di un’operazione chirurgica del padre del giovane Martin, si sviluppa fra questi e il dottor Murphy che l’ha operato un intenso e profondo legame. Tuttavia, dopo essersi guadagnato la simpatia della famiglia del dottore, il comportamento di Martin comincia a riuscire ambiguo ed insincero. Appare via via più chiaro che Murphy e suoi familiari debbano scontare una pena tanto dolorosa quanto sproporzionata alla colpa commessa da Murphy durante l’operazione costata la vita al padre di Martin.

La tragedia greca è alla base del film di Lanthimos, regista e cosceneggiatore (oltreché coproduttore), dunque autore a pieno titolo dell’opera. In particolare, egli guarda all’Infigenia in Aulide di Euripide, dove il re Agamennone, dopo essersi vantato d’aver ucciso, durante una battuta di caccia, una cerva sacra ad Artemide, scatenò l’ira della dea, che lo costrinse a commettere un delitto contro natura, ovvero il sacrificio della figlia Ifigenia, pena l’impossibilità per la flotta greca di salpare contro Troia. Il seguito della tragedia è noto e i temi della colpa e del sacrificio (a cominciare dal titolo, dove si menziona appunto al “sacrificio di un cervo sacro”, esattamente come nel finale del testo euripideo) permeano l’intero film, dove le conseguenze del delitto compiuto, sia pur senza volerlo, dal padre, ricadranno sull’intero nucleo familiare. Un’ulteriore fonte d’ispirazione proviene da un’altra tragedia euripidea come le Baccanti, dove il dio Dioniso giunge a Tebe quale apportatore di caos e sovvertitore delle convenzioni fin ad allora vigenti; non diversamente, Martin entra nel nucleo familiare del dottor Murphy per minarne le fondamenta e distruggerlo, proprio come ha incidentalmente distrutto per sempre la famiglia del ragazzo non avendo saputo salvarne il padre durante l’operazione. Nel teso euripideo assume l’immagine di quello che Freud definì, nel saggio omonimo, il perturbante, ovvero la figura mina e mette in crisi il mondo stabile degli oggetti consueti e familiari, dei rassicuranti elementi di cui si sostanzia l’esistenza umana, qui rappresentata dalla sicurezza e dagli agi borghesi che circondano Murphy e la sua famiglia, rappresentata dalla moglie e dai due figli. Martin assume dunque su di sé la funzione eversiva di distruttore, o almeno quella di rivelare a Murphy, che come nell’Ifigenia di Euripide riveste il ruolo di padre e di capofamiglia, le colpe commesse e la necessità di pagarle, di risarcire chi ha subito il torto da lui commesso. Quella di Lanthimos è dunque un’opera colma di richiami alla tradizione della tragedia greca, posta a fondamento della cultura occidentale: colpa, sacrificio, espiazione sono temi  caratterizzanti la tradizione classica, in primis quella greca, che qui innervano e sostanziano l’intera opera, incomprensibile nei significati profondi senza tener in mente i precedenti classici che ne informano l’ispirazione e ne scandiscono i passaggi narrativi. Nel film di Lanthimos, il personaggio di Martin s’incarica anche di compiere una vendetta tanto spietata quanto coerente: vita per vita; mentre il padre, se non vorrà perder entrambi i figli, dovrà scegliere quale dei due sacrificare. Ma come si può chiedere ad un genitore di scegliere quale fra i suoi due figli condannare a morte? Se nel mondo del mito, Agamennone si risolveva a sacrificare la figlia- o meglio, era la stessa Ifigenia ad accettare il sacrificio in virtù di un supremo amor di patria, che avrebbe consentito alla flotta greca di salpare contro Troia e veniva perciò graziata in extremis da Artemide; oggi, nella nostra contemporaneità, si potrebbe chiedere ad un genitore di compiere una scelta simile e ad un figlio di accettare d’immolarsi per salvare il fratello e, più in generale, la famiglia stessa, il ghénos, dalla distruzione, pagando così, col proprio sacrificio una colpa commessa non da lui ma dal padre? Un interrogativo non da poco, quello impostato dalla sceneggiatura del regista e di Efthymis Filippou e proposto allo spettatore. La forma poi, eccelsa come non mai, coi suoi lunghi carrelli e le inquadrature caratterizzate da angolazioni abnormi che distorcono la normale visione umana, non certo dunque ad altezza di sguardo,  e l’uso di musica classica in colonna sonora, rappresenta un’esplicita e coerente scelta verso una riflessione, quantomai sostenuta sul piano formale su temi ultimi della cultura occidentale, dove accanto alla tragedia greca trovano posto anche classici della settima arte, dai Eyes Wide Shut (1999) di Stanley Kubrick (dal quale viene anche la protagonista) e Funny Games di Michael Haneke (1997), al Cacciatore di Michael Cimino (1978), di cui si evoca la scena finale (non si dimentichi che il titolo originale era The Deer Hunter, ovvero Il cacciatore di cervi) fino a Teorema (1968) di Pasolini, per il ruolo perturbante assunto da Martin una volta accolto nella casa e nella famiglia di Murphy e al Deserto rosso (1964) di Antonioni, riguardo invece alla malattia che colpisce i figli della coppia (che nel film di Antonioni era tuttavia simulata). Quella di Lanthimos è dunque un’opera ricca di stratificazioni e di riferimenti, messa in forma con uno stile freddo ed elegante, capace di esprimere e farsi portavoce della sottile crudeltà che anima il desiderio di vendetta di Martin contro Murphy e la sua famiglia; un esempio di come il significante possa incaricarsi di rappresentare il significato profondo ed ultimo dell’opera: di come la forma, il discorso, possano divenire veicoli espressivi del contenuto e del discorso di cui l’opera si sostanzia, corroborarandone la forza persuasiva sullo spettatore ed accrescendo il senso e il valore dell’opera nel suo complesso.

Titolo originale: The Killing of a Sacred Deer
Regia: Yorgos Lanthimos
Soggetto e sceneggiatura: Yorgos Lanthimos, Efthymis Filippou
Fotografia: Thimios Bakatakis
Montaggio: Yorgos Mavropsaridis
Musica supervisionata da Nick Payne
Scenografia: Jade Healy
Costumi: Nancy Steiner
Interpreti: Nicole Kidman, Colin Farrell, Alicia Silverstone, Raffey Cassidy, Barry Keoghan, Sunny Suljic, Bill Camp, Barry G. Berson, Herb Caillouet, Denise Dal Vera, Drew Logan, Michael Treseter, Ming Wang
Prodotto da Ed Guiney, Yorgos Lanthimos
Genere: drammatico, giallo psicologico
Durata: 121′
Origine: Gran Bretagna/Irlanda/Stati Uniti
Anno: 2017

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