Cuori affamati

Tratto dal romanzo Il bambino indaco di Marco Franzoso, Hungry Hearts è un dramma intenso cui si perdonano volentieri delle piccole imperfezioni. Alba Rohrwacher e Adam Driver vincitori delle Coppe Volpi alla 71ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.

Dal più classico dei bizzarri incontri, spesso imbarazzanti e casuali, fiorisce l’amore tra Jude, giovane ingegnere, e Mina, italiana a New York per lavoro. Quando lei rimane incinta alla vigilia di un trasferimento, i due decidono di sposarsi. Già dai primi mesi di gravidanza, però, in Mina emerge il convincimento che il suo bambino sarà straordinario e che andrà protetto e fatto crescere come il suo istinto materno ritiene più opportuno. Jude, innamorato, la asseconda finché in gioco non viene messa persino la sopravvivenza stessa di suo figlio.

Hungry Hearts è un film viscerale.
Saverio Costanzo, quattro anni dopo il discusso La solitudine dei numeri primi, continua a trattare temi intensi e scomodi senza scendere a compromessi. A fronte di una trama e di uno sviluppo degli eventi fin troppo lineari (un dramma di tale portata non è mai lineare, nelle sue infinite sfumature) e a tratti poco credibili, punta tutto sull’empatia e sulla forza dei sentimenti che racconta, ricorrendo a una regia minimale, accorta, con camera a mano molto vicina ai suoi personaggi ma mai invadente. Ricerca la prospettiva deformante e lo sguardo sbilenco, indugia sui volti e le loro sfaccettature, lasciando in nero eventi non necessari all’economia del suo racconto e prendendo le distanze dal dispensare lapidari o salomonici giudizi.
I suoi cuori bramosi, disperati, affamati, perdono infatti la chiarezza della percezione di ciò che li circonda, chi ritirandosi in un mondo avulso e distaccato dalla realtà, nutrendosi di sensazioni, illusioni e contorti convincimenti e anelando alla purezza più alta, chi lacerato fin nell’anima tra l’amore e la sopravvivenza del proprio figlio, chi infine disposto a distruggere sé stesso pur di far bruciare ancora la speranza.
A sostenere il peso di tutto questo dolore le fragili (solo all’apparenza) spalle di Alba Rohrwacher (non alla sua prima personificazione di una mente disturbata) e l’interpretazione sperduta e disperata di Adam Driver;  la discesa negli inferi della prima, il cui sguardo luminoso col passare dei minuti si va affievolendo in una maschera di sinistra determinazione e mostruosa fissità, fa da contraltare all’àncora razionale del secondo, naufrago in balia delle onde trascinato contro scogliere taglienti. Il loro rapporto assume tinte sempre più cupe trascinando, dopo un inizio brioso e divertente (perfetta la lunga scena iniziale), in un abisso di tensione e orrore ovattato dal silenzioso urlo di una pazzia metodica, studiata, geometricamente lineare e dalla logica stringente, fino alla brutale lacerazione del deformato velo di Maya che li avvolge e li intrappola in uno stallo interminabile.
Hungry Hearts è un film sul dolore di vivere, con le sue evasioni dalla realtà, le sue turbe inspiegabili, la sua assurda e inarrestabile distruttività che si abbatte su tutto ciò che ci circonda. Malgrado alcune imperfezioni, è un film che dividerà ma che merita di essere visto.

Titolo originale: Hungry Hearts
Nazionalità: Italia
Anno: 2014
Genere: Drammatico
Durata: 109 minuti
Regia
: Saverio Costanzo
Cast: Alba Rohrwacher, Adam Driver, Roberta Maxwell
Sceneggiatura: Saverio Costanzo
Produzione: Mario Gianani, Lorenzo Mieli, Wildside, Rai Cinema
Distribuzione: 01 Distribution
Fotografia: Fabio Cianchetti
Musiche: Nicola Piovani
Scenografie: Amy Williams
Costumi: Antonietta Cannarozzi
Montaggio: Francesca Calvetti

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