La tecnica di scrittura dell’aforisma è antica quanto la stessa storia della filosofia; d’altronde, di moltissimi autori “remoti” dell’epoca pre-socratica non ci restano che frammenti. È però vero che solo nella modernità i filosofi hanno iniziato a condensare la loro profonda speculazione non più solo in lunghi trattati o dissertazioni, ma anche in brevissime “scintille” capaci di spalancare baratri alla riflessione di ciascuno. Inutile fare qui un elenco degli autori che hanno adottato l’aforisma come strumento adeguato a connettere vita e filosofia, però possiamo senz’altro sostenere che l’agile e accattivante libretto di Cateno Tempio edito da Ortica e intitolato Il filosofo è un cadavere prosegue tale nobile tradizione.

Cateno Tempio, insegnante e scrittore, autore di romanzi e saggi, in questa occasione si cimenta con questa forma espressiva lancinante, frammentaria, a suo modo spavalda come è spavalda la filosofia che tali aforismi esprimono e raccontano. Nulla di rigoroso e di sistematico: la forma frammentaria riflette il tramonto di un’epoca fatta di certezze e garanzie valoriali, ma nel caso di Tempio è anche il contenuto e il linguaggio di questi aforismi ad attestare le specificità dei nostri tempi. Non è più il tempo della filosofia rigorosa con ambizioni esaustive, ma d’altronde non è neppure più il tempo dei linguaggi prosaici, eleganti, falsamente eruditi: «Dovremmo rifiutarci di leggere un libro di filosofia in cui non compaia almeno una volta la parola ‘cazzo’».

Per Tempio, ritorno alla vita è ritorno al corpo, e ritorno al corpo è innanzitutto ritorno al “linguaggio quotidiano”: locuzioni ciniche e sarcastiche, volgarità, che vogliono rimettere in questione proprio il profilo del filosofo “topo da biblioteca” («Ehi, Platone, ma esiste anche l’idea del cazzo?»).

Tutta la filosofia infatti potrebbe venire ricondotta a una questione di “stile”: «ogni libro di filosofia è anche un trattato di stilistica filosofica». Qui la somma potenza della scrittura e della parola, ma anche il suo limite e la sua paradossalità intrinseca: dove c’è parola e dunque filosofia non può esserci vita, pensare una filosofia senza parole significa essere al di fuori del discorso filosofico. In questo senso, filosofia e morte sono strettamente connesse: d’altronde, potremmo fare a meno di parole, concetti e forme? Tempio corre sul crinale scosceso di una parola filosofica che si vergogna di essere tale, che chiede scusa al mondo appena viene pronunciata, alla faccia di tutti gli ego ipertrofici che si beano della loro “ars filosofandi” per ammaliare gli spettatori in piazza. D’altronde, la filosofia nelle sue pretese divulgative e “spettacolari” è l’esatto contrario di ciò che vuol far credere di essere: non messa a disposizione per il largo pubblico, ma dispositivo narcisistico che potenzia la vanità di uno rispetto alla massa accorsa a sentire “il filosofo”.

Per Tempio, il filosofo è un essere esecrabile, decadente, da subito condannato come condannato è ciascun essere umano quando si ritrova, suo malgrado e senza volerlo, su questo sasso bagnato che rotea nel nulla chiamato “mondo”: «spararsi è intromettersi tra una pallottola e il mondo». Tutto il resto, come già sapevano gli antichi degli antichi, non è che vanità.

Il filosofo è un cadavere
di Cateno Tempio
Editore Ortica (Latina)
pp. 114

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